Dunque sono proprio felice per come sono andate le amministrative (anche se, per scaramanzia, sarebbe meglio aspettare fino a dopo il ballottaggio).
Anche se i commenti al voto mi sembrano sempre piuttosto vani, tanto piu' se provengono dall'ultimo pirla quale io sono, ci sono delle considerazioni che mi sono venute spontanee subito dopo aver ascoltato i risultati: queste considerazioni poi le ho ritrovate nel TG di Mineo, quando il direttore citava qualcuno (non ricordo piu' chi) del PdL. Quel politico la presentava come una critica alla sinistra, mentre a me pare invece cosa sorprendentemente positiva.
Quello che mi e' apparso, nel contesto dei voti di sinistra, e' che ci sono state tre tendenze, tutte riconducibili ad una.
1) Anche dove i candidati, i partiti, le coalizioni di sinistra hanno vinto o stravinto, il movimento Cinquestelle ha spesso ottenuto ottimi risultati. Emblematico il caso di Bologna.
2) In alcuni casi candidati che rappresentano il nuovo corso, che io avrei votato per la loro (almeno ai miei occhi) onesta' intellettuale, hanno avuto ottimi risultati, superando i "classici" candidati della sinistra. Questo e' il caso di Napoli.
3) A Milano, il candidato di Sinistra ha vinto contro ogni pronostico, nonostante (e secondo me proprio per questo) fosse quello che ha spiantato il candidato che, alle primarie, era appoggiato dalla dirigenza del PD.
Per la verita' c'e', tra le citta' importanti, il caso di Torino, dove non mi aspettavo per niente che Fassino, prototipo del vecchio mai riciclato, vincesse. Sono contento di essermi sbagliato, in questo caso. Anche se Fassino continua a non piacermi per niente.
Secondo me la considerazione che si puo' fare a riguardo e' che la vittoria, in queste amministrative, e' del popolo sinistra, e non della dirigenza del PD.
Sempre al TG di Mineo ho sentito Civati intervistato, che proponeva di dialogare con i movimenti Cinquestelle. Secondo me e' impossibile farlo, perche' non c'e' un vero soggetto con cui dialogare (che si fa? Si racconta barzellette insieme a Beppe Grillo?). Pero' quello che si puo' fare e' cercare di interpretare la disillusione verso il PD del popolo della sinistra, visto che e' proprio questa la fetta di elettorato che vota Cinquestelle. I movimenti Cinquestelle vogliono (o, quanto meno dichiarano di volere) riportare le esigenze del cittadino nei ruoli politici che in una democrazia gli dovrebbero competere. E questa e' l'unica cosa che condivido con i Grillini. La politica (sia quella di destra sia quella di sinistra) non rappresenta piu' le mie esigenze, il che, secondo me, e' proprio quello che si vuole dire votando i Grillini.
Quel che voglio dire e' che non e' che il PD debba dialogare con Grillo, ma che debba cercare di personificare le esigenze degli elettori di sinistra, in modo che questi non disperdano i voti, ma li convoglino nel PD. E non perche' questo porterebbe piu' voti al PD, ma perche' e' giusto che l'elettore di sinistra venga rappresentato da un partito di sinistra. Un partito vero con dei politici veri, intendo, non un teatrino di cabaret con un comico che racconta barzellette.
Pisapia secondo me ha vinto (tie' tie' tie'... tutti gli scongiuri possibili) perche' ha saputo far proprie le esigenze dei cittadini milanesi. Credo che Boeri non l'avrebbe saputo fare. Sicuramente la Moratti ha ampiamente dimostrato di non esserne per niente capace.
Napoli ha bisogno di una svolta, che non venga ne' del fallimentare governo della sinistra, ne' dell'incapacita' dell'intervento di destra, ma da qualcuno che si dimostri capace di rimboccarsi le maniche e aiutare a pulire la spazzatura.
mercoledì 18 maggio 2011
sabato 14 maggio 2011
Voto utile?
Premetto che io non vado a votare perche' non mi tocca. A questo giro non si vota ne' nel mio comune, ne' nella mia provincia ne' nella mia regione.
Il mio disappunto nasce dalla lettura di alcuni blog. Alcuni convinti elettori di Sinistra, che votano il PD, se la prendono duramente con altri elettori che, pur riconoscendosi nei valori della Sinistra, decidono di non votare. O, peggio, di votare le liste Cinquestelle di Grillo.
Io penso che decidere di non votare sia profondamente sbagliato. Se questa volta fossi chiamato alle urne, voterei anch'io, come ho sempre fatto. Il diritto di voto ha un senso solo se lo si esercita a prescindere. Teorizzare il non voto equivale a teorizzare la rinuncia al diritto di voto.
Penso anche che votare la lista di Grillo sia sbagliato, perche' Grillo non rappresenta una vera proposta politica, ma una protesta sociale contro la politica stessa: e' quindi un autoriferimento contraddittorio. Il fine della Politica, credo, dovrebbe essere quello di costruire qualcosa, non semplicemente smontare cio' che altri hanno costruito.
Ma il motivo principale per cui sostengo che votare Grillo, non votare o votare altre liste minori sia un errore, e' che l'urgenza, adesso, e' di salvare la democrazia messa in pericolo dagli sporchi interessi personali di Berlusconi.
Detto questo, pero', aggiungo che mi pare che i motivi per cui i voti della sinistra non confluiscono, come ci si aspetterebbe, nel PD non possano ricondursi semplicemente nell'appeal mediatico (se di cio' si puo' parlare) di Grillo - o nella pigrizia degli elettori che non vanno a votare.
E mi sembra che non si tratti nemmeno di intransigenza, di rifiuto di accettare qualunque compromesso, da parte degli elettori. Casomai si puo' accusare certi partitini, numericamente insignificanti, di voler fare i "duri e puri", ma non certo la massa degli elettori che vorrebbe invece vincere e vedere, una buona volta, un vero governo di sinistra. O, almeno, un governo degno di questo nome.
Se fossi chiamato al voto, io voterei il PD, come dicevo, indipendentemente dal fatto che il PD rappresenti i miei valori politici. La cosa piu' urgente da fare, oggi, e' di sconfiggere Berlusconi, prima che sia troppo tardi (se non lo e' gia').
Io voterei PD, ma sia chiaro che non rappresenta affatto i miei valori.
Il problema e' proprio quello, secondo me.
Il popolo di sinistra non si sente rappresentato dal PD. E fondamentalmente e' per questo che (a mio giudizio, sbagliando) non lo vota.
Evidentemente il popolo di sinistra che non vota il PD (disperdendo il voto in Grillo, partiti minori o astensionismo) finisce per tirarsi la zappa sui piedi, perche' in quel modo contribuisce alla vittoria di Berlusconi, il che e' certo cio' che non vuole. Ed e' per questo che dico che bisogna votare PD a prescindere.
Ma accusare gli elettori di sinistra che non votano PD di essere la causa della vittoria di Berlusconi mi pare equivalga affrontare il problema dal punto di vista sbagliato.
La strategia politica del PD e' semplicemente inesistente. L'apparenza e' che la dirigenza del PD sacrifichi (dolosamente o colposamente) ogni proposito di governo per conservare la poltrona. Qualunque nuova proposta viene sistematicamente eliminata dalla scena politica, o relegata a ruoli minori, quando invece il buon senso suggerirebbe a chi perde di farsi da parte, per evitare di perdere di nuovo (vedi per esempio Ignazio Marino segato alle primarie, o, prima ancora, Debora Serracchiani che non si presenta nemmeno perche' Franceschini pone il veto). Il nuovo, nel PD, rimane ai margini, perche' il vecchio, pur perdente, non si vuole fare da parte.
I valori della sinistra non sono adottati dal PD. In Piemonte Mercedes Bresso non difende le rivendicazioni del popolo No-TAV, come ci si aspetterebbe da un partito di sinistra (e quindi i No-TAV finiscono per votare Cinquestelle, con effetti devastanti: Cota al governo del Piemonte).
Per sentire dal PD una netta presa di posizione contro il nucleare si e' dovuto aspettare il disastro di Fukushima.
Gli operai della Fiat che protestano contro l'accordo scandalo con Marchionne rimangono orfani di una controparte politica.
