Tutto e' cominciato a novembre 2011. Anzi, no, qualche mese prima.
Ho cominciato a sentire un fastidio all'interno coscia destro, proprio sul nervo.
Questo fastidio si trasforma in dolore quando piego la gamba destra a squadra, tipo per esempio quando mi siedo a terra a gambe incrociate. In quel caso non riesco ad abbassare il ginocchio verso terra senza provare dolore a quel nervo.
Non e' che sia un gravissimo fastidio, invero, perche' se non mi metto in quella posizione non c'e' alcun problema. Nemmeno se faccio sforzi o attivita' sportive (nuoto, bici, camminate in montagna). Pero' volevo accertarmi che quel problema non fosse in realta' il primo sintomo di qualcosa di piu' grave. Ne' volevo portarmi dieto quel fastidio per il resto dei miei giorni, per cui, visto che dopo qualche mese la situazione era rimasta invariata, a novembre ho deciso di dirlo al mio medico curante (che chiamero' dott.ssa G - dove G sta per medico Generico).
La dott.ssa G non l'ha dipinta molto grave, confermando i miei sospetti che si trattasse di uno strappo muscolare o una tendinite, e mi ha detto che si sarebbe probabilmente presto risolto da se'.
E invece non si e' risolto niente. Da allora ho ripetuto la cosa alla dott.ssa G svariate volte, fino ad arrivare al luglio scorso, quando le ho fatto notare che il sintomo era rimasto pressoche' invariato per circa un anno. Allora, la dott.ssa G mi ha palpato al basso ventre e mi ha chiesto di tossire. Mi ha detto che sentiva un "rimbalzo" e mi ha prescritto un esame specialistico dal chirurgo, perche' c'era una sospetta ernia inguinale.
La mia cultura medica si limita ai corsi di anatomia pane-e-salame organizzati dalla Croce Rossa, ed a circa sette anni di pratica sul campo come volontario in ambulanza, ma ammetto che non sapevo cosa fosse in dettaglio un'ernia inguinale, per cui mi sono fatto spiegare:
L'ernia inguinale e' una lacerazione dell'inguine proprio alla base dell'intestino. Puo' essere che si tratti di un'ulcera e quindi ci sia una parte di intestino che fuoriesce dal legamento inguinale, nel qual caso si vedrebbe un rigonfiamento sulla pancia, oppure la lacerazione e' (al momento) piu' contenuta, nel qual caso l'inguine continuerebbe a svolgere la sua azione contenitiva e quindi non si vedrebbe. In quest'ultimo caso si parla di "punta d'ernia".
Sono un tipo un po' ipocondriaco, ammetto. Se un medico mi dice che ho un problema, comincio a preoccuparmi, e nulla valgono i suoi tentativi di rassicurazione. La dott.ssa G dice che primo non e' il caso di fasciarsi la testa prima di rompersela (l'esame dal chirurgo serve appunto per chiarire la faccenda), secondo anche nel caso peggiore in cui si dovesse operare, l'operazione e' facile, tanto che in genere la fanno eseguire ai chirurghi freschi di specializzazione (l'idea di farmi operare da uno senza esperienza non e' che mi sia stata di molto conforto, ma questa considerazione me la sono tenuta per me).
Va be'. Prendo l'appuntamento per la visita dal chirurgo. Vado al poliambulatorio e mi faccio visitare dalla dott.ssa C (C come Chirurgo), aiutata da un'infermiera. L'esame somiglia a quello fatto dalla dott.ssa G, cioe' una palpazione alla base della pancia con simulazione di attacco di tosse. La dott.ssa G mi ha anche esaminato il testicolo ed ha ripetuto l'operazione sul lato sinistro (dove non ho alcun disturbo). Anche lei mi dice che potrebbe esserci un'ernia, quindi mi prescrive un'"ecografia inguino-scrotale bilaterale". In base al referto di questo esame avrebbe deciso se debbo essere operato oppure no. Anche la dott.ssa C cerca di tranquillizzarmi invano.
Okay. Telefono al numero unico della regione per la prenotazione dell'ecografia. Trovo l'operatore al telefono un po' imbarazzato perche' apparentemente non sa cosa sia una ecografia inguino-scrotale. Strano, di solito gli operatori a questo numero sono abbastanza preparati in materia. Vabbe', mi dice che si deve consultare con qualcuno e che mi richiamera'. Quando lo fa, alla fine, mi assegna un appuntamento per ieri.
Ieri vado all'accettazione e anche la persona allo sportello non sa cosa sia una ecografia inguino-scrotale. Morale decide la tariffa piu' o meno a caso e mi spedisce all'ambulatorio della dott.ssa E (come Ecografista) (che in tutta questa vicenda siano coinvolte solo donne e' una pura coincidenza - un po' imbarazzante, invero, vista la parte del corpo in questione).
Mi irrito un po', perche' anche la dott.ssa E mi dice che la dicitura della ricetta e' scorretta (ma io che ne so?). Tuttavia la richiesta e' chiara, visto che nella prescrizione e' specificato "sospetta ernia inguinale bilaterale".
Lo stupore della dott.ssa E e' dovuto ad un problema procedurale, che mi spiega piu' o meno in questi termini:
Se l'ernia fuoriesce dal legamento inguinale dovrebbe essere visibile come rigonfiamento. Se cosi' fosse, l'ecografia sarebbe utile per escludere cause diverse. Ma non e' questo il caso, visto che non si vede niente. Se invece fosse una "punta d'ernia", la cosa potrebbe essere diagnosticata tramite la palpazione da parte dello specialista, ma l'ecografia risulterebbe inutile, perche' non sarebbe in grado di rilevarla.
Quindi, deduco, l'ecografia prescritta non serve a nulla, perche' al piu' escluderebbe un caso gia' escluso a priori.
Per di piu', quando le descrivo i sintomi, la dott.ssa E mi dice, testuali parole, "non si e' mai vista un'ernia cosi' bassa!" (riferendosi alla zona in cui provo dolore) e mi dice che secondo lei il disturbo e' legato al muscolo o al tendine (cioe' conferma la mia auto-diagnosi pane-e-salame di un anno prima).
Mi chiede riguardo alla perplessita' che legge nel mio sguardo. Dico "e' che scoccia farmi un'ecografia inutilmente". Cerca di rassicurarmi a riguardo, dicendo che non e' proprio inutile: l'ecografia puo' comunque evidenziare che c'e' o che non c'e' qualcosa che non va. Certo non e' utile ai fini dell'ernia.
Io penso ai soldi sprecati da me e dallo Stato (che poi sono ancora io) per quell'esame, ma non dico niente. Chiaramente la dott.ssa E e' tenuta a farmi l'ecografia per cui ho pagato, e, credo per giustificare il palese disservizio, mi fa bell'esame completo: inguine, testicoli, vescica, reni, fegato, milza, pancreas. Tutto a posto (anche quel piccolo calcolo che pensavo di avere al rene, non c'e'). Quindi sono contento, al momento.
Me ne vado con il referto in mano, che stasera portero' alla dott.ssa G.
Ma poi ci penso, e credo stasera le esporro' i miei dubbi.
1) Di chi mi devo fidare? La dott.ssa G implicitamente ammette di non essere in grado di diagnosticare con certezza la mia ernia, infatti mi prescrive una visita specialistica dalla dott.ssa C. La dott.ssa C, per diagnosticarla, ha bisogno di una ecografia. Ma la dott.ssa E mi dice che una ecografia non e' in grado di farlo. Chiaramente mi posso fidare della dott.ssa C o della dott.ssa E, ma di sicuro non di entrambe contemporaneamente, visto che si contraddicono a vicenda. Ora, io non e' che abbia assoluto bisogno di fidarmi di qualcuno, ma l'ernia ce l'ho o no? E non e' un dubbio irrilevante: fare un'ecografia inutilmente e' un conto, ma non e' che posso farmi operare cosi' a casaccio.
2) Naturalmente, indipendentemente dal fastidio alla coscia, io potrei avere un'ernia oppure no. Ammesso che riesca ad ottenere una diagnosi piu' fondata, sarebbe meglio che me la curi. Ma sicuramente, comunque andra', il fastidio alla coscia ce l'avro' ancora, visto che (mi pare appurato) non ha niente a che vedere con l'ernia.
Il fatto e' che ho speso quasi 90 euro, in questa vicenda (28.50 per la visita specialistica e 61 per l'ecografia), ma ora ho piu' dubbi di prima.
