venerdì 27 gennaio 2012

Bon Camino


io, in cammino

Traccia del percorso (visualizza in dimensioni maggiori)
Tutto è cominciato guardando il film The Way - Il Cammino.
La trama non è un gran chè, secondo me, ma, visto come se fosse un documentario, ha il suo bel perchè. E finisce che ti vien voglia di intraprendere la stessa avventura.
Il film, secondo me, focalizza il vero spirito del pellegrinaggio: non è semplicemente un viaggio per raggiungere una destinazione. Sì, quella ci vuole, altrimenti l'impresa rimarrebbe zoppa della definizione stessa di "viaggio". Il vero significato, però, non sta nel raggiungere qualcosa, ma nel percorso stesso, così come la morte non è lo scopo della vita, ma solo una sua seppur importante fase. C'è chi sostiene, pur non potendo disporre di alcuna confutazione, che la vita non avrebbe scopo per un immortale.
Il film infatti descrive un pellegrinaggio lungo il "Cammino Francese" (una delle varianti del Cammino di Santiago di Compostela), rigorosamente a piedi.
L'intero percorso è lungo 800km. Supponendo di dividerlo in 40 tappe giornaliere, ogni tappa è lunga in media 20km.
Chi apprezza camminare in montagna (le prime tappe del cammino devono superare i Pirenei) sa che la difficoltà di una escursione non si misura in chilometri, quindi, è difficile dire se 20km siano una lunghezza facilmente superabile. Bisognerebbe provare.

Detto, fatto.

Visto che abitiamo in montagna, e la difficoltà delle strade e dei sentieri da queste parti sembra più o meno simile a quelli mostrati nel film, un bel giorno, precisamente il 1 ottobre scorso, cartina alla mano, abbiamo pianificato un percorso ad anello, partendo da casa nostra, di circa 20km.
Il primo tratto percorre, sulla strada asfaltata, il tragitto descritto qui fino ad arrivare ad imboccare il sentiero descritto qui che giunge alla sommità del monte Tesoro. Questo è il punto più

Pausa panino
alto dell'intero anello, e da qui comincia la discesa. Si prosegue nel sentiero fino a ritrovare la strada asfaltata a Forcella Alta, punto di inizio dell'escursione del passo del Pertüs, ma qui, anzichè proseguire dritto, si segue la strada asfaltata, in discesa. Qualche centinaio di metri e la strada diventa una carrettiera sterrata. Il traffico è bloccato salvo veicoli autorizzati. Qui si scende verso Boccio, fino ad arrivare ad una chiesina, dove ci siamo fermati per mangiarci il panino. Poco dopo si svolta verso Colle di Sogno su un sentiero abbastanza in piano, che ad un certo punto si perde tra i prati (e infatti noi ci smarriamo, e siamo costretti a tornare sui nostri passi e a chiedere indicazioni ad alcuni sospettosi residenti: evidentemente non è molto comune, qui, vedere altri esseri umani). Qui entriamo in un bel sentiero nel bosco, un po' a sali-scendi, e giungiamo a Colle di Sogno, un piccolo villaggio montano di pietra, con strettissimi vicoli pedonali. C'è una taverna dove ci fermiamo ad acquistare una bottiglia d'acqua, visto che la riserva nelle nostre borracce s'è esaurita da tempo. Sembra accogliente ed appetitosa, ci segnamo l'intenzione di visitarla in futuro e proseguiamo. Attraversato Colle di Sogno si arriva ad un piccolo parcheggio, che rappresenta il limite della strada asfaltata. Da qui una lunghissima discesa panoramica supera la località Sogno, e giunge al bivio con la strada di casa nostra. Un'ultima breve salita e arriviamo a casa.

Siamo molto stanchi, sì, ma non è poi terribile. I cani sono veramente provati. Se decideremo di fare davvero il cammino di Santiago dovremo lasciarli a casa. Paradossalmente la strada asfaltata per loro è ancora più difficile, perchè è abrasiva per i loro piedini. E poi la spagna non sembra molto cane-friendly. Gli ostelli del Cammino, per ragioni comprensibili, non ospitano i cani. Solo alcuni consentono di lasciarli

Veduta da Forcella Alta
legati in cortile, ma questa soluzione, soprattutto per l'asociale Mr. Bentley, non è davvero praticabile. Infine sembra che i migliori amici dell'uomo non siano graditi nemmeno sui mezzi pubblici, e quindi, una volta arrivati a Santiago, non sapremmo come fare per tornare al punto di partenza.
Il problema insormontabile, però, sembra essere il tempo (non è paradossale, parlando di un pellegrinaggio?). Ad oggi, non ho la possibilità di prendermi 40 giorni di ferie filati, anzi, considerato il tempo necessario per raggiungere il punto di partenza e per tornare a casa, anche di più, senza contare eventuali imprevisti che potrebbero capitare durante il tragitto.
Purtroppo quindi è un sogno da custodire nel cassetto fino a che non riuscirò a cambiare completamente vita.
Si potrebbe pianificare di farne solo un pezzo, o di percorrerlo tutto, a più riprese. Ma secondo me non avrebbe lo stesso significato. Raccontano addirittura che le ultime tappe siano un po' meno coinvolgenti proprio perchè ci si ritrova compagni di viaggio che percorrono solo quelle, per avere la soddisfazione di poter dire di essere arrivati alla meta. Mi pare che questa sia la prova non aver capito nulla.

L'anello e' abbastanza facile, ma piuttosto lungo: 23km in tutto, con un dislivello di circa 650m. Ci abbiamo messo 7 ore e mezza.

sabato 7 gennaio 2012

L'economia pane-e-salame

Io di economia e finanza ci capisco meno di quanto Beppe Fiorello capisca di recitazione, quindi credo che 'sto post finira' per essere giudicato assai ingenuo a chi mai lo leggesse.
Pero', nella formale ingenuita' a me pare un ragionamento semplice e lineare. Ditemi dove sbaglio!
(Dario inclina un po' la testa a destra e inarca le sopraciglia in tono ebete, poi intreccia le dita e le fa schioccare per prepararle ad una intensa battitura di tasti)

Se l'Italia vuole sopravvivere - dicono - dobbiamo fare in modo che l'economia ricominci a crescere. In generale la crescita economica e' presupposto fondamentale per il corretto funzionamento del sistema in cui viviamo.

Mah... Io dico che l'economia non puo' crescere.

Io non so quale sia l'indicatore che misura la crescita o la decrescita dell'economia, ma mi vien da dire che se oggi produco X e domani produco Y>X generando ricchezza maggiore, allora posso dire che tra oggi e domani l'economia e' cresciuta. E viceversa.

Ora faro' una serie di semplificazioni enormi per fare un esempio semplice, e poi cerchero' di estendere lo scenario.

