lunedì 30 aprile 2012

Successione di Fibonacci, proporzione di Dio, ordine democratico e bellezza della natura

Guardando in streaming la serie televisiva Touch mi sono tornate alla mente alcune cose che mi avevano molto affascinato ai tempi del liceo e dell'universita'. Ho pensato che era ora di rispolverarle un po' su Wikipedia.
Ovviamente il telefilm non scava profondamente l'argomento, ma da' un buon spunto per fantasticarci un po' sopra.

La successione di Fibonacci

Leonardo Fibonacci e' un tizio che e' vissuto intorno al 1200, che ha inventato una sequenza infinita di numeri interi. Ecco i primi numeri della sequenza:
0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233, 377, 610, 987, 1597, 2584, 4181, 6765, 10946...

Apparentemente, per chi non conoscesse gia' Fibonacci, si tratta di numeri piu' o meno casuali. A colpo d'occhio si indovina che sono sempre crescenti (a parte il secondo e il terzo che sono uguali), e che divergono (cioe' che al crescere dei numeri cresce anche la differenza tra due numeri consecutivi), ma oltre a questo non dicono molto.

La serie e' definita da una regola semplicissima, e i vari numeri che la compongono sono anche molto facilmente calcolabili (tanto che per scrivere i primi numeri qui sopra non ho consultato nessuna tabella e ho fatto i conti a mente in cinque minuti). Ecco la regola:
Per definizione i primi due numeri sono 0 e 1. I successivi sono dati dalla somma dei due precedenti. Cioe',
N0=0
N1=1
per ogni n>1 Nn=Nn-1+Nn-2

Si tratta di una definizione ricorsiva, cioe' tale che il risultato, per un particolare valore di n, e' dato dalla composizione dei risultati per altri valori di n.
Data la definzione della regola, quindi, e' facile calcolare la sequenza:
N0 = 0
N1 = 1
N2 = N1+N0 = 0+1 = 1
N3 = N2+N1 = 1+1 = 2
N4 = N3+N2 = 2+1 = 3
N5 = N4+N3 = 3+2 = 5
N6 = N5+N4 = 5+3 = 8
N7 = N6+N5 = 8+5 = 13
N8 = N7+N6 = 13+8 = 21
N9 = N8+N7 = 21+13 = 34
N10 = N9+N8 = 34+21 = 55
N11 = N10+N9 = 55+34 = 89
...
A parte l'eleganza della definizione, sembrerebbe trattarsi di una costruzione del tutto artificiosa e del tutto inutile, ma nella sua estrema semplicita' sembra proprio avere tutta una serie di applicazioni pratiche sorprendenti. Ma tempo al tempo, vediamoci prima la "sezione aurea".

La sezione aurea

La sezione aurea, o numero aureo, con qualche eccesso di pathos definita anche "proporzione di Dio" e' un numero dato dal rapporto di due lunghezze, in modo che la prima sia media proporzionale tra la somma delle due e la seconda.
Se ho un segmento AB si tratta di trovare un punto C interno al segmento in modo che la lunghezza AC sia media proporzionale tra AB e CB, o in altre parole:
AB:AC=AC:CB.
(AB sta ad AC come AC sta a CB)

Chiamando AC=a e CB=b, la proporzione diventa:
(a+b):a=a:b
Il numero Aureo φ e' uguale proprio al rapporto a:b
Il suo valore si puo' calcolare come


Facilmente si ricava anche che (a+b):a=a:b=b:(a-b)

Il numero φ, assieme al suo reciproco hanno un sacco di proprieta' matematiche.
Innanzitutto
φ=1,618033988749894848204586834... e' un numero irrazionale.
Sorprendentemente Φ = 0,618033988749894848204586834... (per chi non l'avesse notato, la parte decimale e' identica!)
Ed e' anche vero che φ2 = 2,618033988749894848204586834... (la parte decimale e' di nuovo identica!).

Un'altra proprieta' matematica bizzarra e' che
φ2 = φ10
e che in generale
φn = φn-1 + φn-2
Il che rende φn una sequenza calcolabile in modo ricorsivo, come i numeri di Fibonacci:
φ0 = 1
φ1 = φ
φ2 = φ10 = φ+1
φ3 = φ21 = 2φ+1
φ4 = φ32 = 3φ+2
...
Una caratteristica che a me sembra notevole e' che le potenze di φ crescenti calcolano numeri sempre piu' "quasi interi". Cioe', non esattamente numeri interi ma irrazionali che li approssimano sempre meglio.

Come tutti i numeri irrazionali, φ e' esprimibile come frazione continua (questa proprio non me la ricordavo!). Una frazione continua, espressa come una sequenza di numeri interi [a1, a2, a3, a4, ...] e' il numero calcolato come

(evidentemente per i numeri irrazionali la sequenza di interi che compare nella frazione continua e' una sequenza infinita)
Ebbene, il numero φ e' esprimibile come frazione continua [1, 1, 1, 1, 1, 1, ...], cioe'

Poiche' la sequenza e' composta da tutti numeri 1, cioe' l'intero piu' piccolo possibile, ad ogni elemento che si aggiunge, cioe' ad ogni passo successivo dell'approssimazione, visto che il numero compare al denominatore, si aggiunge la quantita' piu' grossa possibile. Quindi, al passo n-esimo questa funzione continua calcola un numero razionale che approssima il numero irrazionale φ e' in modo peggiore di quanto qualunque altra sequenza, al passo n-esimo, approssimi un altro numero irrazionale.
In altre parole, φ e' il numero "piu' irrazionale" di tutti, cioe' quello che sfugge di piu' di tutti dall'approssimazione tramite una frazione.

E, per uno come me, che si esalta con la matematica al pari di un nerd della peggior specie, gia' queste proprieta' sono entusiasmanti, ma c'e' molto altro.

La sezione Aurea fu scoperta dai Greci nel VI sec. AC. Per i Greci, il numero 5 aveva un'importanza simbolica: era la somma del maschile (3) e del femminile (2). Questa proprieta' ha contribuito all'attribuzione di una certa aura magica alla sezione Aurea, infatti se si disegna il pentagono regolare e le sue diagonali (ottenendo una stella a cinque punte inscritta nel pentagono), i vari segmenti sono in rapporto tra loro come φ: nella figura

AB:AC=AC:CB
Ma siccome CD=AC-CB, allora anche
AC:CB=CB:CD
AC e' anche uguale al lato del pentagono, quindi tutti i segmenti disegnati in figura sono uguali alla prima, all'ultima o alla media ragione della proporzione.
In mezzo alla stella poi, risulta un altro pentagono regolare. Disegnando quindi le diagonali a questo pentagono si ottiene la figura

che ha ovviamente le stesse proprieta' della precedente, e cosi' via all'infinito.
Proprieta' analoghe si possono ricavare osservando il triangolo aureo...


Il significato simbolico della sezione Aurea ha influito nell'arte. Fidia utilizzo' la sezione Aurea per proporzionare le statue del Partenone (per questo l'utilizzo del simbolo φ per denominarne il valore). Leonardo utilizzo' φ per mappare la Gioconda.

Basta comunque cercare un po' in rete per trovare numerosi altri esempi.