Non e' che pretendo che la medicina sia una scienza esatta, ma un minimo di coerenza dovrebbe pur avercela, no?
martedì 11 settembre 2012
giovedì 30 agosto 2012
Asìntoto verticale
La destra, antica e callosa, il palmo rivolto verso l'alto, appena incurvato a cucchiaio, in un moto lento ma deciso verso la superficie legnosa, per poi scivolare di lato come ad accarezzare amorevolmente col dorso della mano un invisibile corpo steso sul tavolo. Oppure come tastando delicatamente con i polpastrelli e il palmo una sfera immaginaria di aria soffice sospesa proprio li'.
Lo sguardo, Lui, lo manteneva puntato con dolcezza su di me, a dispetto del volto che sincronicamente seguiva, in modo appena accennato, il moto della mano, parallelamente al braccio. La schiena stanca incurvata in avanti. L'altra mano, aperta, appoggiata sul tavolo, lo manteneva in equilibrio.
Quel gesto era un invito a prendere posto sulla sedia di fronte a lui, come avesse qualcosa di importante da dirmi.
Sapevo che era cosi'. Era sempre cosi', con Lui. Se mi diceva qualcosa, doveva trattarsi di qualcosa di importante.
Tutto sta nel definire che cosa sia importante, avrebbe detto Lui. Anzi no. Non l'avrebbe detto, ma l'avrebbe sicuramente pensato. Che, in fondo, in questo concetto e' racchiuso tutto il significato della vita. Lui lo sapeva, cosa e' importante, ed io mi fidavo ciecamente di Lui anche se la mia mente e il mio corpo giovane non riuscivano a liberarsi di mille pensieri e pulsioni. In effetti non conoscevo un modo diverso di essere. Pieno di passione, di entusiasmo di fare, di progetti da realizzare. Alla fine la cosa importante rischiava sempre di rimanerci nascosta dietro. Ma Lui no. Lui vedeva. Con chiarezza.
Come tirate dai fili di una marionetta, le mie labbra abbozzano appena un sorriso, quasi imbarazzato, che rivela la mia volonta' di accettare il suo invito. A sedermi ed ascoltare. Lui mi risponde con un invisibile guizzo degli occhi.
Con passo goffo mi avvicino alla sedia. L'aria e' dolce dell'uva fragola matura appesa al pergolato sopra di noi.
Complice la calura estiva, appena rotta da una debole brezza, la situazione mi ricorda... gia': cosa mi ricorda? Dev'essere una di quelle esperienze che chiamano deja vu, perche' io so di essere gia' stato qui, con Lui, adesso, nel passato. O nel futuro.
Muovo un poco la sedia per potermici sedere sopra, lentamente, per non fare rumore e danneggiare il momento grave. Mi siedo, continuando ad osservarlo. Ha una camicia con un disegno tartan rosso e blu, a maniche lunghe rimboccate. E sopra la camicia un paio di bretelle. Lui lascia il tavolo e si appoggia stanco al bastone da passeggio. Afferra con l'altra mano lo schienale della sedia e lentamente si siede. Mi guarda negli occhi a lungo. Alla fine annuisce. Non a me, ma a se stesso, per confermare la decisione presa sul mio conto.
Afferra la bottiglia di vino. E' una bottiglia senza etichetta, col tappo a vite. Riempie i due bicchieri fino a meta'. Sono bicchieri di vetro spesso, da osteria, di quelli che anche se cadono difficilmente si rompono. Appoggia di nuovo la bottiglia al tavolo e con un movimento della mano verso di me mi invita a berne. Afferro il bicchiere. Afferra il suo. Beviamo. Lui assapora il suo vino chiudendo gli occhi.
Riappoggiamo i nostri bicchieri al tavolo, lentamente. Spezza il silenzio solo il ronzio degli insetti tra i grappoli.
Sbilanciandosi ruota la sedia in modo da poter vedere l'intera vigna. La guarda. La osserva. Io seguo il suo sguardo. Poi guarda me. Mi osserva. Torna sulla vigna, con un gesto della mano, ad indicare non un punto preciso, ma il tutto. Tutta la vigna, tutta la vallata, tutto il mondo.
Mi scruta di nuovo. Come un amico, un fratello, un padre, un nonno. Il volto come un ulivo millenario. Socchiude poco gli occhi, come per mettere a fuoco l'essenza di cio' che vede dentro di me.
E parla.
Un soffio di voce a stento udibile, mentre annuisce appena.
"Domani...".
So che a dispetto della parola sospesa, non arrivera' alcun seguito. Ma non e' necessario.
Abbassa un poco lo sguardo e torna a fissare l'infinito attraverso la vigna. Gli occhi lucidi. E ripete, con voce ancora piu' bassa, questa volta rivolgendosi solo all'enormita' di se stesso.
"Domani..."
E qui la curva del tempo ha un asìntoto verticale.
Lo sguardo, Lui, lo manteneva puntato con dolcezza su di me, a dispetto del volto che sincronicamente seguiva, in modo appena accennato, il moto della mano, parallelamente al braccio. La schiena stanca incurvata in avanti. L'altra mano, aperta, appoggiata sul tavolo, lo manteneva in equilibrio.
Quel gesto era un invito a prendere posto sulla sedia di fronte a lui, come avesse qualcosa di importante da dirmi.
Sapevo che era cosi'. Era sempre cosi', con Lui. Se mi diceva qualcosa, doveva trattarsi di qualcosa di importante.
Tutto sta nel definire che cosa sia importante, avrebbe detto Lui. Anzi no. Non l'avrebbe detto, ma l'avrebbe sicuramente pensato. Che, in fondo, in questo concetto e' racchiuso tutto il significato della vita. Lui lo sapeva, cosa e' importante, ed io mi fidavo ciecamente di Lui anche se la mia mente e il mio corpo giovane non riuscivano a liberarsi di mille pensieri e pulsioni. In effetti non conoscevo un modo diverso di essere. Pieno di passione, di entusiasmo di fare, di progetti da realizzare. Alla fine la cosa importante rischiava sempre di rimanerci nascosta dietro. Ma Lui no. Lui vedeva. Con chiarezza.
Come tirate dai fili di una marionetta, le mie labbra abbozzano appena un sorriso, quasi imbarazzato, che rivela la mia volonta' di accettare il suo invito. A sedermi ed ascoltare. Lui mi risponde con un invisibile guizzo degli occhi.
Con passo goffo mi avvicino alla sedia. L'aria e' dolce dell'uva fragola matura appesa al pergolato sopra di noi.
Complice la calura estiva, appena rotta da una debole brezza, la situazione mi ricorda... gia': cosa mi ricorda? Dev'essere una di quelle esperienze che chiamano deja vu, perche' io so di essere gia' stato qui, con Lui, adesso, nel passato. O nel futuro.
Muovo un poco la sedia per potermici sedere sopra, lentamente, per non fare rumore e danneggiare il momento grave. Mi siedo, continuando ad osservarlo. Ha una camicia con un disegno tartan rosso e blu, a maniche lunghe rimboccate. E sopra la camicia un paio di bretelle. Lui lascia il tavolo e si appoggia stanco al bastone da passeggio. Afferra con l'altra mano lo schienale della sedia e lentamente si siede. Mi guarda negli occhi a lungo. Alla fine annuisce. Non a me, ma a se stesso, per confermare la decisione presa sul mio conto.
Afferra la bottiglia di vino. E' una bottiglia senza etichetta, col tappo a vite. Riempie i due bicchieri fino a meta'. Sono bicchieri di vetro spesso, da osteria, di quelli che anche se cadono difficilmente si rompono. Appoggia di nuovo la bottiglia al tavolo e con un movimento della mano verso di me mi invita a berne. Afferro il bicchiere. Afferra il suo. Beviamo. Lui assapora il suo vino chiudendo gli occhi.
Riappoggiamo i nostri bicchieri al tavolo, lentamente. Spezza il silenzio solo il ronzio degli insetti tra i grappoli.
Sbilanciandosi ruota la sedia in modo da poter vedere l'intera vigna. La guarda. La osserva. Io seguo il suo sguardo. Poi guarda me. Mi osserva. Torna sulla vigna, con un gesto della mano, ad indicare non un punto preciso, ma il tutto. Tutta la vigna, tutta la vallata, tutto il mondo.