Dunque.
(Dario si rimbocca le maniche e agrotta la fronte assumendo una plateale espressione concentrata).

Supponiamo di vivere in una Paese dove si consuma tutto quello che si produce e si produce tutto quello che si consuma. In quel Paese non ci sono importazioni ne' esportazioni.
Supponiamo di essere degli Esseri (Dario arriccia il naso perplesso per la cacofonia, ma decide di passare oltre con indifferenza) che consumano solo un tipo di bene, un Alimento, e di quell'Alimento si saziano completamente. Ognuno di noi Esseri ha bisogno dell'Alimento e solo dell'Alimento, ne' desidera altro bene. (Dario ritiene che si tratti di un mondo un po' noioso...).
Supponiamo che il Paese in cui viviamo e' organizzato in un sistema capitalista. Che pero' esista una sola Azienda che produce proprio l'Alimento (cosa potra' mai produrre, d'altro?).
Esiste anche una Moneta di scambio, che serve per la corresponsione di un Salario e per la compra-vendita dell'Alimento.
Supponiamo che ogni Essere lavori attivamente per l'Azienda (non esistono pensionati ne' bambini - solo adulti tutti uguali che lavorano per produrre l'Alimento) (sempre piu' noiosa, come immagine!).

Diciamo che in una giornata di lavoro, ciascuno degli Esseri produce mediamente un chilo di Alimento.
Ovviamente, non essendoci scambi tra il Paese e il mondo esterno, tutto l'Alimento prodotto quotidianamente dal lavoro degli Esseri nell'Azienda viene consumato, quotidianamente, dagli Esseri che vivono nel Paese. Siccome pero' gli Esseri che vivono nel Paese sono gli stessi Esseri che lavorano nell'Azienda, ne consegue che ciascun Essere, mediamente, consuma un chilo di Alimento al giorno.
Tutto il lavoro cumulativo di tutti gli Esseri del Paese produce una quantita' di Alimento, che viene completamente consumata dagli stessi Esseri.

Riassumendo, ogni Essere "medio" lavora per produrre un chilo di Alimento, e poi, quando l'ha ben prodotto, lo consuma.

Tra il produrre e il consumare, pero', c'e' di mezzo la Moneta.

Il frutto del lavoro degli Esseri e' quantificato in un certo Salario. La somma dei Salari di tutti gli Esseri non puo' essere superiore, al prezzo al consumo di tutto l'Alimento prodotto, ovviamente, perche' altrimenti i soldi ricavati dalla vendita dell'Alimento non sarebbero sufficienti per pagare i Salari. Percio' il Salario quotidiano medio di un Essere non puo' essere maggiore del prezzo al consumo di un chilo di Alimento.
Il Salario, pero', non puo' nemmeno essere inferiore al prezzo dell'Alimento. Se fosse inferiore,  un Essere, mediamente, potrebbe acquistarne solo una quantita' inferiore ad un chilo, e l'effetto di cio' (trascurando il particolare che l'Essere patirebbe la fame) e' che la parte di Alimento eccedente verra' sprecata, e quindi non verra' pagata, e l'Azienda ci rimettera' esattamente il denaro equivalente alla differenza tra il prezzo di un chilo di Alimento e il Salario quotidiano dell'Essere. Perche' l'Azienda non ci perda quei soldi, bisogna che si adegui a produrre un po' meno Alimento, in modo che venga consumato tutto. Ma se cosi' facesse, avrebbe bisogno di un po' meno lavoro da parte dell'Essere. Ma se l'Essere lavora di meno, ha diritto ad un Salario inferiore. Se prima il Salario gli consentiva di acquistare solo una parte del chilo di Alimento, ora gli consentira' di acquistarne ancora di meno, il che costringera' l'Azienda a ridurre ulteriormente la produzione e di conseguenza abbassare il Salario, il che costringera' l'Essere a consumare ancora di meno eccetera eccetera...
Quindi il Salario giornaliero di un Essere deve essere esattamente uguale al prezzo di un chilo di Alimento.
Il Salario cumulativo di tutti gli Esseri lavoratori dell'Azienda deve essere esattamente uguale al prezzo cumulativo alla vendita di tutto l'Alimento prodotto.
Quindi non ci saranno soldi da reinvestire.
...
...e l'Economia non crescera'.

Uhm... l'economia non crescera', dici?...
Un momento... forse sto tirando conclusioni affrettate. Dicevo sopra che la crescita economica e' data da un aumento della produzione. Non e' mica vero che questo non puo' avvenire, nel mio modello. Se gli Esseri decidessero di produrre, invece che un chilo di Alimento al giorno, due chili, l'Azienda dovra' pagare il doppio Salario per fare in modo che gli Esseri abbiano abbastanza Moneta per acquistare tutto l'Alimento prodotto. Questo l'Azienda non lo puo' fare, perche' quei soldi non li ha, ma potrebbe invece dimezzare il prezzo al consumo dell'Alimento. E cosi', il Salario quotidiano dell'Essere sara' sempre lo stesso, ma gli consentira' di acquistare due chili di Alimento anziche' uno.
(Dario si gratta la testa - si mette a rileggere le ultime righe ma non sembra molto convinto di quello che ha appena scritto).
Ma perche' mai l'Essere, che vive e prospera con un chilo di Alimento dovrebbe lavorare il doppio per avere la possibilita'... anzi l'obbligo di consumarne due?
Possiamo davvero dire che l'Essere si e' arricchito perche' lavora il doppio per produrre il superfluo che deve per forza consumare?
A regime l'Essere puo' decidere di aumentare o diminuire il suo consumo, il che comporta un parallelo aumento o diminuzione della produzione da parte dell'Azienda, e quindi una diminuzione o un aumento del prezzo alla vendita dell'Alimento (paradossalmente con regole esattamente opposte alla legge della domanda e dell'offerta). Quello che rimane costante e' il Salario.
E l'inaspettata (?) conclusione e' che l'Azienda deve in ogni caso spendere tutti i soldi che percepisce dalla vendita dell'Alimento in Salari, e quindi non gliene rimangono da reinvestire, il che equivale al fallimento dei principi su cui si basa il capitalismo.
Infine e' triste constatare che l'Essere deve spendere l'intero suo Salario per acquistare l'Alimento che produce, e finisce quindi per non risparmiare nulla che possa poi investire per la propria crescita sociale. Il povero rimane povero e il ricco rimane ricco.

Frena! frena!... mi si dira'...
Le conclusioni che hai tratto, Dario, sono falsate da tutti quei "supponiamo" la' sopra, che hanno semplificato troppo. Il tuo Paese ha una economia chiusa. Non ci sono esportazioni ne' importazioni. Ma non esiste, nel mondo reale, uno Stato cosi', per fortuna.