E si potrebbe continuare. Il popolo non e' piu' rappresentato dalla politica. L'unico partito che, all'apparenza, tende a soddisfare le esigenze del popolo e', paradossalmente, la Lega. Che pero' si limita a promettere (senza poi mantenere) di riempire la pancia dei propri elettori, non di soddisfarne i valori valori.
E allora, a me pare che il vero problema non sia stabilire dove finiscano i voti di Sinistra: se nell'astensione o nei partiti minori, ma piuttosto capire perche' non finiscano orgogliosamente nel PD, che dovrebbe essere il recipiente naturale.
Stanotte ho avuto un incubo. Sono Bersani, ed vado al ristorante. Sulla porta leggo il regolamento della serata: "I segretari di partito mangiano gratis - verranno pesati prima e dopo la cena e quello che avra' mangiato di piu' si portera' via l'Italia in premio". Entro e noto Berlusconi che si sta gia' sbafando una fiorentina da due chili.
Dopo aver registrato ufficialmente il mio peso, mi siedo un po' piu' in la' e, ordino al cameriere una fiorentina da due chili anch'io. Me la faccio portare insieme ad un piatto vuoto. Quando sono servito, taglio la bistecca in due. Ne metto una meta' sul piatto vuoto, che ripongo sul tavolo vicino e comincio a mangiare l'altra meta'.
Ora, potremmo pure discutere se e' piu' etico che Grillo si mangi il mio avanzo, se e' meglio buttarlo nel cassonetto dell'umido, oppure se magari non sarebbe meglio che quel bel pezzo di carne non si animasse improvvisamente di vita propria e cercasse di saltarmi in bocca, ma la si veda come si vuole, la conclusione di questa storia e' che dopo la cena, al netto del peso iniziale, io peso un chilo meno di berlusconi, e lui se ne va a casa con il premio.
Poi, certo, me ne vado a casa anch'io soddisfatto: mi sono mangiato un chilo di ottima fiorentina a sbafo. Tanto, a farne le spese, non saro' certo io! E la prossima volta faro' in modo di essere di nuovo io, il segretario del partito, che' cosi' mangio ancora a ufo.
Le regionali in Piemonte furono emblematiche.
Una grossa fetta dell'elettorato piemontese era profondamente contrario alla realizzazione del tratto di TAV in Val di Susa, tanto da condizionare il voto proprio su quell'argomento.
Le alternative erano Cota (Lega), favorevole alla TAV, Bresso (PD), pure favorevole alla TAV, anche se in modo meno evidente, Davide Bono (Cinquestelle), contrario alla TAV e altri candidati che non menziono.
Data la vicinanza dei pronostici tra Cota e Bresso, per un elettore che si riconoscesse nella sinistra, votare Bono o non votare sarebbe stato controproducente, perche' avrebbe favorito Cota. Bono non aveva alcuna chance di vincere, e quindi il voto a lui sarebbe stato inutile. Quindi non c'era alcuna alternativa reale: bisognava votare per la TAV.
Avrebbe potuto vincere Bresso, invece di Cota, ma i lavori per la TAV non si sarebbero fermati.
Io, invece, credo che un candidato debba rappresentare i valori di colui che lo dovrebbe votare. Se un candidato non raggiunge la vittoria, vuol dire che non rappresenta i valori della maggioranza degli elettori. Secondo me e' giusto che non vinca.
Non e' un gioco d'azzardo il cui premio in palio e' fare quel che si vuole. In democrazia bisognerebbe che i governanti facciano quel che i cittadini vogliono. E quindi che i candidati promettano di fare quel che la maggioranza dei cittadini vorrebbero che venisse fatto. E i cittadini piemontesi di sinistra, potenziali elettori della Bresso, la TAV non la volevano. Secondo me, se la Bresso avesse fatto proprie le rivendicazioni dei movimenti No-TAV avrebbe vinto le elezioni. Bono non avrebbe preso un voto e Cota se ne sarebbe andato a casa.
Quindi verrebbe da concludere che la candidatura di Bresso e' stata la causa della sconfitta della sinistra in Piemonte.
E non fu solo la Bresso ad essere sconfitta, ma anche chi l'ha votata con convinzione e chi l'ha votata come "voto utile" ("utile"? Il voto utile e' solo quello che vince!). In pratica la strategia fallimentare di Bresso ha tradito i suoi elettori. Dare la colpa a Grillo o a Bono mi pare davvero sintomo di incapacita' di analizzare criticamente la sconfitta.
Domani spero che vinca Pisapia a Milano. Mi pare che rappresenti il popolo della sinistra, anche se non ho i sondaggi in mano.
Il mio disappunto nasce dalla lettura di alcuni blog. Alcuni convinti elettori di Sinistra, che votano il PD, se la prendono duramente con altri elettori che, pur riconoscendosi nei valori della Sinistra, decidono di non votare. O, peggio, di votare le liste Cinquestelle di Grillo.
Io penso che decidere di non votare sia profondamente sbagliato. Se questa volta fossi chiamato alle urne, voterei anch'io, come ho sempre fatto. Il diritto di voto ha un senso solo se lo si esercita a prescindere. Teorizzare il non voto equivale a teorizzare la rinuncia al diritto di voto.
Penso anche che votare la lista di Grillo sia sbagliato, perche' Grillo non rappresenta una vera proposta politica, ma una protesta sociale contro la politica stessa: e' quindi un autoriferimento contraddittorio. Il fine della Politica, credo, dovrebbe essere quello di costruire qualcosa, non semplicemente smontare cio' che altri hanno costruito.
Ma il motivo principale per cui sostengo che votare Grillo, non votare o votare altre liste minori sia un errore, e' che l'urgenza, adesso, e' di salvare la democrazia messa in pericolo dagli sporchi interessi personali di Berlusconi.
Detto questo, pero', aggiungo che mi pare che i motivi per cui i voti della sinistra non confluiscono, come ci si aspetterebbe, nel PD non possano ricondursi semplicemente nell'appeal mediatico (se di cio' si puo' parlare) di Grillo - o nella pigrizia degli elettori che non vanno a votare.
E mi sembra che non si tratti nemmeno di intransigenza, di rifiuto di accettare qualunque compromesso, da parte degli elettori. Casomai si puo' accusare certi partitini, numericamente insignificanti, di voler fare i "duri e puri", ma non certo la massa degli elettori che vorrebbe invece vincere e vedere, una buona volta, un vero governo di sinistra. O, almeno, un governo degno di questo nome.
Se fossi chiamato al voto, io voterei il PD, come dicevo, indipendentemente dal fatto che il PD rappresenti i miei valori politici. La cosa piu' urgente da fare, oggi, e' di sconfiggere Berlusconi, prima che sia troppo tardi (se non lo e' gia').
Io voterei PD, ma sia chiaro che non rappresenta affatto i miei valori.
Il problema e' proprio quello, secondo me.
Il popolo di sinistra non si sente rappresentato dal PD. E fondamentalmente e' per questo che (a mio giudizio, sbagliando) non lo vota.
Evidentemente il popolo di sinistra che non vota il PD (disperdendo il voto in Grillo, partiti minori o astensionismo) finisce per tirarsi la zappa sui piedi, perche' in quel modo contribuisce alla vittoria di Berlusconi, il che e' certo cio' che non vuole. Ed e' per questo che dico che bisogna votare PD a prescindere.
Ma accusare gli elettori di sinistra che non votano PD di essere la causa della vittoria di Berlusconi mi pare equivalga affrontare il problema dal punto di vista sbagliato.
La strategia politica del PD e' semplicemente inesistente. L'apparenza e' che la dirigenza del PD sacrifichi (dolosamente o colposamente) ogni proposito di governo per conservare la poltrona. Qualunque nuova proposta viene sistematicamente eliminata dalla scena politica, o relegata a ruoli minori, quando invece il buon senso suggerirebbe a chi perde di farsi da parte, per evitare di perdere di nuovo (vedi per esempio Ignazio Marino segato alle primarie, o, prima ancora, Debora Serracchiani che non si presenta nemmeno perche' Franceschini pone il veto). Il nuovo, nel PD, rimane ai margini, perche' il vecchio, pur perdente, non si vuole fare da parte.
