lunedì 28 gennaio 2013
Il buon dittatore
Certo, a prima botta, sembrerebbe che le esternazioni di Berlusconi siano frutto di malattia mentale consolidata.
Ma per combattere un nemico (che si tratti di Berlusconi o di Fascismo), bisognerebbe anche cercare di capire il senso di quello che sta dicendo.
Berlusconi non e' un politico. Se proprio vogliamo farlo rientrare in una categoria, dovremmo considerarlo un venditore, non un politico.
Nella mia carriera lavorativa ho dovuto rapportarmi spesso (per fortuna non direttamente) con venditori. Il loro scopo non era affatto quello di soddisfare le esigenze del cliente, ma di vendere il prodotto. Nei casi migliori, il venditore credeva sinceramente nel prodotto che vendeva, ma si trattava di pura coincidenza. L'etica non c'entra niente.
Il politico invece dovrebbe lavorare per il bene collettivo. E' questo il suo scopo. Ora, io non dico che per definizione tutti i politici sono cosi' altruisti, non sono mica nato ieri. Ma proprio per il fatto che ammettiamo che il politico possa operare per il suo bene personale, dovremmo almeno lasciare spazio al sano sospetto che ci sia qualche politico che si comporta da venditore.
Perche' mai Berlusconi dovrebbe dire che Mussolini, alla fine, ha fatto anche del bene all'Italia?
Se la risposta che vogliamo dare a questa domanda e' semplicemente "perche' e' scemo", allora bon, la discussione finisce qui.
Ma io, che vivo in Lombardia, quella regione non del tutto insignificante, tuttavia lasciata nelle mani del populismo leghista e berlusconiano della peggior specie con buona pace della sinistra tutta, mi rendo conto che quell'ampia fetta di popolazione che pensa che Mussolini in fondo era un buon diavolo (certo, le leggi razziali... certo, l'alleanza con Hitler...) quella fetta di popolazione, alle parole di Berlusconi non puo' che concludere che ha ragione.
Ho visto coi miei occhi un venditore piazzare come souvenir un posacenere a forma di trullo ad uno in vacanza in sardegna. Figuriamoci se Berlusconi non riesce a convincere 'sta popolazione di scemi che lui e' l'unico che dice davvero le cose come stanno. Peccato che il voto di ciascuno di questi scemi vale, nel conteggio, tanto quanto vale il mio, di voto.
Il commento di Bersani a riguardo ("Berlusconi ha usato questa occasione per una manovretta elettorale, per richiamare un pò di voti di una destra fascistoide") mi appare, per quanto corretto, totalmente privo di qualunque capacita' comunicativa. Si', puo' funzionare per motivare l'elettorato di sinistra contrapponendolo con il resto del mondo: la destra fascistoide, ma non serve a niente.
Ma nel contempo sbarra la strada a chi non si identifichi nella sinistra, che si sentirebbe offeso dalla definizione di "fascistoide". Un "sano" elettore di destra non si convincera' a votare sinistra perche' gli viene fatto notare che Berlusconi ammira Mussolini. Piuttosto gli verra' spontaneo analizzare se effettivamente Mussolini abbia fatto qualcosa di buono per il Paese. Cosa che non e' affatto il punto della questione. Meglio sarebbe stato limitarsi ad evidenziare che Berlusconi e' un cretino.
Perche' il messaggio non dovrebbe essere la contrapposizione tra una sinistra buona e una destra cattiva. Ma la condanna da parte di tutti, destra e sinistra, del fascismo antisemita. Su questo tutte le fazioni ragionevoli dovrebbero convergere.
Che poi, l'identificazione tra destra e antisemitismo, e' una cosa solo italiana. Il governo di Israele e' indubbiamente di destra, ma credo che nessuno laggiu' affermerebbe mai che Mussolini in fondo ha fatto qualcosa di buono, relegando ad un banale errore politico le leggi razziali.
Bersani avrebbe secondo me dovuto ribadire la condanna tout court del fascismo antisemita, ed invitare tutte le altre parti politiche a fare altrettanto. In questo modo avrebbe messo all'angolo Berlusconi, e nel contempo si sarebbe potuto creare un certo imbarazzo anche nei centristi, nella persona di Fini (prudentemente taciturno a riguardo), che mai ha rinnegato l'amicizia con il suo mentore Giorgio Almirante fascista di primo pelo, coautore della rivista "La difesa della razza", che, durante il Ventennio, usciva con chicche del tipo "Esclusivamente e gelosamente fascisti noi siamo nella teoria e nella pratica del razzismo"
Perche' a mio parere, alla politica Italiana, quel che manca su questo tema e' una ferma e unanime condanna del fascismo. Questa era una buona occasione per Bersani per spingere la politica a rimediare a questa mancanza, e nel contempo, secondo me, a spostare qualche voto a sinistra. Ma, come al solito, ha preferito perdere il treno.
lunedì 14 gennaio 2013
Il dramma della disoccupazione giovanile
Il tasso di disoccupazione in Italia e' dell'8.8% per le persone tra i 25 e i 70 anni. Questo dato sale al 37.1% per i minori di 25 anni.
Quando vedo certi numeri mi viene subito l'istinto di cercare una interpretazione diversa da quella piu' ovvia, perche' spesso succede che il primo impatto con i numeri porti ad immediate conclusioni che ad una analisi piu' approfondita risulterebbero fuorvianti. Ad esempio io, a 24 anni frequentavo l'universita' e non lavoravo. Non trovavo lavoro perche' non lo cercavo, e non lo cercavo perche' mi occupavo a tempo pieno d'altro. Questo faceva di me disoccupato? Boh. Tutto dipende da cosa si intende per "disoccupato".
Comunque la vogliamo mettere, pero', il numero e' impressionante. Il 37% dei giovani sono disoccupati.
Arriva la crisi economica e a rimetterci e' l'occupazione dei giovani. Perche'?
A me pare piuttosto ovvio.
Io, che non sono piu' giovane, ho un lavoro sostanzialmente grazie a due fondamentali ragioni:
1) ho avuto il lavoro quando non c'era crisi.