Ma che c'entra la successione di Fibonacci con la sezione Aurea?
Dunque, prendiamo la successione, escludiamo il primo numero (che e' zero) e calcoliamo il rapporto tra il terzo e il secondo, tra il quarto e il terzo, tra il quinto e il quarto e cosi' via.
Ho ficcato questo calcolo in un foglio Excel, e questo e' il risultato:

Nella prima colonna c'e' l'indice del numero di Fibonacci riportato nella seconda colonna, alla sua destra. Nella terza colonna c'e' il valore del rapporto tra il numero corrispondente nella seconda colonna e il suo precedente (ovviamente, non potendo dividere per 0, si parte dal terzo numero diviso il secondo). Si nota che i valori della terza colonna convergono molto velocemente al valore di φ. A fianco sono mostrati graficamente quei valori, e si vede chiaramente la convergenza.
Matematicamente si puo' dire che

(per n tendente all'infinito, l'n-esimo numero di Fibonacci diviso per il suo predecessore tende alla sezione Aurea)

Un altro fatto strano che riguarda i numeri di Fibonacci e la sezione Aurea e' il modo in cui sono comparsi nella Storia.
La sezione Aurea e' stata inventata dagli antichi Greci, ma dopo il declino del periodo Ellenistico e' andata in disuso e pressoche' dimenticata per oltre un millennio.
Nel tredicesimo secolo Fibonacci defini' la sua successione, per applicazioni totalmente slegate dalle proprieta' della sezione Aurea, e infatti ne' lui ne' alcun altro ne noto' la correlazione, che fu invece scoperta solo qualche secolo piu' tardi.
Tra l'altro Fibonacci fu il primo a scrivere una funzione ricorsiva, per altro ignorandone l'importanza. Certo, anche la sezione Aurea e molti altri accrocchi matematici scoperti prima possono essere calcolati mediante funzioni ricorsive (che, dall'informatico che sono, trovo davvero geniali, addirittura affascinanti), ma la loro definizione in questi termini e' stata trovata solo dopo Fibonacci.

Va be', si dira'. Si sono scoperte due cose matematiche e dopo oltre un millennio le si sono messe assieme. Tutto molto affascinante, ma ancora non abbiamo trovato a cosa serve tutto questo.

Applicazioni in natura

Prendiamo un foglio a quadretti e ripassiamo a penna un quadretto piu' o meno in centro.
Sotto di esso evidenziamo in modo analogo il quadretto adiacente.
A destra di esso disegnamo un quadrato appoggiato ai due quadretti disegnati precedentemente, che abbia lato la somma dei due (2 quadretti).
Al di sopra del disegno tracciato disegnamo un altro quadrato che ci si appoggi, con lato pari alla lunghezza appena tracciata (2+1=3 quadretti).
A sinistra di tutti questi quadrati tracciamone un altro il cui lato si appoggi alla figura. Il lato di questo quadrato sara' 3+2=5 quadretti.
Facciamo la stessa cosa di sotto. Il nuovo quadrato ha lato 5+3=8 quadretti.
Proseguiamo cosi' finche' c'e' spazio sul foglio.
E' evidente che i quadrati disegnati hanno lato corrispondente ai numeri di Fibonacci.

Ora possiamo inscrivere quarti di circonferenza nei vari quadrati in modo che ognuno sia tangente a quello inscritto nel quadrato successivo e in quello precedente

La curva che abbiamo ottenuto si chiama Spirale di Fibonacci.
In realta' non e' esattamente una spirale: una spirale e' una curva tale che in ogni punto la sua derivata in coordinate polari sia continua. Qui invece non lo e': la curvatura e' costante per ogni ed ha una discontinuita' rispetto al quadrante successivo. In altre parole una "vera" spirale non e' disegnabile con un compasso.
La spirale di Fibonacci e' pero' una buona approssimazione della Spirale Aurea, che e' una particolare spirale logaritmica di cui vi (e mi) risparmio i dettagli matematici.

Il bello e' che in natura ci sono molti esempi di questa spirale. Un esempio e' quello della disposizione dei semi nei fiori come il girasole.

Allo stesso modo si disongono gli eleementi delle pigne, degli ananas, i chicchi di mais sulla pannocchia...

C'e' poi l'angolo aureo, cioe' un angolo che divide l'angolo giro in due parti tra le quali la proporzione e' pari a φ.
Nella maggior parte delle piante le foglie sui rami si sviluppano in modo che ci sia un angolo aureo tra le foglie precedenti e le successive.

Esistono una quantita' di casi in cui si possono notare le applicazioni della sezione Aurea o dei numeri di Fibonacci.
Ad esempio, la maggior parte dei fiori ha un numero di petali pari ad un numero di fibonacci (da Wikipedia: "i gigli ne hanno tre, i ranuncoli cinque, il delphinium spesso ne ha otto, la calendula tredici, l'astro ventuno e le margherite di solito ne hanno trentaquattro o cinquantacinque o ottantanove")

Una giustificazione di questo comportamento in natura e' data proprio dal fatto che, come abbiamo visto sopra,  la sezione Aurea e' il numero "piu' irrazionale" di tutti.
Ad esempio, nel disegno riportato qui sopra, il fatto che tra ogni coppia di foglie successive ci sia l'angolo Aureo assicura che ogni foglia e' "coperta" da quelle successive il meno possibile, e che quindi ognuna riceva la piu' grande quantita' di luce possibile.
Un'altra ragione e' che, poiche' i numeri di Fibonacci non rispettano un ordine replicabile, proprio per come sono stati costruiti, ognuno contribuisce nella solidita' del tutto. Mi spiego: se la disposizione su una pannocchia dei semi di mais fosse regolare, diciamo 50 semi per ogni giro, ogni seme si troverebbe esattamente allineaato a quelli dei giri successivi e precedenti. La pannocchia rischierebbe di rompersi lungo quelle linee. Inoltre su quelle linee ci sarebbe il massimo affollamento di semi mentre tra una linea e l'altra non ci sarebbe alcun seme.
Certo una soluzione a questo problema potrebbe essere che i semi fossero disposti a "esagono", come le celle dell'alveare. In questo modo i semi sarebbero distribuiti il piu' uniformemente possibile. Ma si potrebbe comunque trovare un allineamento (anzi tre, a l'uno dall'altro), e lungo queste direzioni l'allineamento indebolirebbe la pannocchia.

In altre parole, anche se ne' la sezione Aurea ne' i numeri di Fibonacci sono stati inventati per questo motivo, essi descrivono bene alcuni comportamenti della Natura.
Immagino che l'evoluzione darwiniana abbia sviluppato delle forme che rispecchiano bene queste regole, poiche' vincenti rispetto a tutti gli altri schemi. La disposizione delle foglie ad angoli aurei intorno ai rami assicura una migliore insolazione delle foglie stesse, rispetto ad altre disposizioni piu' regolari.

L'ordine democratico

La ricorsivita' nella definizione della succesione di Fibonacci, e quindi anche in quella della sezione Aurea mi fa pensare ad un ordine che viene dal basso, dalla collaborazione degli elementi stessi che subiscono e traggono vantaggio dalla regola. Il numero n-esimo di Fibonacci e' difficilissimo da calcolare, a meno che non se ne conoscano i due predecessori. Conoscendoli invece e' un gioco da ragazzi.
La disposizione dell'n-esima foglia intorno al ramo e' determinata univocamente da quella precedente, ed essa stessa determina quella successiva. La regola non e' quindi "centralizzata", ma applicata localmente.
A me pare una buona metafora della democrazia. Ognuno contribuisce, nel suo piccolo, all'ordine di sopravvivenza della societa' cui appartiene. Il posto di ognuno e' determinato dai suoi antenati, e determinera' a sua volta le generazioni future. E tutti hanno la responsabilita' di collaborare nel rispetto delle regole che non sono imposte dall'alto, ma si sono sviluppate per necessita' e sono finalizzate alla conservazione della specie.
Io credo che l'umanita' non abbia bisogno di un potere costituito che regoli la vita degli uomini. Credo piuttosto che ogni uomo debba riconoscere di far parte di una societa' naturalmente organizzata, e rinunciare ad un po' delle proprie ambizioni per il bene comune. La foglia che si appropria di un posto che non le compete determina un peggioramento delle condizioni di tutte le altre, compromettendo l'efficienza dell'intero ramo e quindi la sopravvivenza di tutte le foglie (compresa se' stessa).