Mah. Supponiamo allora che ci siano due Paesi. Uno, il PaeseFormica, produce di piu' del proprio fabbisogno. L'altro, il PaeseCicala, di meno. Il PaeseFormica esporta... anzi... deve esportare dell'Alimento verso il PaeseCicala. Se non lo facesse, l'AziendaFormica dovrebbe aumentare il Salario (oppure, verosimilmente, abbassare il prezzo alla vendita), per aumentare i consumi interni, e si ricadrebbe nel caso descritto sopra.
Ma se il PaeseCicala importa quella parte di Alimento, significa che gli EsseriCicala per consumarlo, devono acquistarlo, pagandolo con parte del loro Salario, corrisposto per il lavoro necessario a produrre una quantita' di Alimento inferiore alle loro necessita'. Quindi, siccome quella parte di SalarioCicala serve per pagare l'Alimento prodotto dall'AziendaFormica, il totale del SalarioCicala deve essere maggiore dei proventi cumulativi per la vendita dell'Alimento prodotto dall'AziendaCicala. Il che evidentemente non e' possibile. Come puo' l'AziendaCicala dare ai propri lavoratori un Salario maggiore dei ricavi della vendita dei beni prodotti?
No, non si puo' andare avanti cosi'! O l'AziendaCicala fallisce (lasciando gli EsseriCicala senza Stipendio, il che produrrebbe una crisi di sovrapproduzione dell'AziendaFormica) oppure si fa un debito. Gli EsseriFormica prestano soldi agli EsseriCicala per acquistare l'Alimento prodotto in eccesso dall'AziendaFormica. Agli EsseriFormica conviene, in effetti, altrimenti gli EsseriCicala non potrebbero consumare l'eccesso di produzione dell'AziendaFormica, il che sarebbe disastroso anche per l'economia del PaeseFormica.
Verrebbe da dire che il PaeseFormica diventa sempre piu' ricco, in termini di debito pubblico, a scapito del PaeseCicala che diventa sempre piu' povero.
(Dario e' indeciso sul giudizio morale legato a questa conclusione: si sentirebbe, paradossalmente, piu' schierato dalla parte degli EsseriCicala, apparentemente piu' oziosi, condannando gli EsseriFormica solo per la loro maggiore operosita')
La conclusione e' che un EssereFormica lavora di piu' per percepire uno Stipendio maggiore, ma ne puo' spendere solo tanto quanto basta per acquistare un chilo di Alimento, perche' il rimanente lo deve prestare (Tasse?) all'EssereCicala perche' acquisti all'AziendaFormica l'eccesso di Alimento. Quindi, in totale, l'EssereFormica lavora di piu', ma puo' consumare sempre la stessa quantita' di Alimento. I soldi in eccesso finiscono agli Esseri Cicala che acquistano il prodotto all'AziendaFormica. Accidenti, e chi ci guadagna in questo giro? Alla fine i soldi mi pare che vadano all'AziendaFormica, ma non vengano redistribuiti.

Il fatto e' che, a prescindere da qualunque giudizio etico, se noi mettiamo assieme il PaeseFormica e il PaeseCicala e valutiamo la situazione come se si trattasse di un'unica economia, finiamo per giungere alle stesse conclusioni di prima. Cioe', in totale, le due Aziende spendono in Salari esattamente l'equivalente dei ricavi della vendita dell'Alimento, e gli Esseri devono, in totale, consumare esattamente tutto l'Alimento prodotto, spendendo tutto il loro Salario.
E' vero. Nel mondo reale non c'e' un solo Paese. E nemmeno solo due. Ma evidentemente questo ragionamento puo' essere esteso per tutti i Paesi del mondo, che sono un numero grande, ma limitato. Giungendo inesorabilmente alla conclusione che l'economia globale non puo' crescere. E se non puo' crescere quella globale, ogni volta che cresce quella di un Paese, decresce quella di un altro, finendo per avere un bilancio in pareggio.

Gia', ma...
(stavolta Dario si fa trovare preparato alla vostra obiezione!).
Il mondo reale non ha una sola tipologia di prodotto, ed in ogni singolo stato esistono molte aziende, non una sola.

Globalmente pero', se cumuliamo tutti i beni prodotti da tutte le aziende del mondo (il che significa mettere insieme pere con patate, ma proprio di questo si tratta), e' evidente che quel cumulo deve essere consumato da tutte le persone (l'umanita') che l'hanno prodotto. E per farlo dovranno acquistarlo, e pagarlo con i soldi che hanno percepito per produrlo. Se si producesse una nocciolina in piu', quella nocciolina andrebbe ad accumularsi con il resto dei beni prodotti, e quindi, perche' non vada sprecata, dovra' essere consumata, dopo essere stata acquistata e pagata con il salario percepito per il lavoro necessario alla sua produzione.

Pero', quello che mi sembra e' che l'aumento della ricchezza e' dato non tanto da un aumento di denaro da poter spendere, ma da una maggior quantita' di cose che si riescono a possedere spendendolo. Se l'Essere lavora il doppio e finisce per consumare di piu', evidentemente il suo benessere e' aumentato.
Quando hanno inventato i telefonini, ad esempio, si sono creati dei posti di lavoro per produrli.
E' vero che e la ricchezza generata in questo modo e' (ovviamente) stata tutta spesa per l'acquisto dei telefonini, ma e' anche vero che noi, alla fine, ci siamo ritrovati tutti un telefonino in tasca, che prima non avevamo. La questione e' stabilire se quel telefonino ci serve davvero o, come avviene spesso, si tratta di un bisogno "pilotato" da chi e' coinvolto nel ciclo di produzione di quel bene, e quindi ci guadagna proporzionalmente.

L'impressione e' che quello che acquistiamo valga di meno di quanto spendiamo per comprarlo. Se fosse cosi' significherebbe che siamo nel PaeseFormica, e lavoriamo per impoverire il PaeseCicala avvantaggiando l'Azienda per cui lavoriamo. Eppure stiamo in un Paese pieno di debito pubblico. Questo significa che il nostro Salario vale di meno dei prodotti che ci riusciamo ad acquistare?