2) quando ho avuto il lavoro si assumeva a tempo indeterminato, e quindi quando e' arrivata la crisi non l'ho perso.
Sono iscritto a diversi motori di ricerca, e vi assicuro, il numero di offerte "credibili" e' diminuito drasticamente dal 2008. Direi che grosso modo ora ce n'e' un cinquantesimo di prima.
E di queste poche offerte "credibili", solo una minima parte lascia le porte aperte ad un eventuale contratto a tempo indeterminato.
I giovani disoccupati cercano un lavoro perche' non ce l'hanno. Non ce l'hanno perche' da quando hanno cominciato a cercarlo non l'hanno mai trovato, oppure perche' ce l'avevano e poi l'hanno perso.
Quelli che hanno perso il lavoro e' perche' non erano assunti a tempo indeterminato.
E' chiaro che l'articolo 18 non e' mai stato uno scudo sufficiente a proteggersi dalla disoccupazione. Se l'azienda presso cui lavoro fallisse, io perderei il mio lavoro comunque. Ma e' abbastanza evidente che, prima di fallire, l'azienda si sbarazzerebbe prima dei lavoratori precari. Siccome la diffusione del precariato e' una moda degli ultimi anni, capita che i lavoratori precari meno tutelati siano proprio i giovani.
Anche perche' piu' passa il tempo in cui il lavoratore precario cerca un posto a tempo indeterminato, e quindi piu' invecchia, piu' ha probabilita' di trovarlo.
Il problema non e' tanto non nello sporcarsi le mani con un lavoro umile. Io stesso, subito dopo la laurea, avrei volentieri buttato tutto al vento per andare a fare l'agricoltore. Oggi penso che l'agricoltore sia un mestiere molto piu' edificante dell'informatico. Piuttosto penso che si e' "choosy" riguardo ai soldi che si mettono in tasca. E mi pare sia ragionevole esserlo.
Leggevo da qualche parte che in Italia c'e' particolare carenza di lavoratori in alcuni campi, ad esempio la panificazione. Cavoli, ho pensato, mi piacerebbe proprio fare il fornaio. Ma poi ho pensato che avrei dovuto spaccarmi la schiena per fare un lavoro molto duro che mi rende la meta' di quello che faccio adesso! Cominciate a pagare di piu' i fornai, e allora vedrete che i giovani d'oggi non sono piu' tanto "choosy"!
D'altro canto ci sono delle questioni che mi fanno pensare che la disoccupazione giovanile sia un po' meno grave che quella in eta' piu' avanzata (naturalmente se fossi un giovane disoccupato la penserei in modo diverso).
Un giovane infatti puo' trovare piu' facilmente un lavoro (magari in un campo che non si adatti a quello che sta cercando). Se il mio amico F, fresco di laurea in ingegneria, fosse ridotto al lastrico, credo avrebbe qualche possibilita' di andare a fare il garzone del barbiere. Naturalmente non e' un lavoro che gli porterebbe esperienza come ingegnere, ne' e' molto remunerativo, ma e' sicuramente meglio di niente. L'unica ragione per cui non ho fatto l'agricoltore e' stata che qualunque lavoro come informatico mi avrebbe reso di gran lunga di piu'. Chiaramente allora era facile trovare lavoro come informatico. Adesso non sarebbe piu' la stessa cosa.
Ho una famiglia e un mutuo. Il mio lavoro e' l'unica mia fonte di reddito. Se perdessi quello perderei la possibilita' di mantenere la mia famiglia e di coprire il mutuo, e quindi perderei la casa. E il barbiere non mi assumerebbe mai come garzone, sulla soglia dei 50 anni d'eta'.
Chiaramente queste non sono motivazioni sufficienti per giustificare la disoccupazione di oltre 1 giovane su 3. Il problema va affrontato in modo serio.
Giocando un po' sui dati di questo sito ho constatato che la disoccupazione, che e' sempre stata, per i giovani, ad un tasso molto maggiore che per i meno giovani, e' dal 2008 che ha una salita davvero vertiginosa, mentre la salita dei meno giovani e' piu' contenuta.
Se poi guardiamo il grafico di Stati piu' virtuosi, notiamo che in Germania il tasso di disoccupazione e' addirittura diminuito, in questi ultimi anni.
Io credo che sia drammatico che i giovani siano cosi' maggiormente penalizzati dalla crisi, e credo che la Politica debba fare qualcosa.
Credo pero' che non bisogna farsi ingannare dai trucchi proposti da alcuni politici. Eliminare i diritti dei lavoratori significa rendere possibile il trasferimento del lavoro dai vecchi ai giovani, e quindi dare piu' opportunita' di lavoro ai giovani. Ma questo non risolve il problema della disoccupazione. Anzi, lo aggrava, perche' ne estende gli effetti anche agli occupati. Il trucco sarebbe aumentare i posti di lavoro per i giovani, senza diminuirli per i vecchi.
Io francamente non riesco proprio a capire Monti quando si scaglia contro quel "conservatore" di Vendola. Che cosa c'e' di tanto orribile, per una Repubblica fondata sul Lavoro, dove l'unica fonte di reddito dei cittadini onesti e' il lavoro, difendere i diritti dei lavoratori?
giovedì 10 gennaio 2013
SDA? No, grazie!
Ho capitolato.
Ho comprato un Kobo Glo.
Sono sempre stato affezionato alla fisicita' dei libri di carta, al loro odore, all'ingiallimento delle pagine... a queste cose un po'... feticiste, diciamo. Intendiamoci, sono conscio del fatto che il valore di un libro stia nel contenuto, non nel supporto fisico, ma, cosa vi devo dire? Maneggiare un libro e', per me, parte dell'esperienza della lettura. D'altro canto ci sono dei vantaggi enormi nell'idea di poter disporre del contenuto dei libri senza l'ingombro dei libri stessi.