(Parecchio materiale e alcune foto sono tratti da Wikipedia)

lunedì 16 aprile 2012

Sulle bambole spettinate e gli scogli bagnati

Dov'e' il progetto?
Io dico "stiamo lavorando!" ma... appunto... non e' che siamo stati qui a pettinare le bambole o... a Genova diciamo "asciugar gli scogli"...
Noi abbiamo non solo della cosa fatta, diciamo elaborata. Abbiamo anche della cosa decisa che puo' comporre. Certo dobbiamo ancora lavorare, per l'amor di dio...


Il PD da sempre si e' posto come forza di governo alternativo. Alternativo a quello di destra, si capisce.
Nel senso che prima c'era quel bigolo di Berlusconi, e il PD suo malgrado stava all'opposizione perche' ha perso le elezioni (tanto per farla semplice).
E il compito di una opposizione seria e' quello, oltre che di punzecchiare il culo alla maggioranza e al governo che essa sostiene, di preparare una alternativa di governo da proporre quando quel governo e quella maggioranza venissero meno (magari anche in seguito alle punzecchiature di cui sopra).

Allora cerco di parafrasare la simpatica citazione di Bersani qua sopra:
Che alternativa avete preparato a Berlusconi?
La stiamo preparando, non e' che non ce ne stiamo occupando.
Abbiamo gia' fatto qualcosa, e abbiamo qualche proposta. Abbiamo anche delle cose che abbiamo deciso ma non ancora messo assieme. Certo, non abbiamo una proposta concreta ancora.

Come a dire: la lunga era di Berlusconi non e' stata abbastanza lunga da consentirci di costruire una alternativa degna di essere proposta. Pare strano per un partito di opposizione.
E quando e' caduto Berlusconi quindi non c'era niente di pronto da proporre (probabimente mancava "della cosa decisa che puo' comporre"). Tanto che il Capo dello Stato ha nominato un tecnico pronto a fare carta igienica dei piu' deboli per risanare l'economia dei ricchi. Chissa' se avrebbe fatto lo stesso in presenza di una alternativa piu' democratica. Non possiamo saperlo, perche' il PD "stava lavorando". Erano mica li' a pettinare bambole o asciugare scogli. Come dicono a Genova. Bene ha fatto Napolitano a non andarli a disturbare mentre lavoravano cosi' alacremente.

E puo' pure darsi che un governo di sinistra non sia possibile (perche', governo tecnico o no, se le espressioni "destra" e "sinistra" hanno ancora un significato, quello di Monti mi pare proprio un governo di destra).
Cioe', magari e' pura illusione. La democrazia si dimostra impossibile. Un'utopia. L'umanita' puo' andare avanti solo con i ricchi che comandano sui poveri che fan la fame. La sinistra e' fallimentare perche' non funziona.
Spero non sia cosi', ma se cosi' fosse... se il PD pensasse che la sinistra non puo' funzionare, allora mi pare che dovrebbe ammettere di non avere alcun senso di esistere e smettere di prenderci per il culo.
Ma se invece esiste la possibilita' di proteggere i deboli e limitare il potere dei ricchi, di cogliere l'occasione della crisi per creare una economia solidale, be', mi pare che sia proprio compito del PD e che i tempi siano piu' che maturi.

giovedì 5 aprile 2012

Another brick in the wall...

Sapete quel sapore di marcio ed umido che ti rimane in gola - qui in Lombardia lo chiamiamo "magone" - somatizzando un miscuglio di rabbia e delusione per qualcosa che e' andato storto malgrado i tuoi sforzi e nonostante la convinzione che, in fondo, quell'obiettivo, tu, te lo meritavi proprio!?
Quella sensazione che ti fa venire una gran voglia di farla finita... no, non fraintendetemi, non mi e' mai passata per la testa l'idea del suicidio, parlo piuttosto della voglia di farla finita con QUESTA vita. Di azzerare tutto e ricominciare, questa volta pero' stando attento a costruirti intorno un mondo semplice. Piu' semplice di quello che... ma come diavolo hai fatto a rendertelo cosi' complicato?
Eppure non si puo' fare, perche' per costruire questa vita, l'unica che hai, ci hai speso una vita intera, e alla fine, se ti rendi conto di aver scelto la strada sbagliata, ormai e' troppo tardi per tornare indietro al bivio. A quel bivio la cui importanza - solo ora te ne rendi conto - hai decisamente sottovalutato. E adesso ti volti ossessivamente a destra e a sinistra, alla ricerca di una via di fuga laterale, ma qualunque deviazione dalla strada maestra ha un segnale di divieto di transito. Traffico consentito solo a chi ha denaro e potere. Credo sia proprio questa la motivazione che spinge un sacco di gente a spendere un sacco di soldi nelle lotterie, giocando "il giusto", come recita, per dovere ministeriale, la ragazza della pubblicita', talmente allegra che ti verrebbe da pigliarla a cazzotti seduta stante.
Altro che self-made man! Qui l'unica speranza di, non dico farsi da soli, ma almeno migliorare un po' le proprie condizioni (ma che dico: non peggiorarle sarebbe gia' un successone!), per agire sul proprio destino, e' quella di vincere la lotteria, che se non avessi studiato un minimo di statistica e non sapessi che si tratta di una speranza talmente vana da non giustificare nemmeno il costo del biglietto, sarei tentato di giocare anch'io. Altro che merito! Impegnarsi e' inutile, che' tanto, per bene che ti vada, dove sei resterai. E in ogni caso sara' un effetto indipendente dalle tue azioni e dal tuo impegno, cosa credi? Rassegnati!

L'ultimo mattone nel mio muro racconta di quanto sia falsa la strategia di ridurre i diritti dei lavoratori per rendere piu' dinamico il mercato del lavoro. No, non mi pare che rendere piu' facili i licenziamenti possa essere un metodo buono per aumentare i posti di lavoro, a meno che cio' non provochi, come vogliono farci credere, una maggiore facilita' ad assumere. Da parte delle altre aziende, ovviamente.
E' un paradosso. Se l'azienda X potesse licenziare facilmente, e cio' comportasse una facilita' da parte delle aziende di assumere chi viene licenziato, e' chiaro che tornerebbe a vantaggio delle aziende che assumono, e non dell'azienda X (non riuscirete mai a convincermi che per una azienda licenziare comporta alla stessa azienda una esigenza di assumere).
Se l'argomento non fosse tanto delicato verrebbe da riderci sopra. Che logica e'? Perche' mai un imprenditore dovrebbe desiderare la liberta' di licenziare i propri dipendenti se adoperare questa liberta' andrebbe a solo vantaggio dei suoi concorrenti?
E' palesemente falso. Lo capirebbe anche un bambino. Risultati di alcune ricerche etologiche mostrano chiaramente che anche le scimmie danno chiari segni di capirlo: maggiore flessibilita' significa spostare lavoratori da qui a la', mica buttarli fuori dalla finestra con un calcio in culo, sperando solo che nella caduta si ammazzino, tanto per non gravare sulle casse dello stato, che poi, le tasse sono io a pagarle!
Non arrivo nemmeno a discutere se sballottare artificiosamente i lavoratori tra i posti di lavoro sia o no un bene per i lavoratori o per la societa' (indubbiamente spezzerebbe la noia di questa monotonia!). Ma intanto, quanto meno che sia utile alle aziende, e quindi all'economia (ove il bene delle aziende equivale al bene dell'economia - e questo non e' poi cosi' scontato).