Il lavoro che c'e' dietro alla produzione di tutti i prodotti che acquistiamo e' di piu' o di meno del lavoro che facciamo per guadagnare il nostro Salario?
Difficile dirlo.
Ho provato a pensare a tutto quello che consumo (o possiedo). L'energia elettrica che consumo, la casa che sto pagando, la benzina, il computer su cui sto scrivendo, abiti, cibo... e non solo i beni, ma anche i servizi... Ho provato ad immaginare di essere io quello che produce quei beni e fornisce a me stesso quei servizi (rendendomi totalmente autonomo e autosufficiente). Per farlo impiegoherei piu' o meno tempo ed energie di quanto ne impieghi nella mia giornata lavorativa?
Decisamente di piu'. Se lavorassi per produrre tutti i beni che consumo, impiegherei di gran lunga piu' tempo ed energie di quanto faccia adesso. Questo pero' perche' non sarebbe un metodo ottimizzato. Io so fare programmi per pc, ma non so fare il pane. Il mio fornaio invece sa fare il pane ma non sa fare programmi per pc, quindi io faccio i programmi per lui e lui fa il pane per me, e in questo modo riusciamo ad essere di gran lunga piu' efficienti entrambi. Entrambi possiamo permetterci pane e programmi minimizzando il lavoro necessario a produrli.
Nel calcolo quindi bisognerebbe valutare se la porzione di lavoro delle persone che hanno contribuito nella produzione dei beni che consumo sia maggiore o minore del lavoro svolto da me per guadagnarmi i soldi necessari per comprarli. E siamo da capo: come stabilirlo? Io non credo di esserne capace.
Il fatto e' che non stiamo parlando di me, ma di un uomo medio che vive in questa societa'. E l'impressione e' che chi ha piu' denaro spesso e' quello che produce di meno. Chi lavora e' povero e chi e' ricco non lavora. Un luogo comune?
Ma allora, chi e' che deve pagare per risanare il debito da Cicala? Se facciamo pagare i poveri finisce che non avranno la possibilita' di consumare i beni che tutta la societa' produce. I poveri non risparmiano semplicemente perche' non ne hanno da risparmiare. Sono i ricchi invece che accumulano. Se togliamo del denaro ai poveri, questi consumeranno di meno. Se togliamo del denaro ai ricchi invece questi continueranno a consumare, ma risparmierebbero di meno.

Ma io mi chiedo se l'aumento del benessere ha un limite. Se non ce l'ha, significa che per aumentare sempre piu' il nostro benessere dobbiamo lavorare di piu' per consumare di piu' (si spera in cose utili - alrtrimenti che benessere e'?). Se invece c'e' un limite, piu' ci avviciniamo a quel limite, dobbiamo smettere di produrre sempre di piu'. Dobbiamo adeguarci al fatto che non possiamo diventare sempre piu' ricchi, perche' questo significherebbe che, consapevolmente o nostro malgrado, l'unico modo per diventare ricchi e' che qualcun altro diventi povero.
Io temo che ci sia un limite, dettato dal fatto che produrre significa consumare risorse, e le risorse non sono illimitate.

Mi pongo, infine, un altro dilemma.
Se ora abbiamo un ampio debito pubblico significa (anche se io ho il sospetto che qualcuno ci abbia fatto la cresta sopra) che siamo stati delle cicale, cioe' che abbiamo acquistato per il nostro benessere dei beni prodotti all'estero, piu' di quanto abbiamo esportato. In altre parole siamo stati degli EsseriCicala e abbiamo lavorato di meno di quanto necessario per produrre cio' che abbiamo consumato. Ora il PaeseFormica vuole che noi estinguiamo il nostro debito.
Ma come diavolo facciamo? Per farlo dovremmo lavorare di piu' per produrre una quantita' di beni sufficienti non solo per il nostro sostentamento, ma anche per esportarli al PaeseFormica. Ma se il PaeseFormica si e' arricchito esportando i beni in eccesso, perche' mai oggi dovrebbe importarli?
Bisognerebbe che noi producessimo qualcosa che loro non sono capaci di produrre. Bisognerebbe inventare una cosa totalmente inutile che sappiamo fare solo noi e convincerli che per loro sia indispensabile.
E qui mi fermo, perche' tutto cio' mi sembra totalmente estraneo all'Uomo e ai suoi bisogni.

Nella mia ingenuita' mi piace di piu' immaginare un mondo dove c'e' uno che sa fare il pane e uno che sa fare il salame. Ci si siede insieme e si fa merenda.

venerdì 30 dicembre 2011

Da Bus


È luogo comune che alle Hawai'i il turismo sia un po' di elite. In effetti data la loro dislocazione in mezzo all'oceano (le Isole sono piuttosto distanti da qualunque parte si arrivi) la sensazione è qualcosa di esotico. Dalla California distano almeno cinque ore di aereo, e quindi solo ad arrivarci non è proprio economico. Per non parlare di quanto costi, in termini di tempo e denaro, se si arrivi dall'Italia.
Di conseguenza, sbarcando a Honolulu, si trova l'ambiente tipico di questo tipo di turismo. Lo struscio un po' snob per le strade alla moda, la spiaggia di Waikiki, e nel traffico tante limousine.

Invece l'isola di Kaua'i è un po' in disparte rispetto le mete tipiche del turismo hawaiiano. E i mezzi di trasporto pubblico più comuni sono gli autobus di linea The Kaua'i Bus, familiarmente Da Bus (slang per "the Bus").
Purtroppo, se questi autobus sono molto utilizzati dai residenti, non si può dire lo stesso per i turisti. Consiglio invece a tutti quelli che vanno in vacanza a Kaua'i di utilizzarli, perché sono comodissimi, economici, efficienti e si può sperimentare meglio i costumi locali.

Il servizio, per le tratte che io ho sperimentato, è molto buono. Sempre in orario e con corse frequenti.
Certo l'auto è molto più comoda, visto che il bus deve rispettare determinati orari e impiega naturalmente tempo per le fermate intermedie. Però non costringe all'attenzione alla guida e ci si può concentrare sui paesaggi fuori dai finestrini.
Il costo fisso di una corsa (indipendentemente da quanto lunga sia) è due dollari (non proprio economico, se si tratta di una corsa breve, ma molto conveniente se si considera che è possibile girare l'intera isola). Non bisogna fare un biglietto ma si infilano direttamente i soldi dentro una cassetta a fianco dell'autista. Molto più conveniente, come abbiamo fatto noi, acquistare un abbonamento che dà diritto all'utilizzo illimitato di tutte le linee per un mese a 25 dollari.
Nella città di Lihue ci sono alcune linee che fanno servizio urbano, tra cui ce n'è una dal nome divertentissimo "Lunch Shuttle", in corsa nelle ore intorno a mezzogiorno e che ferma vicino ai ristoranti/fastfood più consueti (immagino che sia utilizzato dai lavoratori nella loro pausa pranzo).
Fuori Lihue, invece, le linee svolgono servizio sia urbano sia extraurbano. Percorrono infatti la highway e fanno frequenti deviazioni nei centri abitati, raggiungendo ospedali, scuole, centri commerciali e luoghi di utilità pubblica.