Sono convinto che ci siano delle ripercussioni culturali, nel passaggio dal libro stampato a quello elettronico. Nel fatto che, per ovvie ragioni, il ruolo dell'editore viene meno. Un autore potrebbe benissimo scrivere un libro e pubblicarlo online senza bisogno di alcun intermediario. E, francamente, non sono convinto che questo sia un bene per la letteratura. Se chiunque puo' scrivere e rendere disponibile qualunque porcheria, diventa difficile riuscire a distinguere cio' che ha valore prima di spendere il tempo necessario per leggerlo. E' pur vero pero' che ormai il mercato sta inesorabilmente volgendo a favore degli eBook, e contrastare questa tendenza sembra impossibile.
In piu', gli eBook costano mediamente la meta' dei libri stampati. E addirittura, alla scadenza dei diritti d'autore, vengono resi disponibili gratuitamente.
Insomma, alla fine i vantaggi pratici dell'acquisto di un eReader non sono affatto irrilevanti.
Da qui la mia decisione.
Ieri e' arrivato l'oggettino. Bello. L'ho solo installato, per ora, e ho scaricato uno dei tre eBook in omeggio. Ma non ho ancora iniziato ad usarlo, poiche' non amo leggere piu' libri contemporaneamente. Ne comincio uno solo quando ho finito il precedente.
Ma non e' di questo che volevo parlare in questo post.
L'ho ordinato domenica scorsa, e alla conclusione dell'ordine mi hanno indicato come consegna stimata il 9 gennaio. Ieri.
Lunedi' poi ho ricevuto la comunicazione che la consegna era ritardata al 14, perche' c'erano problemi nel reperimento del prodotto. Poco male, non c'era alcuna urgenza, visto che avrei potuto usufruire comunque della promozione (tre eBook in omaggio), in scadenza il 13 gennaio, perche' vale la data dell'ordine.
Senonche', lunedi' 7 ho ricevuto via mail la comunicazione che il prodotto era stato spedito tramite corriere SDA, e che avrei potuto monitorare la spedizione tramite l'apposito servizio nel portale della SDA stessa.
Non mi aspettavo certo che lo consegnassero mercoledi', quindi ci siamo fatti trovare impreparati. Ieri, verso l'ora di pranzo, io ero al lavoro, R era a casa, ma poiche' non si aspettava visite, il corriere ha dovuto suonare un paio di volte prima che R gli rispondesse.
Alla risposta il corriere si e' dimostrato sgarbato e insolente (anche se potrei dire che era gia' una fortuna che trovasse qualcuno in casa alle dodici e mezza di un giorno lavorativo, senza alcun preavviso).
La nostra non e' una casa singola, ma e' all'interno di un complesso di edifici. Arrivando ci si trova un cancello con citofono che da' su un parcheggio comune. Per arrivare a ricevere il pacco, quindi, R ha dovuto impiegare un paio di minuti. Evidentemente troppi perche' il corriere l'attendesse. R si e' quindi trovata il pacco per terra, all'interno del cancello, e nessun testimone. Per fortuna e' andata bene, anche in considerazione del fatto che il prezioso e delicato oggetto era accuratamente imballato.
Ma subito dopo la consegna, dal lavoro controllo il servizio di tracking dell'ordine, e vedo che, di fianco alla dicitura "consegnato" vedo la specificazione "firma: XXXXX" (dove XXXXX sta per il mio cognome).
Infatti, io sapevo che la consegna di un collo da parte di un corriere viene certificata tramite l'apposizione della firma del destinatario, o almeno di chi lo ritira.
Ma io non ho firmato. R nemmeno. Quindi, non solo il corriere non ha rispettato le regole, ma, falsificando la firma, ha dichiarato di essere me e di ricevere in consegna il malloppo, in apparenti buone condizioni.
Mi e' andata bene, perche' il mio Kobo, alla fine, e' arrivato nelle mani giuste senza nessuna alterazione, e ho avuto cio' per cui ho pagato. Ma mi sono subito immaginato scenari in cui le cose avrebbero potuto andare peggio. Ecco alcuni esempi:
- Il corriere avrebbe potuto benissimo non trovare nessuno a casa (la maggior parte dei cittadini italiani non e' a casa alle 12.30 di un giorno lavorativo!). Avrebbe potuto lasciare il pacco dentro al cancello ed andarsene (tanto, la mia firma la puo' apporre lui stesso!), cosi', quando il primo dei miei vicini di casa fosse tornato, l'avrebbe probabilmente distrutto schiacciandolo con l'auto.
- Avrebbe potuto incontrare "HappyFace", il tipo che vive un po' piu' in la' e che non perde occasione per ficcare il naso negli affari di tutto il vicinato. Avrebbe potuto fare la consegna a lui, anziche' a me. O a chiunque fosse passato di li' per caso.
- Perche' avrebbe dovuto perdere tempo e denaro a venire fino a casa mia per fare la consegna? Avrebbe potuto gettare il pacchetto dal finestrino e dichiarare di averlo consegnato.
- Sarebbe plausibile attribuire al corriere un pochino piu' di disonesta'. Per quanto non riesco ad immaginarmelo dotato di sensibilita' sufficiente per leggere un libro, avrebbe potuto portarsi a casa il mio Kobo.
Fantasie dettate dalla sfiducia nelle persone, direte voi?!?
Ebbene, provate ad aprire Google e digitare "SDA consegna senza firma" e scoprirete che non si tratta di un errore isolato o di incuria occasionale da parte di un particolare addetto alle consegne, ma della regola.
Io credo che falsificare una firma sia un reato, che credo sia opportuno venga denunciato. Credo inoltre che la cura di un oggetto fino all'accertamento dell'avvenuta consegna sia un dovere preciso del corriere, visto che e' pagato proprio per questo.
Credo pero' che sarebbe inutile, non avendo alcuna prova a mio favore (non posso dimostrare che la firma non e' mia se non ho la firma in questione!).
Ho anche pensato di far passare un po' di tempo e poi rivolgermi di nuovo a Mondadori lamentandomi che il mio Kobo non e' mai stato consegnato. Qualora quelli esibissero il foglio di consegna con la mia firma, posso dimostrare che quella non e' la mia firma. In quel caso forse la SDA sara' citata per danni da Mondadori, e forse io avro' un altro Kobo gratis.
