giovedì 9 ottobre 2014

Il ruolo sociale del lavoratore

Io non credo molto nel senso di appartenenza alla societa'. Cioe', non credo che il lavoro ne sia un indice. Non credo che uno che non lavora debba sentirsi inutile nei confronti della societa', perche' non e' il lavoro che misura la sua importanza sociale.
Io lavoro per una azienda privata nel campo dell'automotive. Ecco, credo che, sicome mi ritengo bravo nel mio lavoro, grazie a me quella azienda produca prodotti un po' migliori. Il che significa, in soldoni, che le autovetture prodotte dai clienti di questa azienda abbiano una qualita' un pochino (ma si tratta di una questione infinitesima) migliore di quella che avrebbero se al posto mio ci fosse uno un po' meno bravo di me. Oppure hanno la stessa qualita' ma costano un pochino meno.
In altre parole, un'azienda se la cava un pochino meglio o un pochino peggio a seconda di quanto piu' o meno bene un singolo lavoratore di quell'azienda lavora.
Ma da qui a dedurre l'importanza di quel lavoratore per la societa' mi pare che ce ne passi.

Io non mi sentirei meno utile alla societa' se fossi disoccupato. Magari meno utile all'azienda, ma non alla societa'.
Certo, continuare a sfamarmi senza guadagnare la pagnotta significherebbe che la pagnotta qualcun'altro l'ha guadagnata per me. Ma se fossi disoccupato non sarebbe mica colpa mia!

Perche' il motivo fondamentale per cui lavoro non e' rendermi utile agli altri. Se fosse questo non lavorerei per una azienda privata nel campo dell'automotive. Sarei invece... chesso'... medico, infermiere. O magari (questo mi e' piu' congeniale), lavorerei nel campo dell'alimentazione.
Il motivo per cui lavoro e' proprio quello di guadagnarmi la pagnotta. Senza lavoro non mi pagano, e quindi dovrei accontentarmi al piu' della sopravvivenza. Lavorando invece guadagno il necessario e l'utile per alimentare i miei sogni (se non per realizzarli).

Io non credo che il problema di questa societa' sia la disoccupazione. Credo invece che il problema sia la poverta' che la disoccupazione comporta. Se per assurdo si potesse stipendiare tutti i disoccupati con salari paragonabili a quelli dei lavoratori, allora perche' mai la disoccupazione dovrebbe essere un problema?

Se il problema fosse il lavoro (e non la pagnotta), allora proporrei la reintroduzione della schiavitu'. Uno schiavo lavora e viene nutrito a sufficienza per continuare a lavorare, ma non prende un centesimo in piu'. Questa immagine mostra che non e' il lavoro che rende liberi, ma la retribuzione che ne deriva.

Quindi non basta trovare lavoro per i disoccupati, ma bisogna garantire loro le condizioni di elevare il proprio status. Bisogna fare in modo che dal loro lavoro derivi il potere di gestire la propria vita. Se noi facciamo in modo che il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro sia di ricatto reciproco, finisce che, in un periodo di crisi del mercato del lavoro, il lavoratore perde il potere di gestire la propria vita. Diventa schiavo.
Forse possiamo in questo modo anche sconfiggere il problema della disoccupazione, ma non abbiamo comunque risolto il problema sociale che comporta. e' un po' come entrare dalla porta per uscire dalla finestra.

3 commenti:

@enio ha detto...

Per risolvere il problema della disoccupazione è prioritario fare dei ragionamenti sulla detassazione, sia per quanto riguarda i giovani, sia per tutte le fasce d’età. Le aziende, per come sono strutturati i contratti di lavoro,fanno fatica ad assumere a causa dell’andamento generale delle vendite ma sono persino restie a fare investimenti in nuove aree e divisioni di business, a causa dei costi legati al lavoro estremamente eccessivi. Bisogna immediatamente intervenire creando dei forti incentivi ad assumere, creando dei nuovi contratti di lavoro che prevedano fortissime detassazioni per almeno 3-5 anni per i neo-assunti, fino a riportare perlomeno l’occupazione a standard europei al pari delle grandi economie dell’Europa occidentale.

Dario Castelli ha detto...