Il bello di Da Bus è l'umanità e la cordialità del servizio. Spesso l'autista si ritrova a chiacchierare con i passeggeri. Una volta l'ho sentito cantare insieme alla radio accesa "It's aloha friday, no work till monday", canzone pop hawaiiana molto comune, e poi, rivolgendosi ai passeggeri urlare "This is my song, friends!", allegro al pensiero del weekend che sarebbe cominciato a breve. Un'altra caratteristica autista era quella che ci ha accompagnato un paio di volte a Poipu: una nonnina con un cappellino adornato da teneri fiorellini che guidava lentissima nonostante le strade pressoché vuote, e ad ogni fermata ne annunciava il nome, anche se noi eravamo gli unici due passeggeri e sapeva quale fosse la nostra destinazione (la chiedono, a volte, per fini statistici).

Anche i passeggeri hanno un atteggiamento generalmente rilassato e amichevole (che differenza con la metropolitana di Milano!), e non mancano mai di salutare quando salgono e di ringraziare l'autista quando scendono. Si trova di tutto: dal ragazzo che fa il filo alla ragazza al tipo vestito da Michael Jackson che cerca di attrarre l'attenzione. L'uomo d'affari che non molla un secondo il telefonino e il nonno che sorride a tutti quelli che ne incontrano lo sguardo. In ogni caso, il più delle volte si finisce a chiacchierare con qualcuno che si incontra in vettura o alla fermata prima di salire, come se ci fosse un legame fraterno che accomuna tutti quelli che utilizzano Da Bus.

Sarebbe bello che il servizio funzionasse anche di notte, in modo da poterlo utilizzare anche per le uscite serali. Bisognerebbe potenziare le linee verso alcune destinazioni: per esempio non esiste una linea che porta in montagna (anche perché i centri abitati sono pressoché tutti connessi dalla highway che percorre quasi tutto il perimetro dell'isola). In generale sono ottimamente servite le destinazioni per i
locali, ma non altrettanto le mete turistiche. La splendida spiaggia di Poipu, ad esempio, che si trova su una deviazione dalla highway, ha una sua linea, ma le corse non sono sufficientemente frequenti, il che costringe a sprecare molto tempo nell'attesa.
Una cosa che ho trovato sgradevole è l'abitudine a tenere l'aria condizionata a paletta. Bisogna premunirsi con qualcosa da indossare, dal momento che fuori si sta in short e maglietta.
Davanti al cofano dell'autobus è sistemato anche un portabiciclette che ne può contenere fino a due. Credo che le bici viaggiano gratuitamente insieme al passeggero pagante. Questo servizio è utilizzato frequentemente: alla fermata il ciclista sistema la bici e poi sale. Non ho però capito se bisogna prenotarlo in anticipo (che succede se dovessero capitare più di due ciclisti sulla stessa corsa?). Ovviamente le vetture sono dotate di ascensore per i disabili e spazi per sistemare le sedie a rotelle.
Il servizio è dimensionato in modo perfetto (credo che a questo servano i dati statistici che ho menzionato sopra): i sedili sono spesso tutti occupati o quasi, ma raramente capita che qualcuno debba rimanere in piedi. Mi è capitata una sola volta, nell'ora di punta per gli studenti, una corsa sovraffollata (mai però qualcosa di paragonabile ai servizi pubblici delle nostre città).

Insomma, se si apprezza l'atmosfera di calma e confortevole rilassatezza che si respira a Kaua'i, Da Bus è il modo migliore per visitare l'isola.

Anche per questo post, le foto sono di Rowena

martedì 20 dicembre 2011

Escursionismo tropicale

Una passeggiata escursionistica alle Hawaii è decisamente un'esperienza diversa, per chi, come me, è abituato ai sentieri alpini.
Innanzitutto il clima. Il caldo umido rende più faticosi i movimenti. I sentieri, inoltre, tendono ad essere coperti dalla vegetazione tropicale piuttosto invadente: il sottobosco è costituito per lo più da felci che nascondono i tracciati e disorientano un po'. Le rocce sono anche quelle nascoste dalla vegetazione, per cui le indicazioni dipinte, se ci sono, non si vedono. Inoltre non c'è un servizio come quello prezioso del CAI per mantenere in ordine sentieri e paline.
Spesso sono gli escursionisti stessi che lasciano segnalazioni annodando nastri colorati ai rami.


Traccia GPS dell'escursione Honopu.
Visualizza in una mappa di dimensioni maggiori
Honopu ridge, 16 ottobre 2011

I nastri di segnalazione (arancione e rosa) si sono rivelati in effetti molto utili durante la prima delle nostre due escursioni all'isola di Kaua'i. Con R e me c'erano il figlio di R e la sua ragazza.

Raggiunto in auto l'inizio del percorso abbiamo seguito le indicazioni descritte qui. Si entra nella foresta, che, in discesa, si fa sempre più intricata. Ad un certo punto il sentiero si fa particolarmente umido e si finisce per scivolare.
Quando la foresta si apre ci si ritrova sul ciglio di un declivio particolarmente scosceso, piuttosto facile da superare se non per chi, come me, ha una innata antipatia per i precipizi. Al termine di questo breve tratto ci si arrampica un po', di nuovo

Vista dal punto di arrivo dell'escursione
nella foresta, e finalmente la vista si apre sulla stupenda costiera di Na Pali.
In realtà da qui la spiaggia, circa 1000 metri più sotto, non si vede. Si vede però il promontorio laterale che forma, con quello che ci troviamo sotto i piedi, una delle magnifiche baie di Na Pali. All'interno della vallata ci si aspetta di veder sbucare dalla vegetazione i colli dei brachiosauri, che proprio qui sotto furono protagonisti di Jurassic Park. Si possono invece scorgere degli uccelli (in realtà sono minuscoli puntini bianchi). Ogni tanto, molto più in basso, passa un elicottero turistico, anche quello difficilmente visibile. Altri puntini bianchi in mezzo all'oceano devono essere delle barche (la spiaggia nella piccola baia sottostante è inaccessibile via terra).
Ci si trova sulla cresta del promontorio, e quindi, voltando lo sguardo sull'altro lato la vista si apre su un'altra vallata. Si scorge in lontananza l'isola di Ni'ihau, l'Isola Proibita. Il sentiero qui prosegue, scendendo piuttosto ripido (e apparentemente non molto sicuro), sempre sulla cresta. Non sembra promettere una vista migliore di questa. Siamo appagati e coscienti che ci spetta il ritorno in salita. Torniamo ripercorrendo la stessa strada a ritroso.