Mi scruta di nuovo. Come un amico, un fratello, un padre, un nonno. Il volto come un ulivo millenario. Socchiude poco gli occhi, come per mettere a fuoco l'essenza di cio' che vede dentro di me.
E parla.
Un soffio di voce a stento udibile, mentre annuisce appena.
"Domani...".
So che a dispetto della parola sospesa, non arrivera' alcun seguito. Ma non e' necessario.
Abbassa un poco lo sguardo e torna a fissare l'infinito attraverso la vigna. Gli occhi lucidi. E ripete, con voce ancora piu' bassa, questa volta rivolgendosi solo all'enormita' di se stesso.
"Domani..."
E qui la curva del tempo ha un asìntoto verticale.
venerdì 17 agosto 2012
La proprieta' della tecnologia
Anni fa ho letto un racconto di Asimov, mi pare inserito nella raccolta Io Robot, in cui si narrava di un futuro piu' o meno prossimo dove quelli che potevano (all'inizio pochi privilegiati, poi piu' o meno tutti) si slegavano dalla necessita' di andare al lavoro, acquistandosi un robot che lo facesse per loro. Il robot aveva due braccia, due gambe, una testa con due occhi... insomma, si trattava di una macchina antropomorfa che durante la giornata lavorativa faceva le esatte cose che fa un lavoratore, a partire dall'uscire di casa con la valigetta in mano, prendere l'autobus eccetera.
Io questa storia l'ho letta moltissimi anni fa, e quindi non so fino a che punto e' Asimov che parla o la mia immaginazione che ci ha fantasticato su'.
Pero' ricordo la prima riflessione che ci feci sopra, vedendomi mentalmente la scena dell'operaio-robot al lavoro in catena di montaggio. Mi sono chiesto perche' mai quella macchina dovesse avere mani come le nostre, che sono strumenti eccezionali in generale ma di sicuro non ottimizzate affatto a determinati compiti come ad esempio avvitare viti (tant'e' vero che il buon Dio ha inventato il cacciavite per aiutarci in questo compito). Insomma, perche' un robot che avvita viti dovrebbe avere una cosa articolata come una mano per afferrare in un modo molto complicato un cacciavite anziche' una specie di protesi tipo un avvitatore elettrico che compie lo stesso lavoro in modo molto piu' efficiente, da tutti i punti di vista, compreso quello della produttivita'?
E allora, da questa riflessione se ne possono ricavare mille altre. Ad esempio, perche' il robot dovrebbe avere un sistema di telecamere posizionato su una testa antropomorfa in modo da analizzare le immagini rilevate per realizzare un fine talmente stupido come centrare la testa di una vite con la punta di un cacciavite (o della protesi avvitatrice)? Non sarebbe piu' semplice e piu' efficace un sistema in cui nella catena la vite si posizionasse sempre nell'esatto punto e quindi l'utensile per avvitarla ci si appoggiasse sopra alla cieca? Ci libereremmo di strumenti delicati come le telecamere e soprattutto di algoritmi complicatissimi di riconoscimento di immagini!
Le gambe e i piedi dell'uomo sono organi formidabili perche' possono eseguire compiti tra i piu' diversi, ma se il loro unico scopo fosse recarsi da casa al lavoro e viceversa, forse sarebbero piu' semplici ed efficienti quattro zampe, o addirittura sei come gli insetti (i primi prototipi di macchine camminanti sono stati realizzati appunto con sei gambe, caratteristica che offre maggiore stabilita' e minore complicatezza di realizzazione). Addirittura, posto che non ci fossero drammatiche barriere architettoniche, la macchina potrebbe avere ruote anziche' gambe: potrebbe funzionare decisamente meglio di una carrozzina per paraplegici. Curiosity (il veicolo inviato su Marte) si muove su sei ruote, ed e' stato progettato per affrontare un percorso accidentato per definizione.
Estendendo questo discorso ci si potrebbe chiedere perche' mai un robot che debba solo lavorare al posto mio dovrebbe ritornare a casa la sera per poi recarsi al posto di lavoro la mattina. Finirei per dover risolvere il problema di trovargli un posto dove riporlo perche' non intralci. Tanto vale lasciarlo al suo posto di lavoro, dove altrimenti rimarrebbe dello spazio vuoto inutilizzato. Oltretutto, in questo modo i nostri personal robot eviterebbero di intasare il traffico. Ed avremmo risolto il problema della mobilita': se non si deve muovere non ha bisogno ne' di gambe ne' di ruote.
Certo, se ci fosse l'esigenza di liberare il posto del mio robot in catena di montaggio per far spazio al robot del mio collega che ricopre il turno successivo, allora sarebbe un altro paio di maniche.
Ripensandoci, pero', ma perche' io e il mio collega dovremmo avere due robot uguali che fanno lo stesso lavoro in tempi diversi? A questo punto potremmo acquistare un solo robot in coproprieta'. Quel robot sara' mio schiavo nel turno affidato a me e schiavo del mio collega nel turno affidato a lui.
Certo verrebbe da chiedersi, visto che il lavoro lo fa sempre lo stesso robot, perche' dovremmo avere, io e il mio collega, un robot in coproprieta'. Il mio robot me lo compro io e copro sia il mio turno, sia quello del mio collega. Che magari verrebbe licenziato, ma io mi farei il doppio salario standomene a casa a grattarmi la pancia. Gia', potrei sopportare quel piccolo problema di coscienza. Del resto, il mio collega, se vuole, puo' anche cercarsi un altro lavoro e far lavorare un robot uguale al mio, facendosi gli stessi soldi a fine mese. Se lo trova.
Perche' poi, portando questo discorso al limite, invece che pagare il salario a un numero di dipendenti, sufficienti per far coprire tutti i posti di lavoro ai loro robot, l'azienda potrebbe acquistare da se' i robot e lasciare a casa tutti i dipendenti.
Uhm.... lasciare a casa... il lavoro in effetti lo fanno i robot, e i dipendenti sono gia' a casa!
Qual'e' la differenza? Che il malloppo se l'intasca chi possiede il robot.
Ad oggi funziona esattamente cosi', in effetti. I robot non sono affatto antropomorfi, e non se ne vanno a casa a fine turno. Non e' la gente che li possiede, ma l'azienda. E quindi chi e' stato sostituito con lavoro automatico e' stato licenziato, perche' non piu' produttivo.
Appare ragionevole e conveniente pensare di sostituire la fatica di lavorare dell'uomo con quella di una macchina. A patto che pero' la ricchezza rimanesse dove sarebbe nel caso di un lavoro non meccanizzato.
Perche', in fondo, per chi non lavora, che la produzione sia meccanizzata o no, non fa nessuna differenza.
La verita' e' che la tecnologia non modifica semplicemente il modo di lavorare, ma accentra il potere e la ricchezza nelle mani di chi la controlla. E l'unico soggetto in grado di controllarla e' l'azienda.
Una soluzione paradossale a questo problema e' obbligare chi automatizza i processi di produzione, tramite l'acquisto di tecnologia, a sborsare il denaro equivalente alla retribuzione della forza lavoro risparmiata in un fondo che serve ad assicurare un pari salario ad altrettanti disoccupati. In questo modo si continuerebbe a distribuire la ricchezza e al progresso della societa'.
Evidentemente questo e' un paradosso, perche' se non ci fosse l'incentivo del risparmio sul salario dei dipendenti, all'imprenditore la tecnologia non interesserebbe piu'. Altro che miglioramento delle condizioni di lavoro!
Io questa storia l'ho letta moltissimi anni fa, e quindi non so fino a che punto e' Asimov che parla o la mia immaginazione che ci ha fantasticato su'.
Pero' ricordo la prima riflessione che ci feci sopra, vedendomi mentalmente la scena dell'operaio-robot al lavoro in catena di montaggio. Mi sono chiesto perche' mai quella macchina dovesse avere mani come le nostre, che sono strumenti eccezionali in generale ma di sicuro non ottimizzate affatto a determinati compiti come ad esempio avvitare viti (tant'e' vero che il buon Dio ha inventato il cacciavite per aiutarci in questo compito). Insomma, perche' un robot che avvita viti dovrebbe avere una cosa articolata come una mano per afferrare in un modo molto complicato un cacciavite anziche' una specie di protesi tipo un avvitatore elettrico che compie lo stesso lavoro in modo molto piu' efficiente, da tutti i punti di vista, compreso quello della produttivita'?