Credo che il mio stipendio attuale sia basso. Come faccio a dirlo? Rispetto alla ricchezza che l'azienda si fa attraverso il mio lavoro, anche se ammetto che questo indice e' difficile da determinare. Lo dico anche in considerazione del fatto che e' da otto anni che lavoro qui, e da sette non mi viene accordato alcun aumento. Nemmeno quello sindacale legato all'inflazione programmata (grazie alla voce "superminimo riassorbibile" della mia bustapaga, che mi e' stato accordato appunto sette anni fa' come aumento). Quindi se, come suppongo, otto anni fa' il mio stipendio era, al massimo, giusto, oggi, che ha ridotto il suo potere d'acquisto, e' basso.
Di contro credo anche che il tipo di lavoro che svolgo occupi un posto strategico per un'azienda che vuole crescere investendo: alla fine i computer governano sempre piu' i processi produttivi, no? Con questo non e' che voglio svalutare gli altri tipi di lavoro, intendiamoci. Ma se la logica dei padroni e' quella di inseguire lo sviluppo delle loro aziende, dovrebbero, per mero calcolo, premiare quelli che lo producono.
Si puo' discutere se cio' sia etico, ma allo stato dei fatti le aziende vogliono crescere, o no? Dovrebbe essere questo il compito sociale dell'imprenditore, o no? O vogliamo permettergli di arraffare arraffare alle nostre spalle finche' ci sono le vacche grasse e scappare alle Maldive col malloppo in tempi di vacche magre?

Cambia lavoro, Dario, che e' questo e' il tuo dovere civile.
Eh, ma qui, provincia della provincia, non ci sono posti di lavoro per quelli come me.
E allora devi spostarti.

Ecco, io un lavoro un po' lontano l'avrei anche trovato. E ho chiesto uno stipendio che, al netto, prevede una maggiorazione rispetto al mio stipendio attuale (che ritengo basso) pari ai soldi del carburante necessario per fare il pendolare. Perche' se la flessibilita' del mercato del lavoro e' una ricchezza per la societa', be', non dovra' mica essere tutta a spese del lavoratore! Di fatto, lo stato ti richiede di essere flessibile, ma non fa nulla per rendere possibile realizzare questa flessibilita' coi mezzi pubblici. Ti costringe a prendere l'auto e ti punisce con le accise.
Prendiamo il mio stipendio mensile, aggiungiamoci il costo del carburante per farci gli ottanta chilometri (centosessanta al giorno). Rinunciamo anche al premio di produzione che, in quanto tale, varia col variare della produzione, e quindi - laciamo stare - e' difficile da valutare. In totale ci rimetto. E in piu' spendo 4-5 ore al giorno inutilmente nei trasferimenti, ricompensato oltre che dalla consapevolezza di aver provveduto al mio dovere civile alleviando il senso di monotonia che grava cosi' pesantemente sull'animo del mio Presidente del Consiglio, anche dalla speranza di un posto di lavoro professionalmente e umanamente migliore dell'attuale.

E invece no.
Ci dispiace ma chiedi troppo, Dario.
Dopo averci pensato per un mese mi hanno offerto uno stipendio pari al 20 per cento meno dell'attuale. Di piu' non le possiamo offrire, Dario.
Certo, c'e' la fila di disoccupati pronti a scannarsi pur di ottenere quel posto!

Si dice che gli stipendi degli italiani siano i piu' bassi in Europa (la stima, a onor del vero, mi sa che e' stata fatta prima che la situazione in Grecia precipitasse, ma tra ultimi e penultimi c'e' poco da scialare!).
Certo, diranno gli imprenditori, se si legalizzasse la schiavitu' sarebbe meglio, ma secondo me pagare poco lavoratori professionalmente validi dovrebbe essere gia' un bel risparmio da parte dell'azienda. Eppure, nonostante questo, c'e' crisi. I lavoratori prendono poco ma c'e' crisi. Dove finiranno mai quei soldi?

Mi sento come in prigione. Lavoro in una condizione degenerata al punto che l'unica via d'uscita e' l'impoverimento. Il Padrone ha istituito una gerarchia artificiosamente aggressiva, inutilmente aggressiva, tutta rivolta ad umiliare gratuitamente il lavoratore. Specie se si tratta di lavoratore (come me) che ci ha messo l'anima per fare le cose bene. E non per interesse mio o dell'azienda, ma solo per onesta' intellettuale.

Bisognerebbe scoprire un altro pianeta su cui emigrare: qui non c'e' piu' posto per me.

lunedì 2 aprile 2012

Grandi opere

La mia ricerca di lavoro continua.

Non avendo nessuna speranza di trovare qualcosa piu' vicino a casa mia che Milano, ho subito esteso la ricerca ad un raggio di ottanta chilometri.
Non trovando niente di buono ho pensato di estendere ulteriormente la ricerca, non tanto perche' io ritenga che altri luoghi offrano di piu', ma perche' ingrandendo l'area di ricerca la probabilita' dovrebbe aumentare. E' da tempo che sto quindi cercando in tutta Italia e non disdegno affatto l'estero. Qualche colloquio sono andato a farlo in Svizzera, e altri ne ho fatti (per fortuna in Italia) per posti di lavoro altrove.
In questo periodo mi e' capitata l'opportunita' di farne uno a Firenze.
Bene, dico io. Quella parte d'Italia mi e' sempre piaciuta. Mi ci trasferirei volentieri, e altrettanto credo R, Maddie, e Mr. Bentley. E ho cominciato a fantasticare sull'idea di diventare Toscano. Certo, bisogna valutare tutti i pro e i contro. Ma perche' fasciarsi la testa prima di romperla? Cominciamo ad andare al colloquio, mi son detto. Che' non so nemmeno di che posto di lavoro si tratta (il colloquio e' con una societa' di ricerca personale). Devo solo fissare l'appuntamento. La societa' di ricerca personale si e' dimostrata magnanima a permettermi di scegliere la data dell'incontro.

Coi tempi che corrono, la benzina che e' andata alle stelle (per fortuna vado a GPL, ma anche quello e' aumentato proporzionalmente - anzi di piu': il cinquanta per cento nel giro di un paio di mesi). Non riesco a fare piu' di 10 km con un euro. Da qui a la', secondo Google Maps ci sono 360km. Andar bene costa quindi 36 euro, solo in carburante. Piu' 36 per tornare. Piu' c'e' l'autostrada eccetera. Direi che tutta l'operazione mi costa sui 100 euro.

Ma ancora prima di fare questo conto l'idea era quella di andarci in treno, in considerazione anche del fatto che il luogo del colloquio e' vicinissimo alla stazione. Per non contare la scocciatura del traffico e la necessita' prestare l'attenzione alla guida che in treno mi risparmierei. Ed in piu' farei il mio bel gesto quotidiano per rispettare la natura e sistemarmi la coscienza, evitando di inquinare.