Ma sono troppo onesto per agire cosi'.
mercoledì 2 gennaio 2013
mercoledì 19 dicembre 2012
Ultimo rinnovo

E' l'ultima volta, perche' dopo tre rinnovi annuali, uno biennale e uno quinquennale, stavolta ha validita' indeterminata, o almeno, come dice il poliziotto addetto al rilascio, finche' non cambieranno in modo significativo i lineamenti facciali, visto che sul documento c'e' una foto.
Come era avvenuto per i precedenti rinnovi, l'operazione ha messo a dura prova il nostro sistema nervoso.
Il rinnovo precedente scadeva il 3 ottobre scorso. Un paio di giorni prima siamo dunque scesi in quel girone infernale a chiedere informazioni sulle modalita' e su quali documenti bisognasse presentare. Un po' perche' non ci ricordavamo esattamente quel che avevamo fatto cinque anni fa', un po' perche' le regole le cambiano di volta in volta in modo bizzarro e imprevedibile. Naturalmente, a riguardo, non c'e' alcuna informazione online, e al telefono, come avevamo constatato in altre occasioni, non c'e' da fidarsi.
Per la verita', all'ingresso della questura ci sarebbe un piantone a cui chiedere ragguagli, ma anche qui regna l'incertezza: ci e' stato dato un foglio fotocopiato su cui c'era un elenco di documenti da presentare per richiedere il rilascio. Per fortuna ho controllato, perche' noi avevamo bisogno di un rinnovo, non di un rilascio. Il piantone, colto alla sprovvista, ci ha detto che non era informato sul rinnovo, e che quindi avremmo dovuto chiedere allo sportello dell'accettazione delle domande o a quello del rilascio dei documenti, laggiu', nella stanza dei permessi di soggiorno, in fondo a sinistra.
Detta cosi' sembra ragionevole, ma la stanza dei permessi di soggiorno (sempre quella, da dieci anni a questa parte) non e' un posto dove uno vorrebbe andare. Si tratta di un locale di circa sei metri per cinque. I muri sono per meta' grigi e per meta' bianchi. Visibilmente sporche entrambe le colorazioni. Su un lato c'e' una finestra, su uno la porta, su un terzo c'e' un'apertura di circa tre metri, oltre la quale c'e' un piccolo spazio e la vetrata con i tre sportelli. Uno per i ritiri, due per l'accettazione, anche se uno dei due e' sempre chiuso. La regola sarebbe che la gente aspetta il proprio turno, per questioni di privacy, prima di quello spazio.
Quando arrivi ti danno un biglietto con un numero, come dal salumiere. Perche', come dal salumiere, in genere chiamano i numeri progressivi per l'accesso agli sportelli. Come fare a distinguere se il numero si riferisce all'accettazione o al ritiro? Facile, uno dei due sportelli in genere e' chiuso. Solitamente ti capita un biglietto piu' o meno di cinquanta-cento numeri maggiore di quello che stanno chiamando. Sempre che riesci a capire quale numero stiano chiamando perche', a differenza del salumiere, alla questura non hanno mai pensato di mettere un display che indichi il numero attualmente servito, quindi tutti, per cercare di carpire la voce che arriva flebile dagli sportelli, si accalcano proprio in quel piccolo spazio che serve a garantire la privacy.
Quelli che sono li' ad aspettare non sono pochi: se il tuo numero e' cinquanta oltre il numero chiamato, significa che come minimo ci sono cinquanta persone prima di te. In realta' pero' e' molto piu' affollato perche', per il ritiro dei permessi di soggiorno, in genere ci si portano le mogli, i mariti, i figli, i genitori, visto che il permesso si estende per ricongiungimenti famigliari. Morale, si sta come in metropolitana nell'ora di punta alla stazione centrale.
Per fortuna ci sono delle sedie. Un po' malconce, per la verita', ma espletano adeguatamente la loro funzione di sostenere i sederi delle persone stanche.
Le ho contate.
Dodici.
Se c'e' una cosa bella, in questa esperienza, e' il contatto con la varieta' umana. La maggior parte delle persone, di colore, parlano in quel francese nasale che subito richiama l'Africa subsahariana, o in italiano ma con quell'accento. Molti sono cinesi, piu' riservati. Pochi, piu' spaesati, sudamericani, indiani, pakistani, mahgrebini. Qualcuno poi ha l'aria un po' freackettona e parla inglese. Sembrano britannici, ma non avrebbe senso, visto che per loro c'e' Schengen.
Molta varieta' di stati d'animo, anche. Ci sono le persone che si mettono li' in un angolino e tengono la testa bassa, alcuni signori anziani molto dignitosi, pur nella situazione umiliante in cui si ritrovano. Alcuni ragazzi sono visibilmente incazzati, altri per passare il tempo si raccontano storie, le mamme si scambiano consigli sulle varie malattie dei loro bimbi, i teenager con la testa abbassata sul loro smart phone... L'altro giorno c'era un anziano signore che cercava di "dirigere il traffico" dei numeri, portando un po' d'allegria "Tu che numero hai? E no, i dispari li fanno domani, puoi andare a casa". Qualcuno reagisce male ai suoi scherzi, ma appena si rende conto che e' solo un modo per alleggerire la tensione cambia atteggiamento.
Morale, quel giorno dovevamo solo chiedere informazioni, ma c'era talmente tanta gente prima di noi che, dopo cinque minuti, abbiamo desistito per tornare qualche giorno dopo.
Qest'altra volta fummo piu' fortunati. Dopo un paio d'ore d'attesa finalmente il poliziotto all'accettazione chiama il nostro numero. Ci dice che abbiamo fatto la fila nello sportello sbagliato, perche' le richieste di informazioni si fanno allo sportello dei ritiri, dove chiamano per nome coloro che hanno l'appuntamento (ma noi che ne sapevamo? ci hanno dato un numero e abbiamo atteso che chiamassero quel numero!). Noi, senza appuntamento, saremmo passati senza fare la coda.