I valori della sinistra non sono adottati dal PD. In Piemonte Mercedes Bresso non difende le rivendicazioni del popolo No-TAV, come ci si aspetterebbe da un partito di sinistra (e quindi i No-TAV finiscono per votare Cinquestelle, con effetti devastanti: Cota al governo del Piemonte).
Per sentire dal PD una netta presa di posizione contro il nucleare si e' dovuto aspettare il disastro di Fukushima.
Gli operai della Fiat che protestano contro l'accordo scandalo con Marchionne rimangono orfani di una controparte politica.
E si potrebbe continuare. Il popolo non e' piu' rappresentato dalla politica. L'unico partito che, all'apparenza, tende a soddisfare le esigenze del popolo e', paradossalmente, la Lega. Che pero' si limita a promettere (senza poi mantenere) di riempire la pancia dei propri elettori, non di soddisfarne i valori valori.
E allora, a me pare che il vero problema non sia stabilire dove finiscano i voti di Sinistra: se nell'astensione o nei partiti minori, ma piuttosto capire perche' non finiscano orgogliosamente nel PD, che dovrebbe essere il recipiente naturale.
Stanotte ho avuto un incubo. Sono Bersani, ed vado al ristorante. Sulla porta leggo il regolamento della serata: "I segretari di partito mangiano gratis - verranno pesati prima e dopo la cena e quello che avra' mangiato di piu' si portera' via l'Italia in premio". Entro e noto Berlusconi che si sta gia' sbafando una fiorentina da due chili.
Dopo aver registrato ufficialmente il mio peso, mi siedo un po' piu' in la' e, ordino al cameriere una fiorentina da due chili anch'io. Me la faccio portare insieme ad un piatto vuoto. Quando sono servito, taglio la bistecca in due. Ne metto una meta' sul piatto vuoto, che ripongo sul tavolo vicino e comincio a mangiare l'altra meta'.
Ora, potremmo pure discutere se e' piu' etico che Grillo si mangi il mio avanzo, se e' meglio buttarlo nel cassonetto dell'umido, oppure se magari non sarebbe meglio che quel bel pezzo di carne non si animasse improvvisamente di vita propria e cercasse di saltarmi in bocca, ma la si veda come si vuole, la conclusione di questa storia e' che dopo la cena, al netto del peso iniziale, io peso un chilo meno di berlusconi, e lui se ne va a casa con il premio.
Poi, certo, me ne vado a casa anch'io soddisfatto: mi sono mangiato un chilo di ottima fiorentina a sbafo. Tanto, a farne le spese, non saro' certo io! E la prossima volta faro' in modo di essere di nuovo io, il segretario del partito, che' cosi' mangio ancora a ufo.
Le regionali in Piemonte furono emblematiche.
Una grossa fetta dell'elettorato piemontese era profondamente contrario alla realizzazione del tratto di TAV in Val di Susa, tanto da condizionare il voto proprio su quell'argomento.
Le alternative erano Cota (Lega), favorevole alla TAV, Bresso (PD), pure favorevole alla TAV, anche se in modo meno evidente, Davide Bono (Cinquestelle), contrario alla TAV e altri candidati che non menziono.
Data la vicinanza dei pronostici tra Cota e Bresso, per un elettore che si riconoscesse nella sinistra, votare Bono o non votare sarebbe stato controproducente, perche' avrebbe favorito Cota. Bono non aveva alcuna chance di vincere, e quindi il voto a lui sarebbe stato inutile. Quindi non c'era alcuna alternativa reale: bisognava votare per la TAV.
Avrebbe potuto vincere Bresso, invece di Cota, ma i lavori per la TAV non si sarebbero fermati.
Io, invece, credo che un candidato debba rappresentare i valori di colui che lo dovrebbe votare. Se un candidato non raggiunge la vittoria, vuol dire che non rappresenta i valori della maggioranza degli elettori. Secondo me e' giusto che non vinca.
Non e' un gioco d'azzardo il cui premio in palio e' fare quel che si vuole. In democrazia bisognerebbe che i governanti facciano quel che i cittadini vogliono. E quindi che i candidati promettano di fare quel che la maggioranza dei cittadini vorrebbero che venisse fatto. E i cittadini piemontesi di sinistra, potenziali elettori della Bresso, la TAV non la volevano. Secondo me, se la Bresso avesse fatto proprie le rivendicazioni dei movimenti No-TAV avrebbe vinto le elezioni. Bono non avrebbe preso un voto e Cota se ne sarebbe andato a casa.
Quindi verrebbe da concludere che la candidatura di Bresso e' stata la causa della sconfitta della sinistra in Piemonte.
E non fu solo la Bresso ad essere sconfitta, ma anche chi l'ha votata con convinzione e chi l'ha votata come "voto utile" ("utile"? Il voto utile e' solo quello che vince!). In pratica la strategia fallimentare di Bresso ha tradito i suoi elettori. Dare la colpa a Grillo o a Bono mi pare davvero sintomo di incapacita' di analizzare criticamente la sconfitta.
Domani spero che vinca Pisapia a Milano. Mi pare che rappresenti il popolo della sinistra, anche se non ho i sondaggi in mano.
lunedì 28 marzo 2011
C'e' guerra e guerra...?
Il post precedente voleva parlare in generale di guerra, e non di questa in particolare. In effetti, come dice Artemisia,un mio difetto e' che parlo troppo di massimi sistemi. Tuttavia ritengo che sia impresa troppo difficile riuscire a costruirsi una legge morale partendo dalla valutazione dei casi particolari senza poi astrarne una regola che si pretende valida per tutti i casi in cui se ne riconoscono affinita'. Il procedimento e' farsi una opinione sui casi particolari ed estendere una legge universale per poter decidere la propria opinione prima che sia troppo tardi, la prossima volta che ne capitasse l'occasione.
Mi pare sia cosi' un po' per tutti. L'importante, credo, e' che si dia spazio ad eventuali casi particolari che sfuggano alla categorizzazione, perche' il mondo e' sicuramente piu' vario del nostro modello mentale di esso.
In altre parole (scusate la divagazione) la mia opinione che ho tentato di descrivere nel post precedente era basata sul concetto generale di guerra, non sull'intervento in Libia. E pero', per dir la verita', questo caso non fa affatto eccezione, mi pare.
Quello che volevo dire e' una cosa molto semplice, e mi pare non molto contraddicibile, proprio per la sua estrema linearita'.
Partirei dal presupposto che nessuno, sano di mente, giustificherebbe la guerra, intesa come imposizione violenta di un ideale, di un concetto, di un punto di vista, o di qualunque soluzione ad una domanda che ammetta risposte alternative.
Insomma, dove c'e' una controversia, nessuna persona sensata direbbe che la violenza sia la soluzione migliore da intraprendere per risolverla. Anche se, per la verita', in alcuni (molti) casi e' la soluzione piu' facile, e quella piu' spesso adottata. E cosi' il compagno di classe grosso e muscoloso ottiene la merendina dal mingherlino cosi', semplicemente perche' a seguito di un rifiuto di questa logica, ad un possibile scontro quello che si farebbe piu' male e' il mingherlino
Nella nostra cultura diremmo che ognuno ha diritto alla propria merendina, qualunque cosa significhino l'aggettivo "propria" e il sostantivo "merendina", e nel caso ci sia squilibrio generato da una ingiusta distribuzione di merendine o comunque da pretese accampate da taluni compagni, la violenza non sia l'arma da auspicare per ristabilire l'equilibrio.
Questo credo che lo pensino tutti, dai piu' pacifisti ai piu' guerrafondai.
Poi pero' secondo me si puo' dividere il mondo dei sani di mente in due categorie (del tutto artificiose!: non si tratta di un tentativo, da parte mia, di mettere etichette, ma semplicemente di un modo per descrivere le mie valutazioni in merito al problema della guerra).
1) la prima categoria e' di quelli che rifiutano la guerra. I pacifisti ad oltranza. Quelli che pensano che la soluzione migliore non sia mai quella dell'intervento armato, e che ad esso ci sia sempre una alternativa. Che pensano che se si giunge alla necessita' della guerra, l'unico motivo e' che una alternativa non e' stata perseguita, e si ha ancora l'intenzione dolosa di non perseguirla.