Uhm... Vediamo... www.trenitalia.it. La homepage mostra promozioni da 9 euro per il TAV su varie tratte, ad esempio Torino-Napoli. Evidentemente la tratta Milano-Firenze non e' in promozione, ma non sara' poi cosi' tanto costosa, no?
Allora, inserisco i dati. Partenza Calolziocorte-Olginate, arrivo Firenze Campo di Marte, una data a caso, tipo Mercoledi' 3 aprile, verso le 7 (poi provero' con altre date e altri orari, ma il succo non cambia). Bel servizio, non c'e' che dire. Solo 3 ore e 35 per andare da partenza a destinazione.
55.25 euro.
Per l'andata. Piu' altrettanti per il ritorno, ovviamente. Totale 110.50. Cioe', dico, oltre centodieci euro per andare a Firenze e tornare. Duecentomila lire.
Il costo maggiore (49 euro all'andata e 49 al ritorno) e' dato dalla tratta in alta velocita'. I trasferimenti locali sono bruscolini.
Insomma, nonostante i prezzi del cabrurante, consiglio tutti di spostarsi in auto, costa abbondantemente di meno.
E infatti ho deciso che ci andro' in auto, cosi' mi porto anche R e i cani e ci facciamo una bella gita. Che' non so se i cani possono salire su quei treni, con che modalita' e con quali costi.
Sui treni normali hanno adottato la comica soluzione di obbligarli a stare nel trasportino. Anche un idiota capirebbe che, una volta arrivato a destinazione non e' che puoi andare a farti una passeggiata in citta' con un cane al guinzaglio e un trasportino in mano (per chi non lo sapesse un trasportino e' una gabbia di plastica con una maniglia sopra, di dimensioni varie a seconda della taglia del cane - per uno dei miei, di taglia piccola, e' piu' o meno 60x40x40 cm).
In ogni caso, andando in due in auto si spenderebbe meno della meta' che andare in due in treno.

A dir la verita' avevo il sospetto che la TAV fosse un'opera totalmente inutile e solo uno spreco di soldi pubblici, ma speravo che le ferrovie avessero mantenuto un minimo di servizio su quei treni sporchi e puzzolenti, che sai quando sali e non se, quando e dove scendi. Ed eventualmente in quali condizioni di salute. Insomma un servizio che possa avere una qualche utilita' per il cittadino che lo paga. E invece sembra di no. Almeno dal sito non sembra esserci possibilita' di andare in treno da Calolziocorte a Firenze senza prendersi un Frecciarossa. Prenderselo in...

giovedì 29 marzo 2012

Botta e risposta

Ecco la risposta che ho ricevuto ad una candidatura ad un'offerta di lavoro:

Buonasera dott. C.,
la ringrazio per avermi risposto.
Avrei però bisogno di avere ulteriori precisazioni in merito a quanto ha scritto.
Posso chiederle che cosa la spinge in questo momento a guardarsi intorno pur avendo un contratto di assunzione a tempo indeterminato?
Inoltre per una nuova opportunità di lavoro valuterebbe eventualmente un contratto a progetto?
Se si, avrebbe un’idea della cifra economica netta mensile che potrebbe richiedere?
Nell’attesa di avere un suo cortese riscontro in merito porgo cordiali saluti.
Grazie per l’attenzione prestatami.
Francesca B.


Subito ho pensato a quanto si manifesti, anche nella forma, l'arroganza del mercato del lavoro, almeno qui in Italia (ricordo gli annunci sui media americani in cui si definiva esattamente il tipo di contratto e la retribuzione offerti direttamente sull'annuncio - qui invece si fa contrattazione da mercato sulla vita della gente).

Comunque, esasperato dalla disonesta' di tutto questo ambiente, mi sono sentito di rispondere cosi':

Buongiorno.
Sono ancora ingenuamente convinto che la qualita' paghi, anche nel mercato del lavoro. Cioe' che le persone professionalmente valide riescano anche ad ottenere un salario migliore.
Sono altresi' ancora ingenuamente convinto che la forza dell'azienda, intesa come atomo della societa' capitalista-consumista (cui per fortuna o nostro malgrado - a seconda delle convinzioni politiche di ciascuno - facciamo parte) sia data dal lavoro di squadra, di un gruppo cioe' dove ognuno fa la sua parte al meglio che puo'. Per cui una buona azienda, per esempio, e' quella dove un ottimo imprenditore, affiancato da ottimi dirigenti, lavora in sinergia con ottimi lavoratori.
Io mi ritengo un ottimo analista-programmatore, nel mio campo (ampiamente descritto nel CV che Le ho inviato). Tuttavia non mi ritengo professionalmente appagato perche' nell'azienda in cui lavoro non si riesce a formare l'ottima squadra di cui parlavo sopra.
Quindi, pur ritenendomi professionalmente molto valido, non ho la possibilita', in questa azienda, di realizzarmi professionalmente quanto ambirei e quanto sarei capace di fare. Ne' tanto meno di coltivare e accrescere la mia professionalita' imparando da sfide intellettuali che dovrebbero arrivarmi e addirittura dovrebbero essere incentivate dall'alto della gerarchia. E di conseguenza vedo fortemente limitata una crescita retributiva corrispondente.

In altre parole il motivo per cui sono motivato a cambiare lavoro e' (come in effetti immagino dovrebbe sempre essere in una Societa' onesta) l'auspicio di una crescita professionale che questa azienda - ormai ne sono disilluso - non mi sa prospettare.

Non sono favorevole ad alcun contratto a progetto, a termine o come libero professionista poiche' tutti questi tipi di contratto focalizzerebbero la mia attenzione piu' sulla preoccupazione del futuro che sull'oggetto del mio lavoro, limitando ulteriormente le mie ambizioni di crescita professionale.
Se avessi un contratto a progetto (uno vero, intendo, non un bieco trucco per far risparmiare il datore di lavoro!), dovrei lavorare per la realizzazione di un progetto, al termine del quale il contratto di collaborazione dovrebbe considerarsi esaurito. Non ci sarebbe quindi stimolo per me a pensare e a proporre soluzioni innovative per l'azienda.
Se avessi una Partita IVA (nel vero senso della parola, intendo, non un meschino mascheramento di una collaborazione continuativa con una azienda!), e fossi quindi un libero professionista in una azienda individuale, dovrei preoccuparmi, prima ancora del buon svolgimento del mio lavoro, della gestione dell'azienda individuale stessa, attivita' per la quale non mi sento affatto portato, anzi mi ritengo un totale incapace. Se faccio l'analista-programmatore preferirei essere pagato per il mio lavoro di analista-programmatore!

Del resto, se voi siete alla ricerca di una persona che svolge il proprio compito assegnato senza alcuna ambizione a pensare ed inventare soluzioni, oppure se cercate la realizzazione di un progetto da parte di un consulente esterno che si preoccupi della propria azienda prima che dell'azienda dove lavora, forse vi state rivolgendo alla persona sbagliata.

Spero di aver esaurito le sue curiosita' rimaste in sospeso dall'altra volta che Le ho risposto a domande analoghe.

Cordiali saluti
Dario C.

mercoledì 21 marzo 2012

Reintegro o indennizzo?