Ci danno l'elenco dei documenti da portare, tra cui quattro fototessera, il certificato di residenza mio, la carta d'identita', o l'autocertificazione sostitutiva, il certificato di residenza di R, o autocertificazione sostitutiva, il certificato di matrimonio, o autocertificazione sostitutiva.
Per "fare prima" ci prendono il nome e ci danno un appuntamento.
Ci presentiamo il giorno dell'appuntamento e ci accalchiamo agli sportelli all'ora fissata, per non lasciarci scappare il nostro turno, quando ci chiameranno. Naturalmente, essendo tutti migranti, hanno nomi che difficilmente vengono pronunciati nel modo corretto, il che rende la situazione gia' di per se' surreale, ancora piu' caotica. Con qualche ora di ritardo rispetto all'appuntamento, finalmente tocca a noi.
Carta d'identita': ce l'ho. Per essere sicuri facciamo anche un'autocertificazione: compili questo foglio.
Passaporto della signora: ce l'ha. E no... sa'... noi non siamo autorizzati a fare fotocopie. Abbiamo anche la fotocopia del passaporto.
Certificato di residenza della signora: non ce l'ha - autocertificazione sostitutiva.
Certificato di matrimonio: eccolo. E no! questo non e' valido - scade dopo cinque anni dal rilascio e questo e' stato rilasciato 9 anni fa. Altra autocertificazione.
Marca da bollo: Eccola.
Il poliziotto (questo gentile, la stronza sta allo sportello dei ritiri) controlla e ricontrolla. Sembra ci sia tutto. Domanda accettata. Ci spiega che, siccome ci sono le autocertificazioni da controllare ci vorra' un po' di piu' del solito. Non meno di un mese.
Nel frattempo, charamente, R rimane scoperta del permesso di soggiorno. C'e' un ambiguo biglietto che attesta che la domanda e' stata presentata: dovrebbe sostituirlo, ma il condizionale e' d'obbligo.
Dopo un mese torniamo. il solito numero del salumiere. Il solito assembramento di varia umanita'. Ci vorra' ancora un paio d'ore. Chiedo al piantone, all'ingresso, se c'e' modo di verificare se il documento e' pronto senza dover fare la fila. Mi risponde che non e' mica Gesu' Cristo da sapere tutto a memoria (certo non mi aspettavo che sapesse a memoria lo stato di tutte le pratiche, ma non ho commentato). Un altro paio d'ore e tocca a noi.
Ai ritiri c'e' la stronza dell'altra volta, ma, a noi, ci tratta bene - tipo da essere umano a essere umano, visto che si accorge immediatamente che R e' cittadina USA, non certo un migrante qualsiasi di un "paese sottosviluppato" su cui poter sfogare liberamente tutta l'aggressivita' repressa (del resto, e' per questo che fa la poliziotta, no?). Noto, accanto alla sua postazione, il calendario di Criminal Minds. Il mese scorso c'era la pagina di NCIS Los Angeles.
Il permesso di soggiorno non e' ancora pronto, ci vorra' un'altra settimana, piu' o meno, potete chiamare a questo numero verde che vi segno sulla ricevuta.
Mi viene in mente di suggerire al piantone come assurgere al ruolo di Gesu' Cristo, tramite distribuzione di questo prezioso tesoro, ma penso che sia meglio andarsene da li' senza dire niente.
Naturalmente la settimana successiva il documento non e' ancora pronto - mi dicono al telefono.
Richiamo dopo un'altra settimana. Stavolta e' pronto, possiamo andare a ritirarlo.
Per ritirarlo c'e' ancora una volta da fare un paio d'ore di coda. Stavolta c'e' un altro poliziotto, piu' gentile.
Oggi ci sono solo i ritiri, ma le pratiche vengono distribuite, chissa' perche', dallo sportello delle accettazioni, cosa che confonde un po'.
Ecco. E' il nostro turno. Quando consegnamo la ricevuta, il poliziotto si alza e comincia a cercare negli innumerevoli schedari. Incrociamo le dita... Tratteniamo il fiato... Il rumore della folla, alle nostre spalle, sembra farsi lontanissimo... Estrae un foglio da uno schedario su cui c'e' scritto S (evito di chiedermi perche', ma rimango confuso, visto che il cognome di R comincia per R e il mio per C). Lo controlla e lo confronta con i dati sulla ricevuta. Confronta anche la foto con la faccia di R e alla fine, grazie al cielo, ce lo consegna. Tutto in regola. Arrivederci. Mai piu', spero.
In totale, siamo andati alla questura per cinque volte. Quattro di queste abbiamo atteso il nostro turno per ben piu' di due ore, per un totale di oltre otto ore spese in una stanzetta cinque per sei in compagnia di un centinaio di altre persone.
L'ufficio immigrazione della questura di Lecco e' aperto solo al lunedi' mattina (tra le 9 e le 13) e il mercoledi' pomeriggio (tra le 15 e le 17). Ho dovuto quindi prendere cinque mezze giornate di ferie per poterci andare.
Nel frattempo, mentre il permesso di soggiorno era in gestazione, abbiamo ricevuto per posta dal comune la richiesta di presentarci con il nuovo permesso, per rinnovare anche la dichiarazione di residenza, che viene a decadere in concomitanza con la scadenza del permesso vecchio. Al comune ci hanno detto che, dopo averci inviato la richiesta, hanno ricevuto la telefonata della questura per accertare l'autocertificazione della residenza di R. Avremmo quindi dovuto tornare in municipio con il nuovo permesso nonappena fosse pronto.
Mi sono chiesto come facesse l'impiegata comunale ad attestare che R fosse residente, visto che il suo stato di residenza era decaduto. Mi sono anche chiesto come la questura potesse pretendere che l'impiegata comunale lo facesse. A rigore, uno non puo' rinnovare il permesso di soggiorno se non ha la residenza ne' puo' rinnovare la residenza se non ha il permesso di soggiorno?!?
Questa vicenda mi fa concludere, ancora una volta, che la strada che il sistema Italia deve ancora percorrere e' molto lunga. E che non si sia accorciata nemmeno di un centimetro negli ultimi dieci anni.