Traccia dell'escursione Makaleha (le imprecisioni sono dovute
alla cattiva ricezione dei satelliti nella foresta)
Visualizza in una mappa di dimensioni maggiori
Makaleha Falls, 17 ottobre 2011

Altrettanto interessante, anche se totalmente diversa, è stata l'altra escursione.
Questa volta, oltre ai quattro della precedente escursione, c'erano anche il fratello e le due sorelle di R, con i rispettivi mariti. La guida era D, il fratello di R, che era già venuto qui tempo prima. Il percorso risale un torrente, e prevede numerosi guadi e tratti coperti da uno strato di fango melmoso. Avvertiti per tempo da D, abbiamo quindi adattato a queste condizioni l'equipaggiamento. I miei scarponi da trekking non andavano proprio: abbiamo quindi acquistato le apposite "Tabies", stivaletti di gomma, elastici, con la suola spessa ma morbida e ricoperta di uno strato rugoso ma soffice come il velcro. Senza questo tipo di calzature è impossibile riuscire a non scivolare. Inoltre, l'aderenza della gomma alla caviglia, simile a quella di una muta da sub, aiuta a sollevare il piede quando rimane "appiccicato" alla fanghiglia.

Guado
Il percorso è molto vario, quasi sempre immerso nella fitta foresta. Ad un certo punto si passa molto vicini ad un enorme monolito di forma cubica, che sembra un dado caduto dalle mani di un gigante. Poi improvvisamente si entra in un luogo surreale: una foresta di bamboo. Le canne, enormi e altissime, prendono il posto degli alberi, lasciando, tra l'una e l'altra, spazio sufficiente per districarsi. Qualche centinaio di metri e altrettanto improvvisamente, la vegetazione di alberi ad alto fusto e felci riprende il sopravvento. Qui il sentiero si perde, anche se non è difficile indovinare la direzione, visto che si continua a seguire il corso del fiume. Bisogna però ingegnarsi ad appoggiare i piedi sopra i tronchi o rami di alberi caduti, ricoperti di scivoloso muschio, o a passarci sotto, aggrapparsi ad altri rami o alle rocce per tenersi in equilibrio. Non si riesce a vedere il terreno, tanto è intricata la vegetazione, ma a giudicare dal livello dell'acqua, ci si trova a circa uno-due metri da terra.
L'umidità è tantissima, così che dopo qualche ora di cammino si trasforma in pioggia. Il tempo varia repentinamente, alle isole, e quindi giudichiamo che sia molto più sicuro tornare sui nostri passi. Peccato, perchè pare che in fondo al sentiero (un altro paio di chilometri) ci sia un laghetto dove si possa fare la doccia sotto la cascata.

Bellissime escursioni. Le Hawai'i evocano vacanze di spiaggia e mare, ma secondo me, soprattutto a Kaua'i, l'isola Giardino, è la struggente bellezza incontaminata dell'interno a lasciare senza fiato.

C'è qualcosa di intimo nell'esperienza di camminare nella natura, ed è stato bello condividerla con i miei parenti acquisiti. È come se, dopo queste esperienze, si fosse creato un legame

Io, nella foresta di bamboo.
Tutte le foto di questo post sono di Rowena

martedì 29 novembre 2011

L'onesta' dei ricchi

ROMA, 28 NOV – Vittorio Grilli, attuale direttore generale del Tesoro e nominato dal Cdm viceministro all'Economia rinuncera' al 70% dello stipendio.
Sara' infatti in aspettativa come dg e percepira' solo lo stipendio da viceministro.


Wow! mi sono detto quando ho sentito 'st'ansa alla radio, apprezzando una volta di piu' il nuovo corso di trasparenza ed onesta' del dopo-berlusconi.
E ho anche ammirato il senso di onesta' personale e di abnegazione al bene comune di Vittorio Grilli, che rinuncia al 70% dello stipendio per accettare una carica pubblica forse anche un po' scomoda.

Poi pero' ho fatto quattro conti, rispondendomi che il 70% di una certa quantita' di denaro non e' una espressione molto significativa se non si sa a quanto ammonta il totale. E subito mi e' venuto da pensare al mio, di stipendio. Uhm.... Start -> Tutti i programmi -> Accessori -> Calcolatrice. Il mio stipendio per 0.3... considerato il mutuo, considerato che siamo in due a sopravviverci sopra, anche ammesso di ammazzare i cani ed utilizzarli come riserva proteica facendoli arrosto, direi che sopravviveremmo... uhm.... mazza giornata. Forse, tirando un po' la cinghia, anche una giornata intera.

E poi ho sentito che l'anno prossimo l'Italia sara' in recessione, il che significa posti di lavoro in meno (come se ora ne avessimo da vendere).
E poi ho anche sentito che l'Europa ci impone un ritocco dell'articolo 18, per creare posti di lavoro. Cioe', coloro che, come me, hanno gia' un posto di lavoro potranno perderlo (rinunciando a... uhm.... il 100% del loro stipendio) con sempre meno speranza di trovare un altro posto di lavoro, ma lo faranno per una giusta causa: la creazione di nuovi posti di lavoro.

Consideravo, tra me e me, il distacco piu' totale tra le istituzioni e il cittadino.

lunedì 21 novembre 2011

Sit down, relax, eat, eat, eat...

"Siediti, rilassati, mangia, mangia, mangia..." è l'espressione di accoglienza che frequentemente ti rivolgono gli hawaiiani. Anche lì, come nella nostra cultura, il cibo assume un valore sociale, ma il convivio ha una forma diversa. La differenza sta nella "geometria". In Italia si mangia tutti seduti intorno al tavolo, assieme (anzi, è scortese iniziare quando non siano tutti pronti). Alle Hawaii (e, credo, in genere negli States), è più comune il buffet. Ognuno si serve riempiendosi il piatto, e non è infrequente che non esista nemmeno un tavolo. Si mangia ognuno un po' come vuole: in piedi, seduti su sedie o poltrone, lasciandosi trasportare dagli eventi nella formazione di gruppetti di conversazione più o meno grandi.

Luau
Luau è una parola del linguaggio dei nativi hawaiiani che significa più o meno "festa". Lo spirito è quello di ritrovarsi in un luogo per condividere un momento di incontro. Tradizionalmente gli invitati portano del cibo che poi viene condiviso tra tutti.

Il luau a cui ho partecipato nelle mie vacanze hawaiiane è stato organizzato nel Community Center della zona, in occasione del family reunion di mia moglie R.
Gli invitati erano i parenti diretti delle famiglie originate dalla defunta nonna di R, immigrata nelle Hawaii dalle Filippine. Eravamo circa duecento: un buon successo visto che la maggior parte di quei parenti si sono sparpagliati un po' ovunque nel mondo.

Il personaggio più tipico della festa era Patty Boy, un cugino dall'età indefinibile con lunga e folta chioma canuta raccolta in una coda di cavallo. Voce potente e profonda.