Sono una lavoratrice donna. Rom. Di colore. Ebrea. E anche un po' sieropositiva.
Ma niente paura, al mio datore di lavoro non conviene licenziarmi senza giusta causa, perche' l'articolo 18 mi protegge con il reintegro se dimostro che e' stato un licenziamento discriminatorio.
Ma siamo sicuri?
Se ho ben capito (dicono che le donne, i rom, le persone di colore, gli ebrei e i sieropositivi non e' che siano molto intelligenti, quindi forse sono io che capisco male!), il licenziamento per motivazioni "economiche organizzative" (che diavolo significa, esattamente?) o anche come provvedimento disciplinare puo' essere attuato dall'azienda. E pure che venga dimostrato che tali motivazioni non sussistono, comunque non c'e' il reintegro: al limite un indennizzo.
Quindi se io rimango donna, rom, di colore, ebrea e sieropositiva (non vorrei essere proprio io a suggerirglielo, ma mi sa che e' abbastanza furbo da capirlo da solo) il datore di lavoro (cui non conviene licenziarmi per il sesso, l'etnia, la razza, la religione o lo stato di malattia) mi pue' bellamente licenziare adducendo qualunque inesistente ragione disciplinare o economico-organizzativa che si inventa a colazione facendosi ispirare da una brioche pucciata nel cappuccino. Se poi io gli faccio causa, massimo massimo mi deve dare un indennizzo. Ma non sia mai! non si tratta di licenziamento discriminatorio!

Al piu' si tratta di indurmi a rompere la monotonia, eh?

Questo ragionamento, ammetto, non l'ho partorito da solo. Sono troppo ingenuo. L'ho invece sentito fare ieri sera da un giuslavorista (di cui non ricordo il nome) intervistato da Radio Popolare. Che anche se io non sono veramente donna, ne' rom, ne' di colore, ne' ebreo e, dall'ipocondriaco che sono mi vengono pure dubbi a riguardo, neanche sieropositivo, da solo non ci avrei mai pensato, forse.
Ma sono sicuro che invece la mente fine del mio datore di lavoro ci ha pensato eccome. Mi sta sulle balle uno? Lo licenzio. Ho bisogno di ridurre il personale? Lo riduco. Certo dovro' reprimere un po' l'arroganza che mi contraddistingue e con essa l'impulso di dire robe tipo "sei femmina, ti sei fatta ingravidare senza pensarci pesando sulle mie spalle, quella e' la porta". Non posso dire "ti rifiuti di fare straordinari abituali non pagati proprio quando ho bisogno di incrementare la produzione, le sanguisughe come te se ne vadano a casa". No, non posso. Non posso nemmeno licenziare uno perche' e' sindacalista. O la segretaria perche' si rifiuta di farmi un servizietto sotto la scrivania... No, i licenziamenti discriminatori finiscono con un reintegro.
Ma posso inventarmi un "sei un incapace" o un piu' modesto "siamo in un periodo di crisi" quando voglio. Certo poi, siccome son tutte baggianate, dovro' rinunciare a qualche buca a golf per pagare l'indennizzo, ma ne vale la pena, tanto per liberarmi di quei maledetti fannulloni che pensano solo a fare figli come i conigli senza nemmeno dimostrare un briciolo di riconoscenza a chi per anni gli ha dato il pane quotidiano!

E in tutto questo l'unica che si permette (quale onta!) di dire che non va bene e' la Camusso. Peccato che il suo no non servira' a nulla.

A me Monti non dispiace. E il suo governo nemmeno. Sono persone competenti e serie.
Oddio.
Certo Berlusconi ci aveva abituato bene.
Nel senso che qualunque caccola del naso sarebbe stata mille volte meglio di Berlusconi.
Quando Berlusconi andava all'estero mi vergognavo di essere italiano mio malgrado. Adesso invece vedo che l'Italia e' rispettata perche' il suo Premier e' una persona degna di quel nome. Berlusconi no. Ne' del nome "Premier" ne' del nome "persona".
Mi piacciono anche i suoi modi, i suoi comportamenti e la sua cultura. Ricordo un'intervista della Nunziata a Berlusconi in cui lui e' finito per insultarla e andarsene nel bel mezzo del programma. Cito invece una risposta dissenziente di Monti intervistato alla stessa trasmissione "Se mi consente mi permetto di rimandare rispettosamente l'accusa al mittente". Odio l'arroganza e questa e' totalmente sparita dai modi del governo con il nuovo corso. E ora siamo apprezzati in quanto Italiani. l'Italia, grazie a Monti, ha in pochi mesi modificato il suo status da clown a interlocutore privilegiato.

E forse Monti e il suo governo agiscono pure in modo sincero. Cioe' rimanendo nell'argomento di questo post, crede davvero che svuotare l'articolo 18 del suo significato sia utile per favorire la ripresa economica dell'Italia (e dell'Europa). Crede davvero che impoverire e ridurre i diritti dei lavoratori favorendo le classi privilegiate (che, essendo appunto "privilegiate" gia' non e' che se la passassero poi tanto male neanche prima) si renda un servizio all'Italia nella sua globalita'. E magari ha anche ragione.
Ma io penso che il Bene dell'Italia non abbia alcun valore se non comportasse anche il Bene degli italiani. Non aspiro affatto ad una Italia economicamente sana formata da lavoratori ridotti in schiavitu'. Anche perche', ammetto, in quel caso io, personalmente, ci rimetterei. Bisogna perseguire il bene comune, certo. Ma il bene comune non puo' prescindere dal bene individuale della quasi totalita' della popolazione. O no?

Certo queste sono idee di sinistra. Ma a dire no e' rimasta solo la Camusso.
Bersani che fa? Bersani non puo' che chinare la testa perche' se non lo facesse il governo cadrebbe. E se cadesse il governo bisognerebbe farne un'altro.
Accidenti. Che ho detto? Se cadesse il governo bisognerebbe farne un altro.
Gia', se cadesse il governo, l'opposizione, che vincerebbe le elezioni, dovrebbe fare un altro governo.
E chi ci metterebbe, al posto di Monti? Bersani?
L'opposizione deve costruire una alternativa, credo. E' il suo compito principale, credo.
Non l'ha fatto nel ventennio fascista del berlusconismo, dove anche una caccola del naso sarebbe apparsa come un deciso miglioramento. Non l'ha saputo fare. E va be', acqua passata. Poi Berlusconi se n'e' andato di morte sua, e li' non c'era una alternativa pronta. Cacchio si sono fatti cogliere alla sprovvista. Comprensibile: hanno avuto solo diciassette anni per prepararsi. Hanno dovuto accettare un governo tecnico, perche' uno politico, in tasca, non ce l'avevano. Che peccato. Occasione persa. Ma avranno imparato la lezione: si saranno ben attrezzati per costruire una alternativa, nel frattempo? No. Appoggio incondizionato a Monti, perche' noi polirici, la politica... macche', non e' mica il nostro mestiere!

lunedì 6 febbraio 2012

Che monotonia!

Io credo che, interpretando letteralmente la sua espressione, il Professore abbia ragione. Cioe', almeno per quanto riguarda i colletti bianchi, sia sbagliato rincorrere un "posto fisso" tipo quello che si usava negli anni settanta. Se si ha a che fare con la tecnologia, bisogna inseguirne l'evoluzione, e progredire significa anche accettare di cambiare posto di lavoro.
E non e' che e' cosi' da adesso. Io, per esempio, mi sono laureato nel 94 ed e' stata mia intenzione fare cosi' fin dall'inizio.