Ci sono alcune considerazioni che mi paiono piuttosto ovvie:
- Se la questura puo' contattare il comune, perche' mai dovremmo portare alla questura un certificato di residenza mio, uno di mia moglie e un certificato di matrimonio, visto che questi documenti sono rilasciati proprio dal comune?
- Se il comune e' in contatto con la questura, perche' si deve portare il permesso di soggiorno al comune per poter rinnovare la residenza?
- Visto che, a parte le foto e la marca da bollo, tutti i documenti presentati sono autocertificazioni che hanno dovuto essere verificati, perche' non si poteva fare tutto per via telefonica o addirittura telematica? La marca da bollo e la foto sarebbero state l'unico motivo per recarsi in questura, e tutto si sarebbe potuto risolvere molto piu' sbrigativamente.
- La maggior parte del tempo passato in questura era dovuto all'incomprensione dell'elenco dei documenti che ognuno doveva presentare per l'accettazione. Molti erano mandata via perche' non avevano questo o quel documento. Per esempio, uno studente ha portato la richiesta di ammissione ai corsi e non il certificato d'iscrizione alla scuola. Pochi semplici controlli incrociati tra le varie autorita' ridurrebbero di gran lunga la possibilita' di errore da parte di chi deve presentare domanda.
Il sospetto che tutto questo sia dolosamente rivolto alla complicazione della burocrazia per rendere le cose difficili ai i migranti e' forte.
Per fortuna, per noi, tutto questo appartiene al passato. Mi manchera' un po' tutta questa umanita', che, da questa parte della vetrata, fino al momento del contatto ravvicinato col poliziotto allo sportello, realizza un modello di uguaglianza difficile da vedere altrove, tra i cittadini italiani. Bianco, nero, povero, ricco, maschio, femmina, giovane, vecchio: devi solo restare li' ad aspettare il tuo turno, e nel frattempo ti rimane solo da solidarizzare con gli altri. Perche' in fondo si e' tutti sulla stessa barca.
lunedì 10 dicembre 2012
Tasse
L'altro giorno sono andato al CAAF a farmi fare il calcolo della seconda rata dell'IMU.
Ammmetto che ero un po' preoccupato, ma alla fine si e' rivelata piu' leggera del previsto. 35 euro. Piu' 35 che avevo speso per la prima rata, viene un totale di molto inferiore a quanto pagavo, per la stessa casa, di ICI. Non voglio entrare in merito sulla bonta' di questa tassa: mi piaceva pagare l'ICI perche', sapendo che finiva nelle casse dei comuni, ero sicuro che sosteneva i servizi locali. L'IMU invece e' tutt'altra faccenda.
Magari sono stato fortunato. Gia', perche' alla fine e' questione di fortuna, visto che il calcolo e' dato da logiche imprevedibili.
L'IMU quindi e' una tassa che pesa sul portafoglio, visto che l'anno scorso non si pagava. Pero' non e' che sia 'sto gran dramma.
Naturalmente non e' l'unica tassa che pesa nel bilancio famigliare. Ma non e' che io riesca davvero a percepire la differenza. Sono lavoratore dipendente, quindi il mio stipendio e' tassato alla fonte. Il netto in busta e' sempre uguale (preoccupantemente uguale da quasi dieci anni che lavoro qui - nemmeno i miseri aumenti sindacali l'hanno scalfito). Magari l'aumento delle tasse riguarda altre forme contrattuali, e quindi un'altra volta sono fortunato. Magari e' il datore di lavoro che deve rosicchiare il proprio profitto, il che non sarebbe nemmeno sbagliato, visto che e' un privilegiato. Ma, se questo fosse vero, significherebbe che il governo Monti sta facendo una politica di redistribuzione alla classe lavoratrice. Sono pronto a ricredermi, ma non mi pare sia proprio cosi'.
Forse l'aumento delle tasse riguarda il capitale che viene reinvestito nelle aziende, o in qualche modo limitano gli investimenti per le nuove attivita'. Questo sarebbe gravissimo, perche' sarebbe una casua di aumento ulteriore della disoccupazione. Non mi pare sia cosi', ma boh, non lo so. Comunque anche questo millantato aumento di tassazione sul capitale da reinvestire non e' una voce che io percepisco direttamente nelle mie tasche.
Sara' che il fisco pesa di piu' sulle piccole aziende o sulle aziende individuali. Sbagliero', credo pero' che la crisi che si abbatte su quelle aziende sia dovuta in primis alla perdita di potere d'acquisto dei salari, che riduce il mercato dei beni da loro prodotti, infatti mi pare che chi produce beni di prima necessita' continui a sopravvivere.
E l'IVA? Dove la mettiamo l'IVA? Mi pare che tutte le parti sociali si scaglino contro l'aumento di questa tassa. E io non voglio fare un ragionamento di principio sulla furbizia di far pagare al consumatore una tassa sul consumo quando il problema e' che i consumi si stanno contraendo. Ma, facendo quattro conti, anche un punto percentuale di IVA non mi pare una cosa cosi' insostenibile. Dunque. Vediamo. Supponiamo che voglio comprare una piccola utilitaria che costa, chiavi in mano, 10mila euro. Se aumentassimo di un punto l'IVA dovrei pagare quell'auto 10100 euro. Cento euro in piu', quando ne sto sborsando diecimila. Il pane costa sui 3 euro al kilo. Con l'IVA aumentata costerebbe tre centesimi in piu'. Davvero la gente non se lo puo' permettere?
E poi ci sono le accise sul carburante. In effetti il carburante e' una delle voci principali del mio bilancio. Pero' non riesco a quantificare quanto di questo aumento sia dovuto all'aumento del costo del petrolio, quanto ai giochini sadici delle compagnie petrolifere e di quelle di distribuzione del carburante e quanto all'aumento delle tasse.
In buona sostanza posso concludere che non mi pare che l'aumento della pressione fiscale sia veramente cio' che caratterizza questa crisi.