La cena al Luau
Quando siamo arrivati con i nostri cognati lui si è immediatamente fiondato dalla sorella di R (che abitualmente abita nello stato di Washington) accogliendola con un caloroso "Welcome to my cos from Italy" ("un benvenuto a mia cugina dall'Italia"). Quando gli abbiamo fatto discretamente notare l'errore ha ripetuto ad R la stessa formula, e mi ha abbracciato calorosamente con un "Thank you for taking care of my cos" ("grazie per prenderti cura di mia cugina").
Patty Boy, come gesto di accoglienza, mi ha messo al collo un lei di ti leaves (foglie di una pianta tropicale), e rispondendo al mio "i am honored" ("sono onorato") non ha perso l'occasione di sottolineare (forse con un po' eccessivo pathos) quanto fossimo fortunati a vivere quell'occasione di rinsaldare l'unità della famiglia.
Ecco, Patty Boy è quello che mi pare incarni meglio, quasi una caricatura, lo spirito di accoglienza totalmente sincero e disinteressato delle Hawai'i.

La cena era disposta su una lunga tavolata con grossi vassoi, pentole e piatti da portata. Il nostro contributo non poteva che essere qualcosa di tipicamente italiano: abbiamo farcito un numero considerevole di cialde di cannoli con ricotta dolce fresca e frutta candita. Il risultato non era affatto male, infatti sono spariti in pochi minuti.

Kalua pig

La preparazione del Kalua pig
La cosa più tipica della tavolata era il kalua pig.
Il modo originario hawaiiano per cucinare il maiale è quello di avvolgerlo intero in foglie di banana e così sotterrarlo in una buca in cui sono state depositate delle pietre arroventate di roccia vulcanica. Il maiale poi è ricoperto di altre pietre roventi e di sabbia. Dopo una quantità di tempo considerevole si scopre il tutto e il maiale si scarta dalle foglie di banana, bell'e cotto.
Abbiamo avuto la fortuna di poter assistere alla preparazione del kalua pig con metodi un poco più "evoluti". Il maiale, dentro le foglie di banana, era stato avvolto in carta d'alluminio e appoggiato in una gabbia di metallo. A sua volta la gabbia era appoggiata sulle pietre roventi all'interno di una buca, ed il tutto era ricoperto con stracci umidi e una apposita coperta di materiale plastico. Noi siamo giunti al luogo della preparazione durante il pomeriggio, nel momento in cui lo stavano scoprendo, ed abbiamo avuto l'occasione di assaggiarlo ancora rovente.

Poke
Tipicamente il kalua pig si accompagna con il poi, cioè una specie di puré di taro, un tubero tropicale dal colore grigio-rosa e sapore dolciastro. Il poi si mangia raccogliendolo da una ciotola con due dita ("two fingahs")

Poke
Un altro tipico modo di mangiare alle hawaii è il poke. Si tratta, più che di pranzo o cena, di spuntino. Il poke viene venduto nel reparto gastronomia dei piccoli supermercati, riforniti direttamente dai pescatori locali, come avviene a Hishihara market.

Lo chef di Chicken in a Barrel
Il pesce, freschissimo, viene tagliato a cubetti ("bite size") e marinato in salse e spezie. In genere si mangia con i chopsticks stile cinese.

Chicken in a Barrel
Una esperienza divertente è stata andare a pranzare in banchetti poco più che improvvisati ai bordi delle strade in riva al mare. Chicken in a Barrel è uno di questi. Un solo personaggio con vistoso cappello da cowboy accetta ordinazioni da una finestra in una casetta di legno,

Saimin
cucina il pollo sulla griglia sistemata sopra ad un fuoco mantenuto in un bidone di latta (un "barrel", appunto) e serve ai tavoli disposti sul prato circostante.

Saimin
Le Hawai'i sono un ricettacolo di tradizioni portate da chi vi è immigrato nelle varie fasi della storia. Grande è la comunità dei giapponesi, e quindi popolare è la cucina di quella provenienza. Uno dei miei posti preferiti è il ristorante giapponese Kintaro, dove ho assaggiato il miglior sushi della mia (limitata) esperienza. Ma un locale che non mi faccio mai perdere, quando vado a Kaua'i, è Hamura Saimin. Il saimin, il locale e i gestori somigliano molto a quelli descritti nel film The Ramen Girl. "Saimin", in effetti, è la denominazione hawaiiana del ramen. Il menù è piuttosto limitato, ma non importa. L'unica ordinazione che abbia un senso in quel locale è, appunto, il saimin.

Tutte le foto di questo post sono state prese dal blog di R: http://rubbahslippahsinitaly.blogspot.com/

lunedì 7 novembre 2011

In nome delle scimmie...

Allora, vorrei parlare del luau o di altre amenita' delle Hawaii, ma per quelle cose mi serve un po' piu' di serenita' d'animo, e adesso invece mi preme un altro post politico.

Premessa:
Io mi ritengo di sinistra, sicuramente, anche se fatico ad identificarmi in un partito di sinistra esistente (credo che questo "anche se" sia il dramma di tutto il popolo della sinistra... sbaglio?).
E in quanto di sinistra credo che Berlusconi se ne dovrebbe andare. O meglio, credo che l'uscita di scena di Berlusconi sia l'unico modo per salvare l'Italia dal fondo del baratro in cui stiamo rovinosamente precipitando. Credo e ho sempre creduto, da che Berlusconi ha cominciato a calcare la scena politica (e invero anche da prima!), che Berlusconi sia un ladro, un mafioso, uno che e' totalmente indegno a rappresentare i cittadini italiani (e non per merito di questi, ma per demerito di quello). Da subito (ricordo in particolare che la prima volta che ho cominciato a temere per l'Italia e' stato quando Emilio Fede ha fatto il primo TG speciale sulla prima guerra del Golfo) ho capito che Berlusconi aveva troppo potere, e che lo avrebbe esercitato per i propri interessi, in competizione con gli interessi dei cittadini.
Credo quindi che Berlusconi debba sparire dalla scena politica, e credo che anche quando lo facesse, dovremmo rimanere all'erta che non ne combini qualcun'altra per salvarsi il proprio e per vendere il culo dell'Italia.
Che se ne vada, in nome dell'Italia, dell'Europa, di Dio, e anche delle Scimmie, come dice Staino l'evoluzionista.