2) la seconda e' di quelli che, pur (auspicabilmente) pensando che la guerra sia sempre un male, pur pensando che la pace sia una situazione di equilibrio migliore della guerra, ammettono che in taluni casi la guerra sia un male minore rispetto ad una situazione deteriorata, o addirittura che l'equilibrio pacifico sia ottenibile solamente dopo una fase di guerra (si spera limitata nel tempo).
In altre parole i due casi li possiamo semplificare cosi':
1) sempre e solo la pace
2) pace quasi sempre, tranne qualche caso in cui non e' possibile.
Trascurerei menti deviate che considerino altre posizioni che non ricadano in queste categorie.
Ora, direi di chiamare (per comodita') la posizione 1 quella dei pacifisti, la 2 quella dei mmmmh.... quasi-pacifisti.
Quello che mi chiedo e' quale possa essere il rigore logico dei quasi-pacifisti.
Supponiamo che ci sia il solito prepotente grande e grosso che vuole le merendine dai compagni di classe. Evidentemente le vuole perche' in cuor suo crede che sia morale averle. Pensa che sia giusto che lui, grande e grosso, si meriti tante merendine, mentre certi compagni piccoli e rachitici non se le meritino e non ne abbiano veramente bisogno. Il nostro prepotente si definisce un pacifista. Ed in effetti riesce ad ottenere le merendine senza nemmeno chiederle, semplicemente grazie al suo involontario aspetto esteriore minaccioso.
I compagni mingherlini, del resto, anche se ritengono sia giusto che ognuno conservi la propria merendina indipendentemente dalla stazza fisica, pur non avendo mai visto il prepotente menare le mani, lo temono, e per non rischiare gli cedono la merendina, piccolo pegno da pagare per conservare tutte le ossa al loro posto.
Poi pero' un bel giorno un mingherlino si sveglia storto, e quando arriva a scuola non cede la sua merendina di sua sponte al prepotente. Il prepotente, piu' sorpreso che adirato, gli chiede delucidazioni. Il mingherlino gli risponde cantandogliela in rima, che non e' giusto che finisca per rinunciare alla merendina, e quindi non intende sottomettersi. Il prepotente non si converte alle ragioni del mingherlino, e si genera quindi un conflitto, perche' sia il prepotente sia il mingherlino pensano di aver diritto alla merendina. Il prepotente, magnanimo, propone di dividerla a meta', ma il mingherlino si rifiuta di nuovo.
Be', pensa il prepotente. Credo nella pace, ma ammetto eccezioni, e questa e' un'eccezione al normale andamento del mondo. Spacca la faccia al mingherlino e si sbafa la merendina in questione, ristabilendo l'ordine morale della propria coscienza applicato al mondo.
In altre parole, la regola che adotta il nostro prepotente e' che non bisogna mai ricorrere alle mani, salvo in quei casi in cui non si riesce ad ottenere i propri scopi (secondo la sua visione giusti) in altro modo.
Personalmente trovo che quelle eccezioni vanifichino lo spirito pacifista generale. E' chiaro che nei casi in cui le controversie si possono risolvere pacificamente, risolverle pacificamente sia la strada giusta. Il punto e' decidere come risolvere le controversie quando queste non abbiano una cosi' chiara soluzione pacifica. Una posizione come "se me la dai con le buone bene, altrimenti te la prendo con le cattive" mi pare esattamente agli antipodi del pacifismo.
Ora, mi si dira', sto paragonando il prepotente agli insorti libici e ai loro alleati e, peggio ancora, sto paragonando Gheddafi al mingherlino rachitico che vuole difendere la propria merendina. Lo so, e' una visione un poco deviata, ma l'ho fatto apposta. E' una parabola e come tale deve provocare almeno un po'.
Il punto e' che ci sono in questo caso, come credo fermamente in tutti i casi di guerra, nessuna eccezione, due (o piu') fazioni che la pensano in modo fermamente diverso, essendo reciprocamente consapevoli di questa diversita' morale, e tuttavia credendo nella correttezza della propria posizione in modo sincero. Imporre una posizione sull'altra significa in ogni caso attribuire un valore morale inferiore a quella che soccombe. Farlo con la violenza significa sostenere che la violenza sia il criterio di decisione morale suprema. Esattamente il metodo che io tenderei ad attribuire al "guerrafondaio".
Se poi l'uso della violenza e' la questione controversa stessa, la guerra, come soluzione, risulta ancora piu' evidentemente contraddittoria. Ridurre all'impotenza con la violenza il dittatore perche' usa la violenza per ridurre all'impotenza e' come condannare se stessi prima ancora di agire. Senza poi contare la domanda se abbia un senso imporre la pace con la guerra.
Parlando poi di questa guerra in particolare, direi che non si discosta da tutte le altre guerre moderne. Cioe', si sostiene un regime autoritario che schiaccia la popolazione per pura convenienza economica. E, come spesso accade, il fatto che quel regime sia autoritario non e' affatto accessorio, perche' in questo modo il vantaggio economico e' piu' controllabile. In altre parole si sostiene un dittatore che accentri il potere economico di una nazione a scapito della popolazione. Poi, alla prima scintilla, e' lecito fare voltagabbana e combattere la suprema ingiustizia. E non sto parlando solo del Facciadimerda che ha baciato la mano a Gheddafi, prostrando tutta l'Italia ai suoi piedi, non molto tempo fa, ma di tutta la storia di quel dittatore, da quando e' salito al potere quarant'anni fa. Tutti noi (e non solo l'Italia) l'abbiamo sostenuto semplicemente perche' lui ci dava il petrolio. Non solo sostenuto, anche rifornito di tutti quei mezzi che sono serviti per realizzare quel regime autoritario di cui parlavo sopra. Poi, a un bel momento gli abbiamo voltato le spalle. Verrebbe quasi da pensare che difettiamo di coerenza, e che i veri motivi non siano esattamente quelli di proteggere quella povera popolazione.
Si potrebbe poi discutere se sganciargli le bombe sulla testa significhi esattamente proteggerli.
Francamente penso che Gheddafi sia da eliminare. Magari non fisicamente, ma almeno renderlo impotente. Anche questo penso che non sia appropriato, perche' se lui non vuole cedere il potere spontaneamente, l'unico modo di prenderglielo e' la violenza - anche senza finire per ammazzarlo. Ma penso che questa sia l'estrema ratio per risolvere una questione che si e' creata per colpa nostra. Si e' preso un burattino, lo si e' protetto fino ad ora, adesso che non serve piu' lo si costringe all'impotenza. E si sostiene che questo ultimo atto sia dettato da quei principi morali che fino a poco fa non prendevamo nemmeno in considerazione.
Sono poi pure convinto che sia molto piu' facile stanare e tagliare le ali Gheddafi che bombardare la Libia. Penso che in questo caso (come avviene in molti casi) le vie diplomatiche non si sia voluto percorrerle e si continui a non volerle percorrere (da parte dell'Italia, in quanto interlocutore privilegiato ma incapace, ma anche dell'Europa e dell'America).
Mi si dira' che il punto non sono le motivazioni specifiche di chi decide la guerra, ma se, almeno come effetto collaterale, non si finisca per agire in modo giusto pur perseguendo interessi che di etico non hanno niente. Mmh... non credo di condividere questa posizione, ma... tant'e'!
Quello che mi fa dubbio e' che se anche ammettessimo questo principio, cioe' che questa guerra si e' resa necessaria per incapacita' della nostra politica e diplomazia di sistemare le cose prima che si girasse la boa del non-ritorno, ebbene, dovremmo, ammettendo di avere sbagliato in questo caso, provvedere che non si sbagli piu' in futuro. E invece la storia mi pare ripetersi sempre uguale a se stessa. Se il mondo occidentale avesse imparato dall'errore in Iraq, in Afghanistan e in mille altre guerre in precedenza, allora avrebbe dovuto provvedere con armi pacifiche a fare in modo che non si arrivasse alla crisi libica. Imparando dalla crisi libica, non mi risulta che i governi stiano facendo alcunche' per evitare altro spargimento di sangue futuro.