Il problema piuttosto e' l'insicurezza nel futuro. La mia unica fonte di reddito e' lo stipendio. Se perdo il lavoro, mi ritrovo in mezzo a una strada. Anche prima era cosi', ma prima avevo la speranza di trovare un altro lavoro, adesso non si trova niente. E lo dico adesso dopo che sono in cerca da anni.
E quindi, siccome non si trova lavoro, capita che molti al mio livello siano a spasso. Il che viene a dire che il mio valore sul mercato si riduce, visto che sono rimpiazzabile facilmente. E quindi il mio stipendio rimane tale senza possibilita' di aumentare. E siccome il costo della vita aumenta, il potere d'acquisto del mio stipendio diminuisce. Ci sarebbe da chiedersi perche', se la legge della domanda e dell'offerta vale sul mercato del lavoro, non valga anche sulle merci. Cioe', se molti sono nelle mie condizioni vuol dire che mediamente la gente compra meno. E quindi il prezzo delle merci dovrebbe diminuire.
Credo quindi che non sia vero che il potere d'acquisto di tutti stia diminuendo, ma solo quello del ceto medio. I ricchi sono piu' ricchi e quindi spendono di piu'.
E poi ci sono i servizi. Li' si' che lo stato diventa avaro.
La realta' e' che, almeno nel mio caso, non c'e' un percepibile aumento delle tasse, ma una notevole diminuzione della qualita' a fronte di un'aumento del prezzo dei servizi. La sanita' funziona sempre meno, la scuola altrettanto. Le pensioni si tagliano. I comuni si impoveriscono.
Invece che lamentarci per le tasse troppo alte, dovremmo invece lamentarci per i servizi non all'altezza. E per una inesistente politica del lavoro, che favorisce l'azienda sfavorendo il lavoratore.
Ammmetto che ero un po' preoccupato, ma alla fine si e' rivelata piu' leggera del previsto. 35 euro. Piu' 35 che avevo speso per la prima rata, viene un totale di molto inferiore a quanto pagavo, per la stessa casa, di ICI. Non voglio entrare in merito sulla bonta' di questa tassa: mi piaceva pagare l'ICI perche', sapendo che finiva nelle casse dei comuni, ero sicuro che sosteneva i servizi locali. L'IMU invece e' tutt'altra faccenda.
Magari sono stato fortunato. Gia', perche' alla fine e' questione di fortuna, visto che il calcolo e' dato da logiche imprevedibili.
L'IMU quindi e' una tassa che pesa sul portafoglio, visto che l'anno scorso non si pagava. Pero' non e' che sia 'sto gran dramma.
Naturalmente non e' l'unica tassa che pesa nel bilancio famigliare. Ma non e' che io riesca davvero a percepire la differenza. Sono lavoratore dipendente, quindi il mio stipendio e' tassato alla fonte. Il netto in busta e' sempre uguale (preoccupantemente uguale da quasi dieci anni che lavoro qui - nemmeno i miseri aumenti sindacali l'hanno scalfito). Magari l'aumento delle tasse riguarda altre forme contrattuali, e quindi un'altra volta sono fortunato. Magari e' il datore di lavoro che deve rosicchiare il proprio profitto, il che non sarebbe nemmeno sbagliato, visto che e' un privilegiato. Ma, se questo fosse vero, significherebbe che il governo Monti sta facendo una politica di redistribuzione alla classe lavoratrice. Sono pronto a ricredermi, ma non mi pare sia proprio cosi'.
Forse l'aumento delle tasse riguarda il capitale che viene reinvestito nelle aziende, o in qualche modo limitano gli investimenti per le nuove attivita'. Questo sarebbe gravissimo, perche' sarebbe una casua di aumento ulteriore della disoccupazione. Non mi pare sia cosi', ma boh, non lo so. Comunque anche questo millantato aumento di tassazione sul capitale da reinvestire non e' una voce che io percepisco direttamente nelle mie tasche.
Sara' che il fisco pesa di piu' sulle piccole aziende o sulle aziende individuali. Sbagliero', credo pero' che la crisi che si abbatte su quelle aziende sia dovuta in primis alla perdita di potere d'acquisto dei salari, che riduce il mercato dei beni da loro prodotti, infatti mi pare che chi produce beni di prima necessita' continui a sopravvivere.
E l'IVA? Dove la mettiamo l'IVA? Mi pare che tutte le parti sociali si scaglino contro l'aumento di questa tassa. E io non voglio fare un ragionamento di principio sulla furbizia di far pagare al consumatore una tassa sul consumo quando il problema e' che i consumi si stanno contraendo. Ma, facendo quattro conti, anche un punto percentuale di IVA non mi pare una cosa cosi' insostenibile. Dunque. Vediamo. Supponiamo che voglio comprare una piccola utilitaria che costa, chiavi in mano, 10mila euro. Se aumentassimo di un punto l'IVA dovrei pagare quell'auto 10100 euro. Cento euro in piu', quando ne sto sborsando diecimila. Il pane costa sui 3 euro al kilo. Con l'IVA aumentata costerebbe tre centesimi in piu'. Davvero la gente non se lo puo' permettere?
E poi ci sono le accise sul carburante. In effetti il carburante e' una delle voci principali del mio bilancio. Pero' non riesco a quantificare quanto di questo aumento sia dovuto all'aumento del costo del petrolio, quanto ai giochini sadici delle compagnie petrolifere e di quelle di distribuzione del carburante e quanto all'aumento delle tasse.
In buona sostanza posso concludere che non mi pare che l'aumento della pressione fiscale sia veramente cio' che caratterizza questa crisi.
Il problema piuttosto e' l'insicurezza nel futuro. La mia unica fonte di reddito e' lo stipendio. Se perdo il lavoro, mi ritrovo in mezzo a una strada. Anche prima era cosi', ma prima avevo la speranza di trovare un altro lavoro, adesso non si trova niente. E lo dico adesso dopo che sono in cerca da anni.