Senza contare i lavoretti saltuari, le ripetizioni di matematica e i miseri proventi dei concertini con la band, utili a malapena per pagarmi le vacanze, il primo lavoro e' arrivato dopo neanche tre mesi dalla laurea (per la verita' un po' tardiva di qualche anno fuori corso).
Avevo trovato un annuncio sulle pagine del Corriere (allora usava cosi', il venerdi' il quotidiano era riempito per meta' dagli annunci di lavoro!). Ho inviato un curriculum, mi hanno invitato per un colloquio e mi hanno preso.  Il posto era in Viale Monza, a Milano, a circa 25km da casa (abitavo ancora coi miei). Ci impiegavo un'ora con i mezzi, ma in auto ci avrei impiegato ben di piu'. Avevo un contratto di collaborazione, il lavoro non mi piaceva ed ero sottopagato, ma si sa, quando sei neolaureato ti va bene anche essere sfruttato, pur di cominciare. E poi, visto che stavo ancora coi miei, la paga misera e insicura non minava la mia sopravvivenza. Pero', neulaureato si', ma disilluso ancora no. Aspiravo a qualcosa di piu', sia dal punto di vista retributivo-contrattuale, sia da quello professionale. Si sa, da giovani si pensa di poter toccare il cielo con un dito, ma non mi pareva di peccare di eccesso di autostima considerando quel primo posto di lavoro di gran lunga intellettualmente dequalificante.

E quindi, dopo sei mesi di ricerche ho trovato qualcosa di meglio, o cosi' mi pareva (gia', da un paio di colloqui non e' che si possa davvero capire la qualita' del lavoro che viene offerto, bisogna andare un po' sulla fiducia e sull'istinto). Sono finito a lavorare a Guanzate, in provincia di Como. 28km da casa, 45 minuti in auto. Nessun mezzo pubblico a disposizione. Il contatto con l'azienda me l'aveva fornito mio fratello (collaborava con loro per lavoro). Intendiamoci, non fui raccomandato. Ho utilizzato mio fratello solo come fonte di informazione. Mi hanno assunto con un contratto di formazione-lavoro di un anno e mezzo. Ci sarebbe stato molto da crescere professionalmente, non fosse che, a causa della riorganizzazione imposta dalla Casa Madre britannica, non avessero deciso di spostare le attivita' di ricerca e sviluppo nel Regno Unito. Gli uffici, non i lavoratori. Per quelli non era previsto alcun trasferimento. Poco male: il mio contratto era in scadenza e quindi mi si poteva lasciare in mezzo a una strada senza stipendio anche se non avessi trovato un altro posto prima.
Che ho trovato, annunciando le dimissioni con un preavviso di sole due settimane. E poco e' valso dire che furono loro a intimarmi di andarmene: le altre due settimane di mancato preavviso mi costarono una penale pari a un mese di stipendio. Evidentemente a loro piaceva giocare con quello che ritenevano bruscolini: la mia vita.

Sono quindi tornato a lavorare a Milano, in viale Fulvio Testi. Di nuovo ho utilizzato il Corriere come musa ispiratrice. 20km da casa. Prendevo i mezzi (oltre un'ora e mezza): li preferivo perche' cosi' evitavo il traffic-rage della rush hour, anche se con l'auto avrei risparmiato mezz'ora.
Partita IVA. Finta, naturalmente, perche' facevo lavoro da dipendente, dieci ore al giorno per cinque giorni alla settimana con una quota lorda mensile che, al netto delle tasse, faceva qualcosa meno dello stipendio che prendevo prima in contratto di formazione. Niente malattia. Niente ferie, salvo confidare nella magnanimita' del datore di lavoro, dovessi averne avuto bisogno. Dodici mensilita' secche e la sicurezza di continuita' basata sul rapporto di fiducia forzato.
Il lavoro era confinato in un campo per me molto interessante: l'utilizzo industriale della modellazione geometrica tridimensionale. Il gruppo di lavoro pero' era organizzato molto male, il che limitava notevolmente le mie ambizioni in spirito di ricerca e innovazione e reprimeva quindi un po' i miei stimoli.
Un anno esatto e poi, visto che il mio costante impegno e la mia sempre crescente produttivita' non veniva riconosciuta da pari aumenti retributivi ne' le mie richieste di formalizzazione e regolarizzazione contrattuale venissero prese in minima considerazione, dovetti sbalordire il datore di lavoro annunciandogli le mie dimissioni. Credetti nella sua sincerita' quando, per non perdermi, mi offri' un contratto a tempo indeterminato e un non meglio specificato aumento salariale, ma ormai la decisione era presa.

Raccontai che sarei andato a lavorare per una ditta che faceva strumenti musicali elettronici (in effetti feci un colloquio alla Korg di Osimo, ma purtroppo mi scartarono). Finii invece in una azienda per la quale facevo un software molto simile. Per questo dovetti mentire.
Mi avevano infatti fatto firmare un "patto di non concorrenza", cioe' un documento su cui dichiaravo che, dopo la cessazione del rapporto lavorativo, non avrei potuto lavorare per un concorrente. L'amico avvocato mi disse che quel documento non aveva alcuna validita', ma pensai fosse opportuno comunque nascondere i fatti miei a riguardo.

Ora vorrei aprire una parentesi a riguardo. Chiunque abbia mai cercato lavoro si sara' reso conto che si puo' schematicamente dividere gli annunci di lavoro tra profili junior e senior. Per i primi non si richiede esperienza, ma si offre stipendi contenuti. Per i secondi si offrono retribuzioni migliori ma richiede esperienza. Esperienza, ovviamente, nel campo di interesse dell'azienda che assume. Non e' che per fare l'elettricista devi avere esperienza come prestinaio o massaggiatore orientale, no, devi avere esperienza come elettricista, se no che senso ha? Se uno si impegna a rifiutare proposte di lavoro da parte di un concorrente, significa che bisogna che scarti qualunque annuncio per profili senior, perche' se l'esperienza che richiedono e' nello stesso campo, si tratta di una azienda concorrente. Ma nemmeno quelli che ricercano junior ti assumerebbero, perche' non sei junior e quindi si suppone che tu pretenda una retribuzione migliore, anche se sarebbe giustificata da una esperienza in qualcosa che a loro non serve. Insomma, firmare quel documento singifica rinunciare a trovare un altro lavoro.
Insomma, se sei un bravo cuoco con esperienza maturata in un ristorante, firmando un patto di non concorrenza dichiari che alla cessazione del rapporto lavorativo, non andrai a lavorare in un'altro ristorante. Quindi non puoi sfruttare la tua esperienza. Puoi invece andare a fare il sarto senza esperienza per un importante stilista, ma se lo facessi, l'importante stilista, conoscendoti come cuoco esperto, avrebbe l'innato sospetto che la scelta di quel posto di lavoro e' solo un ripiego. Quindi se vuoi farti valere nel mondo del lavoro, firmando quel documento rendi la tua esperienza non solo inutile, ma dannosa.
Chiusa parentesi.

Il contatto per il nuovo lavoro fu la mia amica M, compagna di corso, con cui condivisi molti momenti al CNR, che frequentai per la stesura della tesi di laurea. Il lavoro di M al CNR era finanziato da questa azienda, che, dopo la laurea, la assunse. Anche qui, nessuna raccomandazione, anche se credo che la stima professionale di M nei miei confronti fu tenuta in considerazione.
Il posto di lavoro era a San Mauro, nell'hinterland torinese. Impensabile fare il pendolare dalla provincia di Milano, quindi affittai un monolocale vicino al centro di Torino. Il posto di lavoro era a circa 10km. Con i mezzi, dalla zona ad alta concentrazione abitativa in cui vivevo, alla zona dall'impronta industriale in cui lavoravo, paradossalmente ci si impiegava oltre due ore e mezza (evidentemente chi pianifica la mobilita' pubblica non si aspetta che la gente che vive nelle zone residenziali lavori nelle zone industriali!!!), quindi me la facevo in auto in 20 minuti. Nella bella stagione me la facevo spesso in bici in 40 minuti.
Fu il mio primo contratto a tempo indeterminato. Il lavoro era interessantissimo e professionalmente qualificante, quindi mi accontentai di uno stipendio piuttosto contenuto, con l'illusione di aumentarlo col tempo, anche in considerazione del fatto che il mio rinnovato entusiasmo avrebbe portato frutti tangibili anche per l'azienda.
Nonostante l'esplicito apprezzamento per il mio lavoro, pero', cio' non avvenne, e mi trascinai questa situazione per sei anni. E avrei continuato ben piu' a lungo, se avessi valutato soltanto l'aspetto professionale in cui sentivo di poter dare ancora molto (continuando ad accrescermi intellettualmente). Ma in me si era ormai sviluppata la consapevolezza che il lavoro non serve per migliorare la propria vita, ma per migliorare quella del datore di lavoro. E che la retribuzione non e' proporzionale al valore di cio' che si produce, ma al valore di mercato del lavoratore. Il mercato delle vacche.
E allora, arrabbiato e disilluso, decisi di sfruttare questa logica, visto che il mondo del lavoro offriva ancora qualcosa.