Dire che la guerra e' inevitabile, che non c'e' alternativa nonostante la soluzione non ci piaccia e' pura retorica. Molto di piu' che dire che la guerra non puo' risolvere le controversie.
Mi pare sia cosi' un po' per tutti. L'importante, credo, e' che si dia spazio ad eventuali casi particolari che sfuggano alla categorizzazione, perche' il mondo e' sicuramente piu' vario del nostro modello mentale di esso.
In altre parole (scusate la divagazione) la mia opinione che ho tentato di descrivere nel post precedente era basata sul concetto generale di guerra, non sull'intervento in Libia. E pero', per dir la verita', questo caso non fa affatto eccezione, mi pare.
Quello che volevo dire e' una cosa molto semplice, e mi pare non molto contraddicibile, proprio per la sua estrema linearita'.
Partirei dal presupposto che nessuno, sano di mente, giustificherebbe la guerra, intesa come imposizione violenta di un ideale, di un concetto, di un punto di vista, o di qualunque soluzione ad una domanda che ammetta risposte alternative.
Insomma, dove c'e' una controversia, nessuna persona sensata direbbe che la violenza sia la soluzione migliore da intraprendere per risolverla. Anche se, per la verita', in alcuni (molti) casi e' la soluzione piu' facile, e quella piu' spesso adottata. E cosi' il compagno di classe grosso e muscoloso ottiene la merendina dal mingherlino cosi', semplicemente perche' a seguito di un rifiuto di questa logica, ad un possibile scontro quello che si farebbe piu' male e' il mingherlino
Nella nostra cultura diremmo che ognuno ha diritto alla propria merendina, qualunque cosa significhino l'aggettivo "propria" e il sostantivo "merendina", e nel caso ci sia squilibrio generato da una ingiusta distribuzione di merendine o comunque da pretese accampate da taluni compagni, la violenza non sia l'arma da auspicare per ristabilire l'equilibrio.
Questo credo che lo pensino tutti, dai piu' pacifisti ai piu' guerrafondai.
Poi pero' secondo me si puo' dividere il mondo dei sani di mente in due categorie (del tutto artificiose!: non si tratta di un tentativo, da parte mia, di mettere etichette, ma semplicemente di un modo per descrivere le mie valutazioni in merito al problema della guerra).
1) la prima categoria e' di quelli che rifiutano la guerra. I pacifisti ad oltranza. Quelli che pensano che la soluzione migliore non sia mai quella dell'intervento armato, e che ad esso ci sia sempre una alternativa. Che pensano che se si giunge alla necessita' della guerra, l'unico motivo e' che una alternativa non e' stata perseguita, e si ha ancora l'intenzione dolosa di non perseguirla.
2) la seconda e' di quelli che, pur (auspicabilmente) pensando che la guerra sia sempre un male, pur pensando che la pace sia una situazione di equilibrio migliore della guerra, ammettono che in taluni casi la guerra sia un male minore rispetto ad una situazione deteriorata, o addirittura che l'equilibrio pacifico sia ottenibile solamente dopo una fase di guerra (si spera limitata nel tempo).
In altre parole i due casi li possiamo semplificare cosi':
1) sempre e solo la pace
2) pace quasi sempre, tranne qualche caso in cui non e' possibile.
Trascurerei menti deviate che considerino altre posizioni che non ricadano in queste categorie.
Ora, direi di chiamare (per comodita') la posizione 1 quella dei pacifisti, la 2 quella dei mmmmh.... quasi-pacifisti.
Quello che mi chiedo e' quale possa essere il rigore logico dei quasi-pacifisti.
Supponiamo che ci sia il solito prepotente grande e grosso che vuole le merendine dai compagni di classe. Evidentemente le vuole perche' in cuor suo crede che sia morale averle. Pensa che sia giusto che lui, grande e grosso, si meriti tante merendine, mentre certi compagni piccoli e rachitici non se le meritino e non ne abbiano veramente bisogno. Il nostro prepotente si definisce un pacifista. Ed in effetti riesce ad ottenere le merendine senza nemmeno chiederle, semplicemente grazie al suo involontario aspetto esteriore minaccioso.
I compagni mingherlini, del resto, anche se ritengono sia giusto che ognuno conservi la propria merendina indipendentemente dalla stazza fisica, pur non avendo mai visto il prepotente menare le mani, lo temono, e per non rischiare gli cedono la merendina, piccolo pegno da pagare per conservare tutte le ossa al loro posto.
Poi pero' un bel giorno un mingherlino si sveglia storto, e quando arriva a scuola non cede la sua merendina di sua sponte al prepotente. Il prepotente, piu' sorpreso che adirato, gli chiede delucidazioni. Il mingherlino gli risponde cantandogliela in rima, che non e' giusto che finisca per rinunciare alla merendina, e quindi non intende sottomettersi. Il prepotente non si converte alle ragioni del mingherlino, e si genera quindi un conflitto, perche' sia il prepotente sia il mingherlino pensano di aver diritto alla merendina. Il prepotente, magnanimo, propone di dividerla a meta', ma il mingherlino si rifiuta di nuovo.
Be', pensa il prepotente. Credo nella pace, ma ammetto eccezioni, e questa e' un'eccezione al normale andamento del mondo. Spacca la faccia al mingherlino e si sbafa la merendina in questione, ristabilendo l'ordine morale della propria coscienza applicato al mondo.
In altre parole, la regola che adotta il nostro prepotente e' che non bisogna mai ricorrere alle mani, salvo in quei casi in cui non si riesce ad ottenere i propri scopi (secondo la sua visione giusti) in altro modo.
Personalmente trovo che quelle eccezioni vanifichino lo spirito pacifista generale. E' chiaro che nei casi in cui le controversie si possono risolvere pacificamente, risolverle pacificamente sia la strada giusta. Il punto e' decidere come risolvere le controversie quando queste non abbiano una cosi' chiara soluzione pacifica. Una posizione come "se me la dai con le buone bene, altrimenti te la prendo con le cattive" mi pare esattamente agli antipodi del pacifismo.
Ora, mi si dira', sto paragonando il prepotente agli insorti libici e ai loro alleati e, peggio ancora, sto paragonando Gheddafi al mingherlino rachitico che vuole difendere la propria merendina. Lo so, e' una visione un poco deviata, ma l'ho fatto apposta. E' una parabola e come tale deve provocare almeno un po'.
Il punto e' che ci sono in questo caso, come credo fermamente in tutti i casi di guerra, nessuna eccezione, due (o piu') fazioni che la pensano in modo fermamente diverso, essendo reciprocamente consapevoli di questa diversita' morale, e tuttavia credendo nella correttezza della propria posizione in modo sincero. Imporre una posizione sull'altra significa in ogni caso attribuire un valore morale inferiore a quella che soccombe. Farlo con la violenza significa sostenere che la violenza sia il criterio di decisione morale suprema. Esattamente il metodo che io tenderei ad attribuire al "guerrafondaio".
Se poi l'uso della violenza e' la questione controversa stessa, la guerra, come soluzione, risulta ancora piu' evidentemente contraddittoria. Ridurre all'impotenza con la violenza il dittatore perche' usa la violenza per ridurre all'impotenza e' come condannare se stessi prima ancora di agire. Senza poi contare la domanda se abbia un senso imporre la pace con la guerra.
Parlando poi di questa guerra in particolare, direi che non si discosta da tutte le altre guerre moderne. Cioe', si sostiene un regime autoritario che schiaccia la popolazione per pura convenienza economica. E, come spesso accade, il fatto che quel regime sia autoritario non e' affatto accessorio, perche' in questo modo il vantaggio economico e' piu' controllabile. In altre parole si sostiene un dittatore che accentri il potere economico di una nazione a scapito della popolazione. Poi, alla prima scintilla, e' lecito fare voltagabbana e combattere la suprema ingiustizia. E non sto parlando solo del Facciadimerda che ha baciato la mano a Gheddafi, prostrando tutta l'Italia ai suoi piedi, non molto tempo fa, ma di tutta la storia di quel dittatore, da quando e' salito al potere quarant'anni fa. Tutti noi (e non solo l'Italia) l'abbiamo sostenuto semplicemente perche' lui ci dava il petrolio. Non solo sostenuto, anche rifornito di tutti quei mezzi che sono serviti per realizzare quel regime autoritario di cui parlavo sopra. Poi, a un bel momento gli abbiamo voltato le spalle. Verrebbe quasi da pensare che difettiamo di coerenza, e che i veri motivi non siano esattamente quelli di proteggere quella povera popolazione.