E allora, da questa riflessione se ne possono ricavare mille altre. Ad esempio, perche' il robot dovrebbe avere un sistema di telecamere posizionato su una testa antropomorfa in modo da analizzare le immagini rilevate per realizzare un fine talmente stupido come centrare la testa di una vite con la punta di un cacciavite (o della protesi avvitatrice)? Non sarebbe piu' semplice e piu' efficace un sistema in cui nella catena la vite si posizionasse sempre nell'esatto punto e quindi l'utensile per avvitarla ci si appoggiasse sopra alla cieca? Ci libereremmo di strumenti delicati come le telecamere e soprattutto di algoritmi complicatissimi di riconoscimento di immagini!
Le gambe e i piedi dell'uomo sono organi formidabili perche' possono eseguire compiti tra i piu' diversi, ma se il loro unico scopo fosse recarsi da casa al lavoro e viceversa, forse sarebbero piu' semplici ed efficienti quattro zampe, o addirittura sei come gli insetti (i primi prototipi di macchine camminanti sono stati realizzati appunto con sei gambe, caratteristica che offre maggiore stabilita' e minore complicatezza di realizzazione). Addirittura, posto che non ci fossero drammatiche barriere architettoniche, la macchina potrebbe avere ruote anziche' gambe: potrebbe funzionare decisamente meglio di una carrozzina per paraplegici. Curiosity (il veicolo inviato su Marte) si muove su sei ruote, ed e' stato progettato per affrontare un percorso accidentato per definizione.
Estendendo questo discorso ci si potrebbe chiedere perche' mai un robot che debba solo lavorare al posto mio dovrebbe ritornare a casa la sera per poi recarsi al posto di lavoro la mattina. Finirei per dover risolvere il problema di trovargli un posto dove riporlo perche' non intralci. Tanto vale lasciarlo al suo posto di lavoro, dove altrimenti rimarrebbe dello spazio vuoto inutilizzato. Oltretutto, in questo modo i nostri personal robot eviterebbero di intasare il traffico. Ed avremmo risolto il problema della mobilita': se non si deve muovere non ha bisogno ne' di gambe ne' di ruote.
Certo, se ci fosse l'esigenza di liberare il posto del mio robot in catena di montaggio per far spazio al robot del mio collega che ricopre il turno successivo, allora sarebbe un altro paio di maniche.
Ripensandoci, pero', ma perche' io e il mio collega dovremmo avere due robot uguali che fanno lo stesso lavoro in tempi diversi? A questo punto potremmo acquistare un solo robot in coproprieta'. Quel robot sara' mio schiavo nel turno affidato a me e schiavo del mio collega nel turno affidato a lui.
Certo verrebbe da chiedersi, visto che il lavoro lo fa sempre lo stesso robot, perche' dovremmo avere, io e il mio collega, un robot in coproprieta'. Il mio robot me lo compro io e copro sia il mio turno, sia quello del mio collega. Che magari verrebbe licenziato, ma io mi farei il doppio salario standomene a casa a grattarmi la pancia. Gia', potrei sopportare quel piccolo problema di coscienza. Del resto, il mio collega, se vuole, puo' anche cercarsi un altro lavoro e far lavorare un robot uguale al mio, facendosi gli stessi soldi a fine mese. Se lo trova.
Perche' poi, portando questo discorso al limite, invece che pagare il salario a un numero di dipendenti, sufficienti per far coprire tutti i posti di lavoro ai loro robot, l'azienda potrebbe acquistare da se' i robot e lasciare a casa tutti i dipendenti.
Uhm.... lasciare a casa... il lavoro in effetti lo fanno i robot, e i dipendenti sono gia' a casa!
Qual'e' la differenza? Che il malloppo se l'intasca chi possiede il robot.
Ad oggi funziona esattamente cosi', in effetti. I robot non sono affatto antropomorfi, e non se ne vanno a casa a fine turno. Non e' la gente che li possiede, ma l'azienda. E quindi chi e' stato sostituito con lavoro automatico e' stato licenziato, perche' non piu' produttivo.
Appare ragionevole e conveniente pensare di sostituire la fatica di lavorare dell'uomo con quella di una macchina. A patto che pero' la ricchezza rimanesse dove sarebbe nel caso di un lavoro non meccanizzato.
Perche', in fondo, per chi non lavora, che la produzione sia meccanizzata o no, non fa nessuna differenza.
La verita' e' che la tecnologia non modifica semplicemente il modo di lavorare, ma accentra il potere e la ricchezza nelle mani di chi la controlla. E l'unico soggetto in grado di controllarla e' l'azienda.
Una soluzione paradossale a questo problema e' obbligare chi automatizza i processi di produzione, tramite l'acquisto di tecnologia, a sborsare il denaro equivalente alla retribuzione della forza lavoro risparmiata in un fondo che serve ad assicurare un pari salario ad altrettanti disoccupati. In questo modo si continuerebbe a distribuire la ricchezza e al progresso della societa'.
Evidentemente questo e' un paradosso, perche' se non ci fosse l'incentivo del risparmio sul salario dei dipendenti, all'imprenditore la tecnologia non interesserebbe piu'. Altro che miglioramento delle condizioni di lavoro!
mercoledì 8 agosto 2012
Mi piace...
...iniziare la mia giornata lavandomi la faccia con l'acqua fredda, anche d'inverno
...terminare la mia giornata con una doccia bollente, anche d'estate.
...camminare a piedi nudi
...le ragazze a piedi nudi
...la pelle sudata
...rannicchiarmi sotto le coperte
...i massaggi alla schiena
...cucinare per qualcuno
...la frutta estiva matura
...la papaya alle Hawaii
...il silenzio
...il jazz
...camminare sui sentieri di montagna, specialmente nei boschi
...il vino rosso
...la birra belga
...il cioccolato fondente
...il formaggio francese
...Mozart
...l'odore dell'aglio
...il profumo della lavanda
...il colore giallo
...l'universo gay e lesbico
...guidare
...partire per un viaggio
...tornare a casa
...la mediocrita'
...i miei cani che mi fanno le feste quando torno a casa, mentalmente stanco, la sera
...i temporali estivi
...il fuoco acceso nella stufa
...poggiare la testa sul petto di Rowena, la notte
...Rowena che mi accarezza i capelli
...la sensazione dell'acqua tra i capelli, quando nuoto senza cuffia
...nuotare in apnea
...ascoltare i rumori della foresta, nelle sere d'estate
...i fiori d'acacia
...il Waimea Canyon, nell'isola di Kauai
...gli sguardi d'intesa tra innamorati
...gli sguardi d'intesa tra Rowena e me
...lavorare il legno
...gli abbracci stretti
...le t-shirt colorate
...i venerdi' pomeriggio
...andare in bici
...la sensazione ovattata della neve che cade a grossi fiocchi
...la primavera
...il foliage
...i romanzi gialli scandinavi
...i romanzi di Andrea Camilleri
...Daniel Pennac
...rileggere il Piccolo Principe, ogni tanto
...imparare cose nuove
...inventare
...osservare gli insetti impollinatori al lavoro
...la democrazia
...i mercati Provenzali
...il duomo di Milano nella nebbia
...le striature di neve e ghiaccio sulle rocce del Resegone
...la Francia rurale
...l'Alto Adige
...la pizza
...mordere un pomodoro del mio giardino, ben maturo, appena colto
...sorprendere
...le vecchie foto in bianco e nero dei miei genitori
...lo styling delle automobili
...uscire con gli amici di sempre, e finire a discutere di politica davanti ad una birra
...le minoranze, di tutti i tipi
...l'alba dietro ai cieli nuvolosi, quando il sole dipinge raggi sfumati e fa scintillare i contorni dei cumuli
...la matematica
...la solidarieta'
...Emergency
...l'AIDO e l'ADMO
...il Signore degli Anelli (il libro)
...la bellezza dell'arte fine a se' stessa
...le piste ciclabili
...la raccolta differenziata
...coltivare la terra
...terminare la mia giornata con una doccia bollente, anche d'estate.