Ora,
Detto questo, pero', quando Berlusconi dice che rimarra' al potere finche' il suo governo sara' sostenuto da una maggioranza, ritengo che, anche se le sue motivazioni per dire cio' sono tutt'altre, non stia affatto contravvenendo alle regole. Anzi.
Sapevo che siamo in una democrazia, e in una democrazia il popolo e' sovrano. Siamo in una democrazia rappresentativa, e quindi in rappresentanza del popolo il Parlamento e'
sovrano. Non il presidente del consiglio o il presidente della repubblica, ma il Parlamento. E dove il Parlamento sostenesse il governo, il presidente del Consiglio non solo ha il diritto, ma anche il dovere di governare.
Come dicevo nella mia premessa tuttavia auspico (con la stragrande maggioranza del popolo italiano, spero), che Berlusconi se ne vada. Ma ritengo quanto mai bizzarro soltanto supporre che a decidere questa dipartita sia Berlusconi stesso, che sta li' per interessi personali, e quand'anche non avesse interessi personali dovrebbe stare li' per mandato democratico.
Non e' Berlusconi che deve fare un passo indietro. E' piuttosto il Parlamento che, capendo che Berlusconi non e' in grado di governare, dovrebbe sfiduciarlo.
Io sono ingenuo si', ma non cosi' tanto. Non e' che credo che i parlamentari non abbiano capito che Berlusconi se ne deve andare. E' che e' loro convenienza rimanere dove stanno. E' che sono tutti stati comprati da Berlusconi. Tutti? Be', non tutti. Ci sono quelli che dalla prima ora erano Berlusconiani convinti, credo. Quelli non sono stati comprati. No, credo che ad essere stati comprati siano tutti quegli Scilipoti che sono stati nominati dalle opposizioni, non dalla maggioranza. Insomma, se io dovessi comprarmi qualcosa non mi comprerei una cosa che gia' ho. Mi comprerei una cosa che appartiene a qualcun altro.
Berlusconi, se dovesse contare solo sui parlamentari che furono nominati alle ultime elezioni nelle sue fila (PdL+Lega+AN o come diavolo vogliamo chiamare i postfascisti), non avrebbe la maggioranza da tempo. Invece ce l'ha perche' puo' contare su alcuni parlamentari nominati dai partiti dell'opposizione che ora hanno cambiato bandiera. E non e' che li si puo' assolvere dicendo che hanno cambiato sinceramente opinione. No, sono indifendibili perche' hanno venduto il mandato popolare per trenta denari.
Cioe', praticamente, noi, popolo della sinistra, abbiamo votato dei partiti che hanno nominato delle persone le quali poi, per un pugno di soldi, hanno fatto esattamente il contrario di cio' che noi implicitamente abbiamo chiesto loro. E ora siamo qui a chiedere a Berlusconi di fare un passo indietro? Ma in nome di Dio, se ne vadano loro, tanto per cominciare! Quei corrotti nominati dalle opposizioni! Sono loro che hanno venduto l'Italia.

Ma com'e' potuto essere?
Vien da chiedersi come sia possibile questo mercato di Parlamentari. Io una (parziale ma indubbia) risposta ce l'avrei. Il mercato delle vacche e' l'effetto del Porcellum (tanto per usare un linguaggio da fattoria). Un sistema elettorale che prevede che i parlamentari siano nominati dai partiti e non eletti dal popolo, un candidato, se vuole godere degli stessi privilegi ed essere nominato di nuovo deve fare l'interesse di chi potenzialmente puo' nominarlo di nuovo. Quindi quello che paga di piu'. Berlusconi.
Ma uno fa il deputato per godere di privilegi? Be', chiediamo conto di questa affermazione immorale a chi ha nominato quei brutti ceffi.
Mi si dira' che il Porcellum e' stato inventato da uno che stava dalla parte di Berlusconi. Si', e' vero. Ma, almeno a parole, lo stesso tipo che l'ha inventato si e' anche pentito di averlo fatto. Era pronto a fare un passo indietro per riformare la legge elettorale appena riformata, ma invece no. Proprio Veltroni (e non dico uno sfigato di un insignificante partitino della sinistra, ma il leader della piu' grande forza d'opposizione) ha deciso di affrettarsi a cavalcare proprio quella Porcheria, e non per governare, ma per rafforzare il potere di quel partito, e magari il suo personale all'interno di esso. Praticamente a chiedere a Berlusconi di dimettersi e' quel PD che per interesse politico ha cavalcato il Porcellum che e' causa della corruzione del Parlamento che e' a sua volta la base del sostegno a Berlusconi.
Ma solo io ci vedo qualcosa di contraddittorio in questo?

E dopo?
Che poi, supponiamo che Berlusconi se ne vada finalmente a casa.
Il PD ha detto, in coro con tutte le forze di opposizione, che a quel punto la sinistra e' pronta per governare, e per condurre l'Italia alla salvezza.
Certo io credo che finche' Berlusconi e' al potere l'Italia cadra' sempre piu' in basso. Ma non credo di sicuro che la causa della primavera Italiana potra' mai essere l'uscita di scena di Berlusconi. Ci vorrebbe qualcuno che faccia qualcosa.
Bersani si dice pronto a fare questo qualcosa.

Tra parentesi:
A me l'idea di un governo tecnico non piace affatto, perche' da che mondo e mondo i governi tecnici servono per prendere decisioni impopolari senza che le forze che lo sostengono se ne prendano le responsabilita'. In altre parole ho paura che un governo tecnico finira' per ridure i diritti dei lavoratori, le liberta' sociali, i soldi e i servizi ai cittadini (esattamente come Berlusconi ha promesso all'Europa di fare), perche' tanto alla fine non sara' colpa di nessuno. In conclusione ci fara' subire lo stesso prezzo del governo Berlusconi, ma ce lo fara' accettare con meno lacrime.
Il governto tecnico non mi piace, ma per uno politico ci vorrebbero le elezioni. E anche ammesso di avere il tempo di farle, e' impensabile farle con il Porcellum. E quindi il governo tecnico e' necessario per ricoprire il tempo tecnico di superare il momento critico e nel frattempo aprire la strada alle elezioni con un sistema nuovo.
...sempre che il governo tecnico si ricordi di riformare il sistema elettorale, altrimenti saremo da capo, perche' finira' che in Parlamento ci andranno dei corrotti che, per proprio interesse personale faranno l'interesse di chi paga meglio, che si chiami Berlusconi o no.
Chiusa parentesi.

Bersani si dice pronto a fare questo qualcosa, dicevo. Ma non sara' una buona idea spiegarci anche di che cosa si tratta? Fugherebbe i dubbi che anche un governo di centrosinistra - tecnico o no che sia - abbia la minima idea di come uscire da questo arrocco. Che' invece Bersani ha ben chiaro che cosa bisogna fare, vero? Sembra stia ripetendo da giorni proprio questo concetto.

C'e' almeno una manciata di blogger che seguo che mi direbbero che qualunque schifezza di governo di qualunque colore sara' senz'altro meglio di Berlusconi. E' vero. Meglio, ma non sufficiente.
Cioe', non e' troppo difficile trovare uno che governi meglio di Berlusconi. Anche uno che facesse andare la situazione un po' meno male di quanto faccia Berlusconi sarebbe meglio di Berlusconi, ma la situazione continuerebbe ad andare molto male. Se poi, tamponando la crisi, volessimo anche risparmiare i diritti degli Italiani, allora non ci serve un qualunque imbecille meglio di Berlusconi, ma uno bravo.
E chi e' quello bravo? Bersani?