Si potrebbe poi discutere se sganciargli le bombe sulla testa significhi esattamente proteggerli.
Francamente penso che Gheddafi sia da eliminare. Magari non fisicamente, ma almeno renderlo impotente. Anche questo penso che non sia appropriato, perche' se lui non vuole cedere il potere spontaneamente, l'unico modo di prenderglielo e' la violenza - anche senza finire per ammazzarlo. Ma penso che questa sia l'estrema ratio per risolvere una questione che si e' creata per colpa nostra. Si e' preso un burattino, lo si e' protetto fino ad ora, adesso che non serve piu' lo si costringe all'impotenza. E si sostiene che questo ultimo atto sia dettato da quei principi morali che fino a poco fa non prendevamo nemmeno in considerazione.
Sono poi pure convinto che sia molto piu' facile stanare e tagliare le ali Gheddafi che bombardare la Libia. Penso che in questo caso (come avviene in molti casi) le vie diplomatiche non si sia voluto percorrerle e si continui a non volerle percorrere (da parte dell'Italia, in quanto interlocutore privilegiato ma incapace, ma anche dell'Europa e dell'America).
Mi si dira' che il punto non sono le motivazioni specifiche di chi decide la guerra, ma se, almeno come effetto collaterale, non si finisca per agire in modo giusto pur perseguendo interessi che di etico non hanno niente. Mmh... non credo di condividere questa posizione, ma... tant'e'!
Quello che mi fa dubbio e' che se anche ammettessimo questo principio, cioe' che questa guerra si e' resa necessaria per incapacita' della nostra politica e diplomazia di sistemare le cose prima che si girasse la boa del non-ritorno, ebbene, dovremmo, ammettendo di avere sbagliato in questo caso, provvedere che non si sbagli piu' in futuro. E invece la storia mi pare ripetersi sempre uguale a se stessa. Se il mondo occidentale avesse imparato dall'errore in Iraq, in Afghanistan e in mille altre guerre in precedenza, allora avrebbe dovuto provvedere con armi pacifiche a fare in modo che non si arrivasse alla crisi libica. Imparando dalla crisi libica, non mi risulta che i governi stiano facendo alcunche' per evitare altro spargimento di sangue futuro.
Dire che la guerra e' inevitabile, che non c'e' alternativa nonostante la soluzione non ci piaccia e' pura retorica. Molto di piu' che dire che la guerra non puo' risolvere le controversie.
venerdì 25 marzo 2011
Il grigio non esiste
Ma la guerra e' giusta o sbagliata?
E' un problema morale, credo, e in quanto tale deve essere giudicato dalla morale di qualcuno.
Evidentemente di qualcuno vivo.
La storia e' fatta dai vincitori, dicono. Cio' e' evidente e addirittura ovvio se i perdenti muoiono.
E questa e' naturalmente la logica della guerra. Siccome non possiamo avere una morale assoluta, merita che la storia la scriviamo noi. Dobbiamo quindi vincere. E per farlo dobbiamo combattere la guerra, ed uccidere il nemico.
Bella logica si dira'. Ma qual'e' l'alternativa? L'alternativa e' decidere insieme che cosa fare. L'alternativa e' la "democrazia morale".
Mi si dira', volando indietro nel passato, che Hitler non avrebbe accettato questa alternativa, ma a noi pare talmente ovvia ed evidente...!!! Eppure nemmeno noi l'accettiamo.
E allora non e' come diventare a nostra volta il carnefice? Hitler uccideva per promuovere un ideale che gli pareva giusto. Noi uccidiamo per promuovere un ideale che ci pare giusto. Che differenza c'e'?
E' un problema di scelta. E' possibile risolvere i problemi senza ricorrere alla violenza?
Se si pensa di no, allora andiamo a combattere questa guerra, perche' dobbiamo a tutti i costi imporre il nostro modo di vedere, visto che non vogliamo che ci venga imposto con la violenza l'altrui.
Se invece si pensa di si', allora non si puo' ipocritamente fare eccezioni. Cioe', non si puo' cercare di discutere con la diplomazia ed altre armi pacifiche per giungere all'imposizione del proprio ideale e se non si riesce allora imporlo con la violenza. Anche questa sarebbe violenza.
Io credo nelle armi della pace. Io credo che si possa cambiare il mondo con quelle armi. Anzi, mi pare che questa sia l'unica strada per sopravvivere.
E' un problema morale, credo, e in quanto tale deve essere giudicato dalla morale di qualcuno.
Evidentemente di qualcuno vivo.
La storia e' fatta dai vincitori, dicono. Cio' e' evidente e addirittura ovvio se i perdenti muoiono.
E questa e' naturalmente la logica della guerra. Siccome non possiamo avere una morale assoluta, merita che la storia la scriviamo noi. Dobbiamo quindi vincere. E per farlo dobbiamo combattere la guerra, ed uccidere il nemico.
Bella logica si dira'. Ma qual'e' l'alternativa? L'alternativa e' decidere insieme che cosa fare. L'alternativa e' la "democrazia morale".
Mi si dira', volando indietro nel passato, che Hitler non avrebbe accettato questa alternativa, ma a noi pare talmente ovvia ed evidente...!!! Eppure nemmeno noi l'accettiamo.
E allora non e' come diventare a nostra volta il carnefice? Hitler uccideva per promuovere un ideale che gli pareva giusto. Noi uccidiamo per promuovere un ideale che ci pare giusto. Che differenza c'e'?
E' un problema di scelta. E' possibile risolvere i problemi senza ricorrere alla violenza?
Se si pensa di no, allora andiamo a combattere questa guerra, perche' dobbiamo a tutti i costi imporre il nostro modo di vedere, visto che non vogliamo che ci venga imposto con la violenza l'altrui.
Se invece si pensa di si', allora non si puo' ipocritamente fare eccezioni. Cioe', non si puo' cercare di discutere con la diplomazia ed altre armi pacifiche per giungere all'imposizione del proprio ideale e se non si riesce allora imporlo con la violenza. Anche questa sarebbe violenza.
Io credo nelle armi della pace. Io credo che si possa cambiare il mondo con quelle armi. Anzi, mi pare che questa sia l'unica strada per sopravvivere.
mercoledì 23 marzo 2011
Ma quale unita'?
Come al solito arrivo tardi con i miei post, un po' per pigrizia, un po' per mancanza di tempo. E cosi' eccomi qui a scrivere delle celebrazioni dell'unita' d'Italia, quando le news sono ormai focalizzate su altri temi ben piu' cruciali per il destino del mondo intero (la catastrofe radioattiva in Giappone - oltre che, ovviamente, l'empatia nei confronti di quei poveri disgraziati che se non sono morti per il terremoto, se sono sopravvissuti allo tsunami, ora devono fare i conti con le radiazioni, il tutto gia' passato in secondo piano rispetto ai fatti in Libia).
Sul mio balcone sventola da qualche settimana la bandiera italiana. Di solito la espongo solo il 25 aprile e il 2 giugno, visto che degli appuntamenti della Nazionale di calcio me ne frego.
La bandiera sul balcone non mi evoca affatto una sensazione di fascismo come capita al ;-) solito scettico della famiglia Artemisii. Addirittura mi pare che, nel contesto politico attuale, come dice Concita De Gregorio, "l'amore per il tricolore e'rivoluzionario". E se l'accusa proveniente da destra e' che la sinistra si sia appropriata di un simbolo che ha sempre rifiutato, be', mi pare che la componente di desiderio di distinguersi da una nutrita parte politica di destra che ha fatto proprio questo rifiuto non sia da sottovalutare.
La bandiera che sventola sul mio balcone e' evidentemente (come si confa' ad una bandiera) un simbolo. Ma non sono sicuro che simboleggi esattamente il motivo per cui l'ho esposta.