Trovai una nuova offerta allettante tramite un contatto lavorativo, e, forte di una lettera d'assunzione, cominciai a contrattare. Giocavo col fuoco. Comunicavo l'offerta della nuova azienda alla vecchia che mi faceva un'offerta migliore per trattenermi. Comunicavo l'offerta della vecchia azienda alla nuova che la migliorava per convincermi ad andare da loro.
Ero ormai convinto di cambiare, ma continuai a mercanteggiare peggio che al suk. Fino a che la situazione era diventata ridicola. Rifiutai un'offerta di aumento da parte della vecchia azienda pari al doppio della mia retribuzione precedente. Il che fa concludere che per sei anni mi hanno pagato la meta' del mio valore. Nella nuova azienda mi offrivano di piu'. Anche inquesto caso non svelai la mia destinazione perche' mi fecero firmare anche stavolta un patto di non concorrenza, anche se a rigore le due aziende non erano in concorrenza.
Fu un cambiamento totale di vita, perche' contemporaneamente mi trasferii, mi sposai e cambiai posto di lavoro.
Il lavoro e' meno interessante di prima, ma la zona dove abito e' bellissima, sulle catene ininterrotte di monti a seconda dello sporgere o del rientrare dei quali il ramo del lago di Como che volge a Mezzogiorno e' tutto a seni e golfi. Per un primo periodo vivemmo in un appartamento in affitto, poi aprimmo un mutuo per l'acquisto della casa dove ora abitiamo. A dieci chilometri dal posto di lavoro. I mezzi sono improponibili (e' uno degli svantaggi di vivere in un piccolo villaggio montano), ma in auto ci metto dieci minuti. Ultimamente, con la bella stagione, me la faccio con la bici, affrontando la salita con l'aiuto del motore elettrico di cui e' fornita.
Una cosa negativa e' che in questa zona, per il lavoro che faccio, non ci sono alternative. Il che ha bloccato un po' le mie aspirazioni ad un giusto cambiamento, non solo per rompere la monotonia (!), ma anche per migliorare la mia condizione lavorativa e umana. Sono oltre otto anni che sto qui, e i continui ricatti da parte del datore di lavoro si sono enormemente accentuati da quando c'e' crisi, cioe' da quando il mio valore, nel mercato delle vacche, e' diminuito drasticamente (c'e' crisi di lavoro -> parecchi lavoratori sono a spasso -> il lavoro costa meno all'azienda).
Ora sono al limite della sopportazione. La mia condizione lavorativa ha risvolti addirittura psicosomatici. E' ora di cambiare. Altro che monotonia!
Eppure non ci riesco, a cambiare. In totale avro' fatto un centinaio di colloqui. Qualche decina negli ultimi tre anni, da quando mi sto impegnando seriamente per cambiare. In questi tre anni avro' spedito qualche migliaio di curricula. L'unica offerta concreta che ho avuto e' della stessa azienda per cui ho lavorato, anni fa, con Partita IVA (vedi sopra), e me ne sono andato sbattendo la porta. Stavolta mi offrivano un tempo indeterminato (sveglia!!!), con uno stipendio netto che, in un anno, sarebbe stato di un migliaio di euro inferiore al mio attuale, a quarante chilometri di distanza da percorrere in auto oppure coi mezzi (oltre un'ora in ogni caso). Neanche da dire che l'ho rifiutato.
Ed oggi sono in ballo per un altro posto di lavoro che sembra concretizzarsi. In settimana devo fare il secondo colloquio. Ma sta a ottanta chilometri di distanza. Nell'ora di punta ci si mette oltre due ore, con l'auto o con i mezzi. Naturalmente ci sono molte soluzioni a questo problema e, forse, se si dovesse concretizzare, me ne farei piacere una. Il lavoro sembra davvero interessantissimo e, visto da questo punto di vista, non avrei alcuna esitazione. Anche l'ambiente sembra bello, per quanto e' difficile valutarlo quando sei un semplice ospite per un colloquio.

Quando parlano del posto fisso per tutta la vita a me viene da ridere. Ho quarantasette anni e il posto di lavoro piu' duraturo e' quest'ultimo che segna il record di otto anni e qualche mese. Non e' che io mi ci aggrappi ed eviti l'idea di un cambiamento. E' che non ci sono opportunita'. Un po' come andare in un paese sottosviluppato in africa e sorprendersi quando vedi un bambino denutrito che mangia un pezzo di pane secco e sporco. Sempre pane secco e sporco: che monotonia!

E' giusto cambiare lavoro per migliorarsi professionalmente. Trovo molto positiva l'ambizione di crescita intellettuale. Se per "posto fisso" si intende un lavoro in cui si continua a fare sempre le stesse cose, finendo per non accrescere il proprio bagaglio ne' quello della societa', allora mi pare che si tratti di un disvalore da rifuggire. Ma se per "posto fisso" si intende uno scudo contro i ricatti del mondo del lavoro, che tende a far pesare i danni delle vacche magre sempre e solo sui lavoratori, senza pero' compensarli coi benefici di quelle grasse, be', mi pare che aspirarne ad uno sia sacrosanto.

E poi e' anche discutibile l'ipotesi stessa che cambiare lavoro costituisca una ricchezza intellettuale per se ed economica per la societa'. Nel mio caso la controprova e' il passaggio dal penultimo all'ultimo posto di lavoro. Prima ci mettevo la testa ed ero orgoglioso delle soluzioni intelligenti che riuscivo a produrre. E, mi si perdoni la superbia, posso anche dire che uno in grado di trovare soluzioni altrettanto intelligenti era difficile da trovare. E quindi il mio lavoro si poteva definire molto produttivo. Cambiare per andare nel mio attuale posto di lavoro ha significato reprimere le mie capacita' e le mie ambizioni, e quindi sono diventato un po' meno produttivo, anche se piu' remunerato.
Probabilmente il sistema paga di piu' gli inesperti o comunque quelli che la testa non ce la devono mettere. Quelli in gamba invece sono spesso tagliati fuori, soprattutto in un periodo di crisi. Questo e' il problema, in Italia. Che l'imprenditore non e' in grado di innovare, e quindi non e' spinto a scegliersi il lavoratore in gamba, poiche' un qualunque pistoletto neolaureato costa di meno.

Se io fossi sicuro di trovare un altro posto di lavoro in breve tempo, che mi consentisse di accrescermi e di rendermi piu' utile alla societa', be', se fosse cosi', rinuncerei volentieri all'articolo 18.