E quindi, siccome non si trova lavoro, capita che molti al mio livello siano a spasso. Il che viene a dire che il mio valore sul mercato si riduce, visto che sono rimpiazzabile facilmente. E quindi il mio stipendio rimane tale senza possibilita' di aumentare. E siccome il costo della vita aumenta, il potere d'acquisto del mio stipendio diminuisce. Ci sarebbe da chiedersi perche', se la legge della domanda e dell'offerta vale sul mercato del lavoro, non valga anche sulle merci. Cioe', se molti sono nelle mie condizioni vuol dire che mediamente la gente compra meno. E quindi il prezzo delle merci dovrebbe diminuire.
Credo quindi che non sia vero che il potere d'acquisto di tutti stia diminuendo, ma solo quello del ceto medio. I ricchi sono piu' ricchi e quindi spendono di piu'.
E poi ci sono i servizi. Li' si' che lo stato diventa avaro.
La realta' e' che, almeno nel mio caso, non c'e' un percepibile aumento delle tasse, ma una notevole diminuzione della qualita' a fronte di un'aumento del prezzo dei servizi. La sanita' funziona sempre meno, la scuola altrettanto. Le pensioni si tagliano. I comuni si impoveriscono.
Invece che lamentarci per le tasse troppo alte, dovremmo invece lamentarci per i servizi non all'altezza. E per una inesistente politica del lavoro, che favorisce l'azienda sfavorendo il lavoratore.
venerdì 30 novembre 2012
Ballottaggio interiore
Ero, e sono ancora, convinto che se anche è discutibile l'adagio secondo cui il cavallo vincente non si cambia, insistere su un cavallo perdente significa martellarseli come Tafazzi.
Tanto per prendere a modello la democrazia americana (non mi piace il sistema, ma ritengo che i loro elettorato sia molto più maturo di quello italiano), il politico che mi è piaciuto di più, da sempre, è Al Gore. Eppure si e' candidato una volta. Ha perso e ha desistito. Una volta, non due. Avrebbe potuto candidarsi di nuovo, ma non l'ha fatto (o forse l'ha fatto e l'hanno segato? Boh!). Perché?
Se io corro per la Casa Bianca e perdo, vuol dire che gli elettori che votano per me sono troppo pochi rispetto a quelli che votano per l'altro. Se al prossimo giro mi candido di nuovo, essendo che io sono sempre io e gli elettori sono sempre gli stessi, mi sa che otterrò lo stesso numero di voti, e quindi perderò di nuovo. A meno di non ammettere una delle seguenti ipotesi:
1) chi mi vota non lo fa per la persona ma per i principi che propone. Questo significa dare molto credito all'intelligenza dell'elettore, ma consente di spostare un significativo numero di elettori solamente modificando i propri principi. A me pare che uno che passa sopra ai propri principi con lo scopo di ottenere più voti sia poco onesto, o almeno poco affidabile. E l'elettore, che proprio scemo non è, questo lo sa. Magari mi voterà, ma senza grande convinzione, visto che sono poco affidabile.
2) io sono sempre lo stesso e gli elettori sono sempre gli stessi, ma presuppongo che il candidato avversario rappresenti di meno il Paese, quindi io vinco non per merito ma per demerito dell'avversario. Questo significa non solo che l'avversario è debole, ma anche che la mia fazione non ha niente di meglio da proporre. Sbancare e' sicuramente un bene per il paese piuttosto che vincere per il rotto della cuffia (tanto che i sistemi elettorali che si propongono introducono trucchi artificiosi per far credere all'elettorato che chi vince sbanca).
3) la fazione avversaria si è dimostrata in passato fallimentare, e ha perso consensi. Quindi io vinco perché gli altri hanno fatto un casino. Dovrei dedurre che, se non l'avessero fatto, io non sarei stato ritenuto in grado di vincere.
Se è così proporre un cavallo perdente significa rischiare di perdere. E nella migliore delle ipotesi in cui si vinca, di non avere un forte supporto popolare, proprio quando la priorità lo richiederebbe e le condizioni sarebbero favorevoli. Significa avere un governo debole proprio quando si sarebbe potuto averne uno forte e proprio quando il Paese ne aveva bisogno uno forte. Farlo consapevolmente significa tradire il popolo.
E così Al Gore è l'agnello sacrificale per la vittoria dei Democratici. Un Democratico lo riterrebbe un male accettabile, se l'alternativa fosse la vittoria dei Repubblicani.
E' per questo che chi perde si deve fare da parte.
Bersani non ha mai sfidato direttamente Berlusconi ad un turno elettorale. Ma rappresenta una continuità con un passato che si è più volte dimostrato fallimentare.
Un esempio: Io credo che la principale causa di venti anni di distruzione della democrazia italiana sia il problema del conflitto di interessi. Non ci vuole un genio a capire che uno che ha affari personali da governare, quando chiamato a governare un Paese lo farà per favorire i propri affari e non il Paese. Non ci vuole molto a capire che se uno possiede i media li utilizzerà per vincere.
I governi di sinistra a cui ha partecipato Bersani non hanno voluto affrontare il problema. Berlusconi ne ha approfittato e ora ci troviamo qui. Quindi Bersani ha partecipato attivamente alla realizzazione della principale causa di vent'anni di Berlusconi. Bene ha fatto Renzi ad attaccarlo su questo punto.
Un altro esempio e' la legge elettorale. Definita da tutti una porcheria perché non assicura la governabilità che si propone. A mio parere una porcheria perché limita la democrazia e favorisce gli inciuci personali degli eletti.
Il PD ha fatto di tutto per tenersi quella legge elettorale, e se la terrà anche per le prossime elezioni. Io dico: a casa chi non e' stato capace di cambiare la legge elettorale quando ne aveva l'opportunità.
Questo e' il motivo per cui bisognerebbe rottamare il vecchio fallimentare.
Poi però non è mica detto che il nuovo sia migliore.
In fondo l'unico argomento a favore di Renzi è che vuole rottamare la classe dirigente che ha decretato i passati fallimenti (colposi o dolosi) della sinistra.
Ma Renzi rappresenta i poteri forti della finanza da cui e' sostenuto, senza contare le simpatie dichiarate dalla mafia (Berlusconi e Dell'Utri) quanto meno sospette.
E' per questo che, al secondo turno, voterò Bersani, turandomi il naso.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)