Certo, credo che significhi che indietro non si puo' andare. Credo nell'unita' politica dell'Italia. Che se non ci fossimo unificati 150 anni fa "saremmo stati spazzati via dalla storia", come dice Napoitano. Non solo politicamente, ma anche culturalmente. Credo che non abbia senso auspicare una divisione territoriale politica, perche' credo che sarebbe bello abbattere tutti i confini, e, dove ancora ci sono, debbano essere degli elementi di contatto con gli altri popoli, e non di divisione da essi. Credo che sia giusto che esista una Italia per esprimere l'accoglienza nei confronti di coloro che arrivano, non il diritto di costruire un muro per lasciarli fuori. Credo che sia questo il significato di Unita'.
E poi credo nell'unita' eterogenea ma compatta della cultura italiana. La gastronomia, giusto per fare un esempio che si addice ad un goloso come me. La cucina italiana e' radicata in secoli e secoli di storia, ben da prima dell'unita' politica. Io amo anche le cucine straniere, e non penso affatto siano da meno, ma apprezzo la diversita' di quella italiana. Non e' che il sushi sia superiore o inferiore alla pizza, ma sarebbe stupido non ammettere la differenza culturale che ha portato all'una e all'altra cosa. Questo vale, credo, per qualunque forma d'arte. I pittori italiani sono italiani da ben prima dell'unita' d'Italia. Dante Alighieri stava ancora nel medioevo quando parlava di Italia. E' una identita' culturale gia' radicata quando l'unita' politica non era nemmeno un'idea, ed e' una identita' che e' ancora viva e prospera, anche se c'e' qualcuno che non lo ammette.
Non e' come gli acquedotti e le strade imperiali dei Romani, che ti viene da dire caspita guarda che opere che hanno fatto 'sti Romani, immaginando una magnificenza ormai morta, come quei ruderi. No, si tratta di una cultura viva, che ci distingue e ci caratterizza.
A partire dalla lingua, che, come dice Artemisia, e' davvero un bellissimo idioma. Credo che si tratti di un effetto, piu' che di una causa. Anche se e' costellato da una miriade di dialetti poco conciliabili, l'Italiano e' il sintomo di una identita' culturale che ci portiamo dentro inconsapevolmente.
Questo non significa rifiutare o comunque ritenere inferiore o inconciliabile tutto quello che c'e' fuori. E' che la cultura deve avere una storia, un Popolo, una Nazione che l'abbia prodotta e che la faccia vivere. Una cultura senza storia e' come la CocaCola rispetto al vino. Una cultura morta e' come il tentativo di riconoscere i sentori aromatici di un vino ridotto ad aceto.
Credo nell'unita' d'Italia. Quello in cui non credo e' l'espressione politica di questa Nazione. La Patria e' un sentimento che non mi appartiene. Che, per quanto mi riguarda non esiste, e considero anche un po' fessi coloro che ci credono. Ritengo stupido difendere indiscriminatamente e acriticamente la nostra oligarchia politica semplicemente perche' e' la distorsione dell'espressione democratica. Penso che l'Italia non sia in grado di governarsi seriamente, ma penso che questo non ha niente a che vedere con il senso di unita', con il senso di appartenenza ad una Nazione, ad un Popolo e, in un certo senso, ad uno Stato. Sono contento di essere italiano, e ne vado addirittura fiero, quando vado all'estero, perche' non si puo' che essere fieri di essere quello che si e'. Anche se "questa" Italia non mi rappresenta. E non ho la minima intenzione di difenderla.
Il tricolore appartiene a me molto di piu' che a quelli che dividono, che respingono, che si fanno i fattacci loro in nome della bandiera stessa, e di quelli che si dicono "importanti" perche' mandano avanti l'economia, ma in realta' fanno soldi alle spalle del popolo. Di quelli che noi eleggiamo e loro ci vendono per un pugno di soldi sporchi. Di quelli che si siedono sul velluto quando e' ora di rimboccarsi le maniche per difendere quel poco di dignita' che ci e' rimasto.
Maro'! che pathos!
Sul mio balcone sventola da qualche settimana la bandiera italiana. Di solito la espongo solo il 25 aprile e il 2 giugno, visto che degli appuntamenti della Nazionale di calcio me ne frego.
La bandiera sul balcone non mi evoca affatto una sensazione di fascismo come capita al ;-) solito scettico della famiglia Artemisii. Addirittura mi pare che, nel contesto politico attuale, come dice Concita De Gregorio, "l'amore per il tricolore e'rivoluzionario". E se l'accusa proveniente da destra e' che la sinistra si sia appropriata di un simbolo che ha sempre rifiutato, be', mi pare che la componente di desiderio di distinguersi da una nutrita parte politica di destra che ha fatto proprio questo rifiuto non sia da sottovalutare.
La bandiera che sventola sul mio balcone e' evidentemente (come si confa' ad una bandiera) un simbolo. Ma non sono sicuro che simboleggi esattamente il motivo per cui l'ho esposta.
Certo, credo che significhi che indietro non si puo' andare. Credo nell'unita' politica dell'Italia. Che se non ci fossimo unificati 150 anni fa "saremmo stati spazzati via dalla storia", come dice Napoitano. Non solo politicamente, ma anche culturalmente. Credo che non abbia senso auspicare una divisione territoriale politica, perche' credo che sarebbe bello abbattere tutti i confini, e, dove ancora ci sono, debbano essere degli elementi di contatto con gli altri popoli, e non di divisione da essi. Credo che sia giusto che esista una Italia per esprimere l'accoglienza nei confronti di coloro che arrivano, non il diritto di costruire un muro per lasciarli fuori. Credo che sia questo il significato di Unita'.
E poi credo nell'unita' eterogenea ma compatta della cultura italiana. La gastronomia, giusto per fare un esempio che si addice ad un goloso come me. La cucina italiana e' radicata in secoli e secoli di storia, ben da prima dell'unita' politica. Io amo anche le cucine straniere, e non penso affatto siano da meno, ma apprezzo la diversita' di quella italiana. Non e' che il sushi sia superiore o inferiore alla pizza, ma sarebbe stupido non ammettere la differenza culturale che ha portato all'una e all'altra cosa. Questo vale, credo, per qualunque forma d'arte. I pittori italiani sono italiani da ben prima dell'unita' d'Italia. Dante Alighieri stava ancora nel medioevo quando parlava di Italia. E' una identita' culturale gia' radicata quando l'unita' politica non era nemmeno un'idea, ed e' una identita' che e' ancora viva e prospera, anche se c'e' qualcuno che non lo ammette.
Non e' come gli acquedotti e le strade imperiali dei Romani, che ti viene da dire caspita guarda che opere che hanno fatto 'sti Romani, immaginando una magnificenza ormai morta, come quei ruderi. No, si tratta di una cultura viva, che ci distingue e ci caratterizza.
A partire dalla lingua, che, come dice Artemisia, e' davvero un bellissimo idioma. Credo che si tratti di un effetto, piu' che di una causa. Anche se e' costellato da una miriade di dialetti poco conciliabili, l'Italiano e' il sintomo di una identita' culturale che ci portiamo dentro inconsapevolmente.
Questo non significa rifiutare o comunque ritenere inferiore o inconciliabile tutto quello che c'e' fuori. E' che la cultura deve avere una storia, un Popolo, una Nazione che l'abbia prodotta e che la faccia vivere. Una cultura senza storia e' come la CocaCola rispetto al vino. Una cultura morta e' come il tentativo di riconoscere i sentori aromatici di un vino ridotto ad aceto.
Credo nell'unita' d'Italia. Quello in cui non credo e' l'espressione politica di questa Nazione. La Patria e' un sentimento che non mi appartiene. Che, per quanto mi riguarda non esiste, e considero anche un po' fessi coloro che ci credono. Ritengo stupido difendere indiscriminatamente e acriticamente la nostra oligarchia politica semplicemente perche' e' la distorsione dell'espressione democratica. Penso che l'Italia non sia in grado di governarsi seriamente, ma penso che questo non ha niente a che vedere con il senso di unita', con il senso di appartenenza ad una Nazione, ad un Popolo e, in un certo senso, ad uno Stato. Sono contento di essere italiano, e ne vado addirittura fiero, quando vado all'estero, perche' non si puo' che essere fieri di essere quello che si e'. Anche se "questa" Italia non mi rappresenta. E non ho la minima intenzione di difenderla.