...camminare a piedi nudi
...le ragazze a piedi nudi
...la pelle sudata
...rannicchiarmi sotto le coperte
...i massaggi alla schiena
...cucinare per qualcuno
...la frutta estiva matura
...la papaya alle Hawaii
...il silenzio
...il jazz
...camminare sui sentieri di montagna, specialmente nei boschi
...il vino rosso
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...partire per un viaggio
...tornare a casa
...la mediocrita'
...i miei cani che mi fanno le feste quando torno a casa, mentalmente stanco, la sera
...i temporali estivi
...il fuoco acceso nella stufa
...poggiare la testa sul petto di Rowena, la notte
...Rowena che mi accarezza i capelli
...la sensazione dell'acqua tra i capelli, quando nuoto senza cuffia
...nuotare in apnea
...ascoltare i rumori della foresta, nelle sere d'estate
...i fiori d'acacia
...il Waimea Canyon, nell'isola di Kauai
...gli sguardi d'intesa tra innamorati
...gli sguardi d'intesa tra Rowena e me
...lavorare il legno
...gli abbracci stretti
...le t-shirt colorate
...i venerdi' pomeriggio
...andare in bici
...la sensazione ovattata della neve che cade a grossi fiocchi
...la primavera
...il foliage
...i romanzi gialli scandinavi
...i romanzi di Andrea Camilleri
...Daniel Pennac
...rileggere il Piccolo Principe, ogni tanto
...imparare cose nuove
...inventare
...osservare gli insetti impollinatori al lavoro
...la democrazia
...i mercati Provenzali
...il duomo di Milano nella nebbia
...le striature di neve e ghiaccio sulle rocce del Resegone
...la Francia rurale
...l'Alto Adige
...la pizza
...mordere un pomodoro del mio giardino, ben maturo, appena colto
...sorprendere
...le vecchie foto in bianco e nero dei miei genitori
...lo styling delle automobili
...uscire con gli amici di sempre, e finire a discutere di politica davanti ad una birra
...le minoranze, di tutti i tipi
...l'alba dietro ai cieli nuvolosi, quando il sole dipinge raggi sfumati e fa scintillare i contorni dei cumuli
...la matematica
...la solidarieta'
...Emergency
...l'AIDO e l'ADMO
...il Signore degli Anelli (il libro)
...la bellezza dell'arte fine a se' stessa
...le piste ciclabili
...la raccolta differenziata
...coltivare la terra
martedì 7 agosto 2012
Meno male!
Meno male che ci sono i tedeschi a difendere l'autonomia del nostro Parlamento e, in definitiva, la nostra democrazia!
venerdì 13 luglio 2012
Uscire dalla crisi
Ogni tanto mi capita che mi fermo, mi perdo via, e mi metto a pensare. A qualunque cosa mi passi per la testa. Un mio amico dice che non dovrei. Che mi fa male, pensare. Scherza ovviamente, ma un fondo di verita' c'e'. Se uno evita di pensare ("Imbecille Felice" lo definirebbe quel mio amico) allora di sicuro non prende coscienza di quanto le cose siano negative, o meglio, di quanto sia difficile renderle positive. E allora puo' anche illudersi che vada tutto bene, o almeno che prima o poi ci andra'. I media, in effetti, favoriscono molto questo atteggiamento ottusamente ottimista. Personalmente, l'idiozia consapevole mi da' fastidio. In ogni caso io non e' che ne faccio una questione etica. Semplicemente, ragionare sulle cose mi viene spontaneo.
La crisi economica
Tanto per cominciare, mi pare che fosse ampiamente prevedibile e prevista, direi da oltre un paio di decenni.
Io non e' che sapevo esattamente quando, ma ero certo che, prima o poi, sarebbe arrivata. Speravo cio' succedesse in un tempo abbastanza lontano da scaricare il problema sulle generazioni future, ma lo sapevo.
E non e' che io sia un genio dell'economia: ho solo ascoltato le ragioni di chi lo sosteneva, e mi sembravano condivisibili.
Semplificando di molto, la situazione era questa: Le risorse stavano in Medio Oriente (le popolazioni di quelle aree erano tuttavia povere), e d'altra parte i grandi paesi asiatici (Cina e India) stavano cominciando ad alzare la testa. Il muro di Berlino era caduto e quindi si stavano delineando nuovi confini geopolitici, dove il Medio Oriente continuava ad essere a fuoco e fiamme, devastato e razziato dal resto del mondo, mentre i contendenti erano Europa e USA da una parte, paesi emergenti dall'altra. Era evidente che i primi non avrebbero avuto alcuna chance di vittoria contro i secondi.
Era prevedibile e previsto, eppure non siamo stati in grado di affrontarlo. Cioe' io, di fronte alla terza birra al pub con gli amici (allora avevo una vita un po' piu' sregolata), sostenevo che l'equita' tra gli uomini si puo' ottenere solo se i ricchi (noi) rinunciassero a parte della torta per dividerla con i poveri (loro). Ma tra il dirlo e il farlo c'e' di mezzo un mare (di birra). Non tanto perche' io sia un tipo egoista (e lo sono), ma perche' la distribuzione equa della ricchezza e' un fatto sociale e non individuale, e quindi va affrontato dalla politica, non dall'etica. A chi fa il sanfrancesco e rinuncia a tutto per vivere in poverta', tanto di cappello, ma non fa altro che spostare il problema, senza avvicinarsi di un millimetro alla soluzione (anzi!). La ricchezza a cui rinunciamo, se non cambiamo il sistema, finisce per contribuire a mantenere ricco chi e' ricco e povero chi e' povero. Perche' e' il funzionamento stesso del sistema, che e' basato sulla disuguaglianza. Anzi, sull'aumento della disuguaglianza.
E allora, perche' mai il povero accetta di vivere sotto questo sistema, invece che ribellarsi?
Ovviamente perche' anche lui ne trae vantaggio. Aprendo la forbice, il ricco diventava molto piu' ricco, ma anche il povero diventava meno povero (anche se di poco). L'alternativa (almeno ci hanno sempre fatto credere che fosse cosi') era l'impoverimento globale, dove la forbice si chiude ma il povero sta peggio di prima.
Il problema e' che, se consideriamo tutta l'umanita', la ricchezza totale non puo' crescere. E quindi, a livello globale, rimane vero che maggiore disuguaglianza significa impoverimento dei piu' deboli.
In altre parole eravamo consci del fatto che stare bene nel nostro paese (nonostante le disuguaglianze) significava che nei paesi poveri si stesse male. Ma ce ne fottevamo allegramente, perche' si e' sempre motivati a combattere l'ingiustizia quando la si subisce, molto meno quando la si impone. Ci accorgiamo subito che i ricchi sono sempre ingiustamente piu' ricchi di noi, ma non prestiamo attenzione al fatto che i piu' poveri siano sempre piu' poveri a causa del nostro aumentato benessere.
Ora pero' le cose sono cambiate, perche' ci vediamo costretti a dividere il dominio del mondo con miliardi di cinesi e indiani. E allora, la forbice, per continuare ad aprirsi, deve costringere i poveri ad impoverirsi, anche da noi.
Adesso si' che l'ingiustizia ci da' veramente fastidio, perche' ne subiamo le conseguenze.
Dice: bisogna uscire dalla crisi. Ma in che modo bisogna uscirne? Riportando gli equilibri com'erano una volta, in modo che noi torniamo a stare bene rimettendo miliardi di cinesi e indiani al loro posto? Non credo che la coscienza collettiva possa accettarlo. E in ogni caso non ci riusciremmo, perche' ora sono loro che dettano le regole.
Il punto e' che il sistema globale non e' tenuto in piedi da un'etica collettiva, ma dal naturale rapporto di forze tra chi detiene il potere, cioe' dall'egoismo di quelli che contano. Lo scontro tra gli interessi individuali non puo' che terminare a favore dei piu' potenti (anche i meno potenti perseguono i propri interessi individuali, ma, essendo meno potenti, hanno meno probabilita' di vincere). Se anche un individuo ricco, per perseguire il bene collettivo, decidesse di distribuire il proprio a chi ne ha bisogno, quell'individuo e' destinato a soccombere a coloro che invece si prendono tutto e ne vogliono sempre piu'.
Poiche' in natura prevale l'egoismo individuale, l'equilibrio si ha con la disuguaglianza.
Bisognerebbe anteporre il bene collettivo a quello individuale. La politica all'economia. E bisognerebbe farlo a livello globale. Bisognerebbe che i politici imponessero alle economie di redistribuire piu' equamente. E che questo accada a livello planetario, perche' se in un mondo solidale un solo paese decidesse per il liberismo, quel paese sarebbe economicamente avvantaggiato, vincerebbe la partita, accumulerebbe potere e si impadronirebbe del mondo. Insomma, bisognerebbe che una qualche forza mantenga il mondo in un equilibrio instabile in cui la solidarieta' prevalga sull'egoismo.