Enio, io sono a favore delle tasse. La solidarieta', in uno Stato (e la solidarieta', se ci pensi bene, dovrebbe essere il valore primario di uno Stato), e' basata sulle tasse, distribuite sulla popolazione in modo che chi puo' dare di piu' da' di piu', chi puo' dare di meno da' di meno, cio' che si raccoglie, poi, si divide equamente per soddisfare i bisogni di tutti. E cosi', la sanita' pubblica, per esempio, e' aperta a tutti e cura le ferite di chi e' ricco come quelle di chi e' povero, anche se e' pagata per lo piu' con i soldi di chi e' ricco.
Se il sistema non fosse fatto cosi', lo Stato non servirebbe a nulla.
Naturalmente io sono contro gli sprechi che una amministrazione incapace (per non dire criminale) potrebbe operare con i soldi provenienti dalle tasse. Ma la detassazione non e' una soluzione.
Per rimanere sulla sanita' (che e' una delle cose che funzionano ancora, in Italia, e della quale vado fiero quando mi confronto con cittadini stranieri), la causa principale dei problemi di questo settore e' la mancanza di fondi. E si continua a tagliare. Lo si sta facendo perche' i soldi pubblici non bastano, e i soldi pubblici non bastano perche' non ci sono abbastanza tasse (oltre alla cattiva gestione). Quindi, andrei piuttosto cauto a parlare di detassazione.
Se non ci fossero le tasse, non ci sarebbe una sanita' pubblica e il cittadino malato si dovrebbe pagare quella privata. Quello ricco se lo potrebbe permettere, quello povero invece no. Siccome mi pare di aver capito che tu appartieni piu' alla seconda categoria, mi pare che dovresti essere d'accordo con un aumento delle tasse, non una diminuzione, fosse solo per interesse personale.

continua...

Dario Castelli ha detto...

...continua

Capisco pero' il ragionamento tuo: l'imprenditore, meno tasse paga, piu' e' invogliato ad investire il proprio capitale che gli avanza nell'impresa, il che favorisce l'aumento dei posti di lavoro, il che e' un vantaggio per il povero, che puo' trovare piu' facilmente lavoro se non ce l'ha. E se invece ce l'ha, per via dell'aumento della concorrenza, puo' aumentare il suo salario, dato il miglioramento del potere contrattuale.
Pero' ti posso portare l'esempio mio e del mio datore di lavoro. Io sono un impiegato informatico di altissimo livello, molto specializzato (e molto ricollocabile in un'altra azienda, se solo ci fosse un po' meno di crisi o un po' piu' di lungimiranza dei datori di lavoro). E' gia' da dieci anni (quindi da prima che cominciasse la crisi) che chiedo un aumento di stipendio (che ammonta a poco piu' di quello di un operaio), ma non mi viene concesso. All'inizio mi si chiedeva di aspettare momenti migliori, poi mi si indicava semplicemente la porta col ricatto che in un periodo di crisi non c'e' alternativa. Ultimamente non lo chiedo nemmeno piu', e mi limito a fare colloqui per valutare offerte alternative. Nel frattempo il mio datore di lavoro (nei documenti ufficiali viene definito impersonalmente "la Proprieta'") si e' acquistato una "villa" piu' simile ad un castello, con un parco immenso con piscina, una Porsche come seconda auto (la prima e' una Maserati) e va in vacanza ai tropici una volta all'anno, con tutta la famiglia. Naturalmente si avvale di uno schiavo filippino per tenere il tutto in ordine.
Ora, io a quello li' gli decuplicherei le tasse, altro che detassazione.
Potresti magari dire che l'esempio dell'azienda per cui lavoro e' un caso atipico. Ma non e' cosi'. L'economia va male piu' che altro perche' gli imprenditori non sanno fare il loro lavoro oppure preferiscono mungere la vacca e scappare col malloppo.

Se poi invece dici che la distribuzione dovrebbe essere mirata a favorire il reinvestimento e l'aumento dei posti di lavoro (cioe' sostanzialmente diminuire le tasse alle imprese che vanno bene e assumono, aumentarle invece agli imprenditori che invece non sono capaci o no vogliono farlo), allora ti do' ragione. Ma occorrerebbe specificare accuratamente cosa significa detassare, prima di parlare per slogan.