Stabilito che cio' e' impossibile, che possono fare i nostri politici locali? Non possono far altro che favorire i poteri forti mondiali in modo che l'economia nazionale guadagni punti rispetto alle economie nazionali degli altri paesi. E se per ottenere questo bisogna aumentare la forbice, va bene lo stesso, perche' tanto, se si vince la partita, il povero sara' contento di essere un po' meno povero di quanto lo sarebbe se l'economia del suo paese fosse piu' equa ma perdente. Se invece si perde la partita, comunque ci siamo parati il culo, riducendo il povero all'impotenza politica.
La crisi economica
Tanto per cominciare, mi pare che fosse ampiamente prevedibile e prevista, direi da oltre un paio di decenni.
Io non e' che sapevo esattamente quando, ma ero certo che, prima o poi, sarebbe arrivata. Speravo cio' succedesse in un tempo abbastanza lontano da scaricare il problema sulle generazioni future, ma lo sapevo.
E non e' che io sia un genio dell'economia: ho solo ascoltato le ragioni di chi lo sosteneva, e mi sembravano condivisibili.
Semplificando di molto, la situazione era questa: Le risorse stavano in Medio Oriente (le popolazioni di quelle aree erano tuttavia povere), e d'altra parte i grandi paesi asiatici (Cina e India) stavano cominciando ad alzare la testa. Il muro di Berlino era caduto e quindi si stavano delineando nuovi confini geopolitici, dove il Medio Oriente continuava ad essere a fuoco e fiamme, devastato e razziato dal resto del mondo, mentre i contendenti erano Europa e USA da una parte, paesi emergenti dall'altra. Era evidente che i primi non avrebbero avuto alcuna chance di vittoria contro i secondi.
Era prevedibile e previsto, eppure non siamo stati in grado di affrontarlo. Cioe' io, di fronte alla terza birra al pub con gli amici (allora avevo una vita un po' piu' sregolata), sostenevo che l'equita' tra gli uomini si puo' ottenere solo se i ricchi (noi) rinunciassero a parte della torta per dividerla con i poveri (loro). Ma tra il dirlo e il farlo c'e' di mezzo un mare (di birra). Non tanto perche' io sia un tipo egoista (e lo sono), ma perche' la distribuzione equa della ricchezza e' un fatto sociale e non individuale, e quindi va affrontato dalla politica, non dall'etica. A chi fa il sanfrancesco e rinuncia a tutto per vivere in poverta', tanto di cappello, ma non fa altro che spostare il problema, senza avvicinarsi di un millimetro alla soluzione (anzi!). La ricchezza a cui rinunciamo, se non cambiamo il sistema, finisce per contribuire a mantenere ricco chi e' ricco e povero chi e' povero. Perche' e' il funzionamento stesso del sistema, che e' basato sulla disuguaglianza. Anzi, sull'aumento della disuguaglianza.
E allora, perche' mai il povero accetta di vivere sotto questo sistema, invece che ribellarsi?
Ovviamente perche' anche lui ne trae vantaggio. Aprendo la forbice, il ricco diventava molto piu' ricco, ma anche il povero diventava meno povero (anche se di poco). L'alternativa (almeno ci hanno sempre fatto credere che fosse cosi') era l'impoverimento globale, dove la forbice si chiude ma il povero sta peggio di prima.
Il problema e' che, se consideriamo tutta l'umanita', la ricchezza totale non puo' crescere. E quindi, a livello globale, rimane vero che maggiore disuguaglianza significa impoverimento dei piu' deboli.
In altre parole eravamo consci del fatto che stare bene nel nostro paese (nonostante le disuguaglianze) significava che nei paesi poveri si stesse male. Ma ce ne fottevamo allegramente, perche' si e' sempre motivati a combattere l'ingiustizia quando la si subisce, molto meno quando la si impone. Ci accorgiamo subito che i ricchi sono sempre ingiustamente piu' ricchi di noi, ma non prestiamo attenzione al fatto che i piu' poveri siano sempre piu' poveri a causa del nostro aumentato benessere.
Ora pero' le cose sono cambiate, perche' ci vediamo costretti a dividere il dominio del mondo con miliardi di cinesi e indiani. E allora, la forbice, per continuare ad aprirsi, deve costringere i poveri ad impoverirsi, anche da noi.
Adesso si' che l'ingiustizia ci da' veramente fastidio, perche' ne subiamo le conseguenze.
Dice: bisogna uscire dalla crisi. Ma in che modo bisogna uscirne? Riportando gli equilibri com'erano una volta, in modo che noi torniamo a stare bene rimettendo miliardi di cinesi e indiani al loro posto? Non credo che la coscienza collettiva possa accettarlo. E in ogni caso non ci riusciremmo, perche' ora sono loro che dettano le regole.
Il punto e' che il sistema globale non e' tenuto in piedi da un'etica collettiva, ma dal naturale rapporto di forze tra chi detiene il potere, cioe' dall'egoismo di quelli che contano. Lo scontro tra gli interessi individuali non puo' che terminare a favore dei piu' potenti (anche i meno potenti perseguono i propri interessi individuali, ma, essendo meno potenti, hanno meno probabilita' di vincere). Se anche un individuo ricco, per perseguire il bene collettivo, decidesse di distribuire il proprio a chi ne ha bisogno, quell'individuo e' destinato a soccombere a coloro che invece si prendono tutto e ne vogliono sempre piu'.
Poiche' in natura prevale l'egoismo individuale, l'equilibrio si ha con la disuguaglianza.
Bisognerebbe anteporre il bene collettivo a quello individuale. La politica all'economia. E bisognerebbe farlo a livello globale. Bisognerebbe che i politici imponessero alle economie di redistribuire piu' equamente. E che questo accada a livello planetario, perche' se in un mondo solidale un solo paese decidesse per il liberismo, quel paese sarebbe economicamente avvantaggiato, vincerebbe la partita, accumulerebbe potere e si impadronirebbe del mondo. Insomma, bisognerebbe che una qualche forza mantenga il mondo in un equilibrio instabile in cui la solidarieta' prevalga sull'egoismo.
Stabilito che cio' e' impossibile, che possono fare i nostri politici locali? Non possono far altro che favorire i poteri forti mondiali in modo che l'economia nazionale guadagni punti rispetto alle economie nazionali degli altri paesi. E se per ottenere questo bisogna aumentare la forbice, va bene lo stesso, perche' tanto, se si vince la partita, il povero sara' contento di essere un po' meno povero di quanto lo sarebbe se l'economia del suo paese fosse piu' equa ma perdente. Se invece si perde la partita, comunque ci siamo parati il culo, riducendo il povero all'impotenza politica.
mercoledì 13 giugno 2012
Perche' vorrei essere francese
Di fronte al mio posto di lavoro c'e' un bellissimo parco, con prati e alberi, pista ciclabile e vialetti pedonali, qualche tavolo da picnic e qualche panchina, proprio in riva al lago. Con la bella stagione e' l'ideale per trascorrere li' i 45 minuti di pausa pranzo con un pasto al sacco anziche' alla triste mensa aziendale.
A quell'ora ci sono diverse persone al parco. Ci sono quelli come me in pausa, molti chiaramente immigranti, c'e' qualche teenager che si ferma li' dopo la scuola per passare il tempo aspettando il treno (la stazione e' abbastanza vicina), molti passeggiano, magari col cane, qualcuno e' intento a parlare al telefonino, qualcuno fa jogging, c'e' una comitiva di vecchietti che si ritrovano tutti i giorni a giocare a briscola...
Poco piu' avanti c'e' una azienda per il riciclo della carta, anche quella in riva al lago. Quando l'aria tira da quella parte l'odore e' insopportabile. Mi chiedo se una puzza del genere sia lecita nel pieno del centro abitato, e se l'azienda non produca anche dei liquami che finiscano direttamente nel lago. Se e' piu' importante la necessita' aziendale del diritto delle persone di respirare aria decente.
Qua e la', ci sono dei cartelli che indicano, come se ce ne fosse bisogno, che l'immondizia va riposta negli appositi cestini.
I cani sono ammessi, ma altri cartelli invitano a raccoglierne gli eventuali escrementi.
Eppure il suolo e' sempre disgustosamente sporco di cartacce, bottiglie di plastica, pacchetti di sigarette vuoti, pupu' di cane e altre amenita' simili. E' proprio intorno ai tavoli che si concentrano i rifiuti (li' ci si siede per mangiare e li' si lasciano i resti). Le cicche di sigaretta si concentrano invece vicino alle panchine. Su tavoli e panchine ci sono graffiti di varia natura, dalle dichiarazioni d'amore agli slogan tifo-calcistici ai simboli politici (svastiche e falcemartelli vintage vanno per la maggiore). C'e' anche qualcuno che ha avuto la bella pensata di ribadire, scrivendolo a caratteri cubitali sul legno, che e' vietato buttare immondizia per terra.
Geniale.
Mi aspetto, un giorno o l'altro, di trovare sparsi sui prati volantini che invitano a non scrivere sui tavoli.
Personalmente non lascio immondizia al parco. La pochissima che produco me la porto a casa e la differenzio. Ma per chi se ne vuole sbarazzare ci sono cestini in abbondanza. Io non ci arrivo!: perche' buttare un avanzo a mezzo metro dal cestino e lasciare il cestino vuoto?
Verrebbe da ipotizzare che il parco sia cosi' sporco perche' il Comune non provvede a pulirlo abbastanza spesso. Forse e' anche cosi' ma sicuramente non soltanto. Un giorno ho visto le squadre di giardinieri che provvedevano a tagliare l'erba. Il giorno dopo il parco era pulitissimo, ma quello successivo era tornato ad essere indecente.
Viaggiando in Francia sulle autostrade non si puo' fare a meno di notare che, oltre alle aree di servizio (con servizi simili a quelle italiane) ci sono numerosissime aree di sosta. Ce ne sono alcune enormi. Tutte sono attrezzate con tavoli da picnic, bagni pubblici e comodi parcheggi, per automobili e TIR. Nei weekend la circolazione di questi ultimi e' ristretta: le aree vengono utilizzate anche dai camionisti per sostare nelle ore di traffico per loro bloccato.
In alcune aree ci sono addirittura attrezzi per fare un po' di ginnastica, giochi per bambini e gadget simili.
Non hanno bar ne' pompe per il carburante, ma tutte sono molto ordinate e ben tenute, dotate di grandi bidoni per la raccolta differenziata e per l'immondizia generica, svuotati regolarmente prima che sia troppo tardi. Nessuno lascia rifiuti per terra, e i padroni dei cani portano i loro migliori amici a fare i loro bisognetti un po' appartati dalle aree per gli umani, il che e' possibile in virtu' del fatto che le areee sono abbastanza grandi e molto verdi. Le toalette sono ragionevolmente pulite... Oddio... Non e' che la situazione sia proprio perfetta, qualche mozzicone di sigaretta in giro c'e'! Ma in generale sedersi a mangiarsi un panino li' e' piacevole e rilassante. Proprio quello che ci vuole per una pausa durante un viaggio. Potrebbe essere che queste aree vengano pulite in continuazione. Probabilmente e' cosi', ma non e' tutto. Essendo cosi' frequentate, nessuna squadra di pulitori potrebbe essere sufficientemente efficiente da mantenerle abbastanza decenti se tutti si comportassero come i frequentatori del parco qui di fronte.
Non credo che sia una questione genetica, perche' se e' vero che gli automobilisti in Francia sono in maggioranza francesi, e' anche vero che molti, soprattutto nelle autostrade, e soprattutto se parliamo di grandi TIR, vengono da oltre frontiera. Nel parcheggio qui vicino i camionisti lasciano nel parcheggio sacchetti di immondizia e resti di cibo e orinano contro i muri. Perche' in Francia non osano nemmeno buttare un mozzicone per terra?
E' una questione di rispetto. Il ragionamento che si fa in Italia e' questo: un luogo pubblico, proprio perche' e' pubblico, non e' mio, quindi non e' mio interesse ne' mio compito fare in modo che sia pulito, anche se, evidentemente, va anche a mio svantaggio quando e' sporco. Il ragionamento che si fa in Francia invece e': un luogo pubblico proprio perche' e' pubblico, e' di tutti, e io, che mi sento parte di quei "tutti", devo collaborare a tenerlo pulito, a tutto vantaggio della collettivita', e quindi mio.
In un'area di parcheggio dell'autostrada francese non avrei problemi a stendere un asciugamano e a sdraiarmici sopra per fare un pisolino, cosa che non farei mai nel parco qui di fronte.
Rimango ancora allibito quando, facendo i tornanti per andare a casa, vedo automobilisti che buttano immondizia. Addirittura i ciclisti che si allenano su quelle impervie salite lo fanno. E non e' che si tratta di strade cittadine dove prima o poi qualcuno passera' a pulire. Qui siamo in aperta campagna: una bottiglia di plastica nascosta tra i rovi puo' rimanerci per decenni. E si' che quelli che ci passano sono per lo piu' residenti. In Francia anche le strade di periferia sono decenti.
Non faccio una questione solo sull'immondizia.
In Francia nei negozi sono sempre cordiali e gentili, ti salutano con un bonne soiree, bon Dimanche, bon fin du semaine e un sorriso. In Italia se uno sta lavorando, tipicamente ti guarda storto, se non ti manda addirittura a stendere. E tu stai li' a chiederti se non sia forse perche' sottopagato o sovrasfruttato. Non credo che in Francia un cassiere del supermercato sia pagato molto meglio, ne' che qualcuno lo costringa ad essere gentile contro la sua volonta'. Credo sia piuttosto una questione culturale. Non si arrogano il diritto di pretendere che gli altri assimilino il loro malumore.
Chi ti vede mangiare ti augura bon apetit, Se stai passeggiando coi cani non mancano di fare loro due coccole. Se chiedi una indicazione te la danno volentieri, o addirittura si soffermano a chiacchierare (il che mi costringe ad esibire le mie lacune con la lingua). Qui da noi, se uno si fa i fatti suoi lo guardano con sospetto, specie se la lingua o i tratti somatici tradiscono una provenienza straniera.
In Francia il clima e' molto piu' rilassato, nessuno cerca di fregarti e nessuno si aspetta di esserlo da te.
In questo periodo, dal poco che ho potuto constatare, sembra subiscano la crisi anche piu' di noi. Ma lo fanno, in generale, con molta piu' dignita'. Una bella metafora e' una casa piuttosto malconcia che ho visto durante il nostro viaggio: finestre rotte, tegole mancanti sul tetto, intonaco che si scrosta... ma bellissimi fiori alle finestre. Potrebbero non esserci soldi per affrontare la sistemazione della casa, ma coltivare fiorellini e' gratis, e ti fa sentire piu' in pace con il mondo.
Non credo che la "patria" c'entri nulla (la parola stessa mi mette i brividi). Credo che sia il senso di appartenenza alla collettivita', ad essere diverso. In Francia lo Stato non opprime il cittadino. Lo Stato e' il cittadino, e d'altra parte il cittadino si sente parte di un tutto.
Durante la campagna per le presidenziali francesi ho ascoltato la traduzione di un'intervista di Radio Popolare ad una elettrice convinta di Marine Le Pen. Il contesto dell'intervista era sull'aspetto politico delle aspettative dei francesi, ma a me ha colpito un'altra cosa. La signora votava per l'estrema destra perche' pensava che sarebbe stato un bene per la Francia e per i francesi, e che una svolta a destra avrebbe contribuito attivamente a risolvere la crisi. Chi mi conosce sa che la penso in modo diverso dalla signora. Ma che differenza con l'elettore medio italiano! Qui un leghista vota Lega perche' pensa (anche lui sbagliando, ma non e' questo il punto) che la Lega difenda meglio i suoi interessi individuali.
A quell'ora ci sono diverse persone al parco. Ci sono quelli come me in pausa, molti chiaramente immigranti, c'e' qualche teenager che si ferma li' dopo la scuola per passare il tempo aspettando il treno (la stazione e' abbastanza vicina), molti passeggiano, magari col cane, qualcuno e' intento a parlare al telefonino, qualcuno fa jogging, c'e' una comitiva di vecchietti che si ritrovano tutti i giorni a giocare a briscola...
Poco piu' avanti c'e' una azienda per il riciclo della carta, anche quella in riva al lago. Quando l'aria tira da quella parte l'odore e' insopportabile. Mi chiedo se una puzza del genere sia lecita nel pieno del centro abitato, e se l'azienda non produca anche dei liquami che finiscano direttamente nel lago. Se e' piu' importante la necessita' aziendale del diritto delle persone di respirare aria decente.
Qua e la', ci sono dei cartelli che indicano, come se ce ne fosse bisogno, che l'immondizia va riposta negli appositi cestini.
I cani sono ammessi, ma altri cartelli invitano a raccoglierne gli eventuali escrementi.
Eppure il suolo e' sempre disgustosamente sporco di cartacce, bottiglie di plastica, pacchetti di sigarette vuoti, pupu' di cane e altre amenita' simili. E' proprio intorno ai tavoli che si concentrano i rifiuti (li' ci si siede per mangiare e li' si lasciano i resti). Le cicche di sigaretta si concentrano invece vicino alle panchine. Su tavoli e panchine ci sono graffiti di varia natura, dalle dichiarazioni d'amore agli slogan tifo-calcistici ai simboli politici (svastiche e falcemartelli vintage vanno per la maggiore). C'e' anche qualcuno che ha avuto la bella pensata di ribadire, scrivendolo a caratteri cubitali sul legno, che e' vietato buttare immondizia per terra.
Geniale.
Mi aspetto, un giorno o l'altro, di trovare sparsi sui prati volantini che invitano a non scrivere sui tavoli.
Personalmente non lascio immondizia al parco. La pochissima che produco me la porto a casa e la differenzio. Ma per chi se ne vuole sbarazzare ci sono cestini in abbondanza. Io non ci arrivo!: perche' buttare un avanzo a mezzo metro dal cestino e lasciare il cestino vuoto?
Verrebbe da ipotizzare che il parco sia cosi' sporco perche' il Comune non provvede a pulirlo abbastanza spesso. Forse e' anche cosi' ma sicuramente non soltanto. Un giorno ho visto le squadre di giardinieri che provvedevano a tagliare l'erba. Il giorno dopo il parco era pulitissimo, ma quello successivo era tornato ad essere indecente.
Viaggiando in Francia sulle autostrade non si puo' fare a meno di notare che, oltre alle aree di servizio (con servizi simili a quelle italiane) ci sono numerosissime aree di sosta. Ce ne sono alcune enormi. Tutte sono attrezzate con tavoli da picnic, bagni pubblici e comodi parcheggi, per automobili e TIR. Nei weekend la circolazione di questi ultimi e' ristretta: le aree vengono utilizzate anche dai camionisti per sostare nelle ore di traffico per loro bloccato.In alcune aree ci sono addirittura attrezzi per fare un po' di ginnastica, giochi per bambini e gadget simili.
Non hanno bar ne' pompe per il carburante, ma tutte sono molto ordinate e ben tenute, dotate di grandi bidoni per la raccolta differenziata e per l'immondizia generica, svuotati regolarmente prima che sia troppo tardi. Nessuno lascia rifiuti per terra, e i padroni dei cani portano i loro migliori amici a fare i loro bisognetti un po' appartati dalle aree per gli umani, il che e' possibile in virtu' del fatto che le areee sono abbastanza grandi e molto verdi. Le toalette sono ragionevolmente pulite... Oddio... Non e' che la situazione sia proprio perfetta, qualche mozzicone di sigaretta in giro c'e'! Ma in generale sedersi a mangiarsi un panino li' e' piacevole e rilassante. Proprio quello che ci vuole per una pausa durante un viaggio. Potrebbe essere che queste aree vengano pulite in continuazione. Probabilmente e' cosi', ma non e' tutto. Essendo cosi' frequentate, nessuna squadra di pulitori potrebbe essere sufficientemente efficiente da mantenerle abbastanza decenti se tutti si comportassero come i frequentatori del parco qui di fronte.
Non credo che sia una questione genetica, perche' se e' vero che gli automobilisti in Francia sono in maggioranza francesi, e' anche vero che molti, soprattutto nelle autostrade, e soprattutto se parliamo di grandi TIR, vengono da oltre frontiera. Nel parcheggio qui vicino i camionisti lasciano nel parcheggio sacchetti di immondizia e resti di cibo e orinano contro i muri. Perche' in Francia non osano nemmeno buttare un mozzicone per terra?
E' una questione di rispetto. Il ragionamento che si fa in Italia e' questo: un luogo pubblico, proprio perche' e' pubblico, non e' mio, quindi non e' mio interesse ne' mio compito fare in modo che sia pulito, anche se, evidentemente, va anche a mio svantaggio quando e' sporco. Il ragionamento che si fa in Francia invece e': un luogo pubblico proprio perche' e' pubblico, e' di tutti, e io, che mi sento parte di quei "tutti", devo collaborare a tenerlo pulito, a tutto vantaggio della collettivita', e quindi mio.
In un'area di parcheggio dell'autostrada francese non avrei problemi a stendere un asciugamano e a sdraiarmici sopra per fare un pisolino, cosa che non farei mai nel parco qui di fronte.
Rimango ancora allibito quando, facendo i tornanti per andare a casa, vedo automobilisti che buttano immondizia. Addirittura i ciclisti che si allenano su quelle impervie salite lo fanno. E non e' che si tratta di strade cittadine dove prima o poi qualcuno passera' a pulire. Qui siamo in aperta campagna: una bottiglia di plastica nascosta tra i rovi puo' rimanerci per decenni. E si' che quelli che ci passano sono per lo piu' residenti. In Francia anche le strade di periferia sono decenti.
Non faccio una questione solo sull'immondizia.
In Francia nei negozi sono sempre cordiali e gentili, ti salutano con un bonne soiree, bon Dimanche, bon fin du semaine e un sorriso. In Italia se uno sta lavorando, tipicamente ti guarda storto, se non ti manda addirittura a stendere. E tu stai li' a chiederti se non sia forse perche' sottopagato o sovrasfruttato. Non credo che in Francia un cassiere del supermercato sia pagato molto meglio, ne' che qualcuno lo costringa ad essere gentile contro la sua volonta'. Credo sia piuttosto una questione culturale. Non si arrogano il diritto di pretendere che gli altri assimilino il loro malumore.
Chi ti vede mangiare ti augura bon apetit, Se stai passeggiando coi cani non mancano di fare loro due coccole. Se chiedi una indicazione te la danno volentieri, o addirittura si soffermano a chiacchierare (il che mi costringe ad esibire le mie lacune con la lingua). Qui da noi, se uno si fa i fatti suoi lo guardano con sospetto, specie se la lingua o i tratti somatici tradiscono una provenienza straniera.
In Francia il clima e' molto piu' rilassato, nessuno cerca di fregarti e nessuno si aspetta di esserlo da te.
In questo periodo, dal poco che ho potuto constatare, sembra subiscano la crisi anche piu' di noi. Ma lo fanno, in generale, con molta piu' dignita'. Una bella metafora e' una casa piuttosto malconcia che ho visto durante il nostro viaggio: finestre rotte, tegole mancanti sul tetto, intonaco che si scrosta... ma bellissimi fiori alle finestre. Potrebbero non esserci soldi per affrontare la sistemazione della casa, ma coltivare fiorellini e' gratis, e ti fa sentire piu' in pace con il mondo.
Non credo che la "patria" c'entri nulla (la parola stessa mi mette i brividi). Credo che sia il senso di appartenenza alla collettivita', ad essere diverso. In Francia lo Stato non opprime il cittadino. Lo Stato e' il cittadino, e d'altra parte il cittadino si sente parte di un tutto.
Durante la campagna per le presidenziali francesi ho ascoltato la traduzione di un'intervista di Radio Popolare ad una elettrice convinta di Marine Le Pen. Il contesto dell'intervista era sull'aspetto politico delle aspettative dei francesi, ma a me ha colpito un'altra cosa. La signora votava per l'estrema destra perche' pensava che sarebbe stato un bene per la Francia e per i francesi, e che una svolta a destra avrebbe contribuito attivamente a risolvere la crisi. Chi mi conosce sa che la penso in modo diverso dalla signora. Ma che differenza con l'elettore medio italiano! Qui un leghista vota Lega perche' pensa (anche lui sbagliando, ma non e' questo il punto) che la Lega difenda meglio i suoi interessi individuali.
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