Il tricolore appartiene a me molto di piu' che a quelli che dividono, che respingono, che si fanno i fattacci loro in nome della bandiera stessa, e di quelli che si dicono "importanti" perche' mandano avanti l'economia, ma in realta' fanno soldi alle spalle del popolo. Di quelli che noi eleggiamo e loro ci vendono per un pugno di soldi sporchi. Di quelli che si siedono sul velluto quando e' ora di rimboccarsi le maniche per difendere quel poco di dignita' che ci e' rimasto.
Maro'! che pathos!
lunedì 21 febbraio 2011
giovedì 17 febbraio 2011
L'equilibrio tra i Poteri. Ma quali poteri?
L'altra sera stavo guardando il notiziario su RaiNews.
L'ospite di Mineo sosteneva che in nessuno Stato democratico al mondo il Premier possa essere processato dalla Magistratura. Sosteneva che bisogna scindere tra il ruolo di Presidente del Consiglio e il cittadino Silvio Berlusconi.
In sostanza le azioni di Berlusconi, legali o no che siano, dovrebbero essere valutate dal Parlamento, ma il ruolo di Berlusconi dovrebbe essere protetto contro il Potere Giudiziario, fintantoche' Berlusconi ricopre quel ruolo. Dopodiche', alla scadenza (naturale o no) del mandato, l'uomo Berlusconi dovra' rispondere dei propri reati alla Magistratura, come tutti i cittadini.
Gli esempi portati da quel signore sono gli USA: hanno l'Impeachment (che pero' e' uno strumento del Parlamento, e non della Magistratura) e la Germania, che ha una sorta di immunita' parlamentare.
Io non sono molto ferrato, e non ho ben capito cosa sia il Tribunale dei Ministri. Non lo so se e' vero che non esiste altro esempio al mondo in cui il Potere Giudiziario "si permetta" di giudicare il Capo dell'Esecutivo, e sull'argomento anche Mineo mi e' sembrato un poco smarrito.
Pero', sorprendentemente, mi trovo abbastanza d'accordo con questo principio. Il problema cruciale in una qualunque democrazia, credo, e' quello di mantenere l'equilibrio tra i tre Poteri. Che per sua natura e' instabile.
Io credo che, in situazioni normali, consentire alla Magistratura di giudicare il Presidente del Consiglio sia pericoloso, perche' in questo modo ci sarebbe una supremazia di un potere sull'altro. In una democrazia come quella Italiana, non deve essere la Magistratura a decidere chi possa e chi non possa detenere il potere Esecutivo, ma il Parlamento, per nomina del Popolo.
Pero', in una normale democrazia, in un caso come questo il Premier ha il buon gusto di dimettersi, proprio per farsi processare. Suppongo che chi e' Primo Ministro abbia, come minimo, la volonta' di fare il bene della Nazione. Se fosse colpevole e' evidente che non puo' governare, mentre se fosse innocente il suo senso dello Stato gli dovrebbe suggerire che in ogni caso il dubbio mediatico sia dannoso per la Nazione. Io, in quei panni, cercherei di ripulire la mia immagine ingiustamente sporcata, prima di continuare nel mio ruolo, perche' altrimenti sarebbe un danno per il Paese che sono chiamato a servire.
In effetti, la cosa che mi scoccia di piu' non e' tanto che Berlusconi non paghi per quel che (eventualmente) ha fatto, ma che non venga processato e che quindi rimanga l'onta sulla Nazione, indipendentemente dalla sua colpevolezza.
Prima di Berlusconi io sostenevo con i miei amici americani che il nostro sistema democratico fosse di gran lunga migliore del loro. Ora mi rispondono che per lo meno la loro ingenua democrazia non consente che il governo sia guidato da un viscido criminale pedofilo puttaniere corrotto (e non rappresentativo del Popolo).
Poi c'e' anche un altro problema. Ha senso, secondo me, dire che il potere di Berlusconi dovrebbe essere condizionato dal giudizio del Parlamento, e quindi dal Popolo che l'ha eletto, perche' i Parlamentari dovrebbero valutare imparzialmente la situazione. Cioe' se si pensa che Berlusconi sia corruttibile, corrotto, se si pensa che abbia coscientemente creato imbarazzo diplomatico dicendo che Ruby fosse la nipote di Mubarak (eccetera eccetera), be', se e' cosi' bisogna sfiduciarlo, perche' non e' in grado di svolgere il suo mandato. Se invece si pensa che sia innocente, e che tutte queste cose non contino, bisogna sostenerlo.
Il fatto e' che pero' i Parlamentari, in maggioranza, votano per la fiducia a Berlusconi non perche' ritengono che sia innocente, ma perche' hanno interessi personali a tenere in piedi la Legislatura. Un po' perche' sono comprati da Berlusconi, un po' perche' non sono stati eletti dal Popolo (come avverrebbe in una normale democrazia), ma nominati dai Partiti, in particolare dal PdL. E quindi non rispondono al Popolo, ma al Partito. Cioe' il loro potere su quella poltrona e' condizionato dalla scadenza della Legislatura, e, al termine di essa, saranno gli organi dirigenti del Partito che decideranno eventualmente di nominarli di nuovo. Quindi sono sotto ricatto.
Quest'ultimo e' un evidente problema della attuale legge elettorale, che non consente al Popolo di determinare chi dovra' rappresentarlo. Neanche questo si e' mai visto in una normale democrazia.
A dirla tutta, su questo punto sono un po' confuso. Ho sempre sostenuto che l'elettore non debba votare la persona ma i valori e i programmi di cui quella persona e' portatrice. Quindi non mi dispiaceva che i cittadini fossero chiamati a votare il Partito, ricettacolo di quei valori e programmi, e non la persona. Questa limitazione avrebbe potuto indurre l'elettore a focalizzarsi appunto su valori e programmi anziche' sull'eventuale fascino esteriore del candidato. Che un candidato vinca su un altro semplicemente perche' e' piu' simpatico mi pare totalmente antidemocratico.
Anche il criterio della nomina da parte del Partito pero' non funziona, se il criterio di nomina di un candidato e' quello della maggiore controllabilita' e non quello della migliore rappresentativita' dei valori. Il potere dei dirigenti di partito sui parlamentari e' evidentemente basato sulla corruttibilita' di quei candidati. Abbiamo quindi un Parlamento di corrotti! E se e' questo il Parlamento che deve decidere se un Capo del Governo possa continuare a governare... mmmmh...
Infine c'e' il problema del conflitto di interessi. Se il Presidente del Consiglio deve essere giudicato dal Parlamento, e quindi dal Popolo che l'ha votato, bisogna che il Popolo abbia una informazione obiettiva di cio' che succede. Visto che il popolo e' influenzato dai mezzi di comunicazione, chiunque possa disporre di mezzi di comunicazione puo' utilizzarli come mezzi di propaganda. E' come farsi giudicare da una giuria parziale. E' per questo che nelle democrazie vere il premier non possiede ne' controlla i mezzi di informazione. Il potere dei media dovrebbe essere indipendente come lo dovrebbero essere gli altri tre. Come puo', con il sistema mediatico che abbiamo in Italia, il Popolo decidere serenamente e obiettivamente se Berlusconi puo' o no governare?
In conclusione non credo che sia sbagliato il principio secondo cui il Presidente del Consiglio non debba essere giudicato da un normale tribunale. Questo pero' e' valido solo se ci sono altri strumenti efficaci che impediscano ad un criminale di ricoprire quella carica. O addirittura che gli impediscano di commettere un crimine durante quel mandato. Oddio, non e' che voglio concludere che Berlusconi debba essere ritenuto colpevole prima dello svolgimento del processo, ma mi pare che l'inadeguatezza di qualunque strumento per destituirlo (il Parlamento), non consenta altra via.
Dire che il giudizio della Magistratura sul Presidente del Consiglio e' pericoloso per la stabilita' dei rapporti tra i poteri e' vero, ma e' anche fuorviante, in questo caso. Perche' Berlusconi e' palesemente colpevole, e quindi da qualcuno dovra' pure essere giudicato, ed eventualmente condannato.
L'ospite di Mineo sosteneva che in nessuno Stato democratico al mondo il Premier possa essere processato dalla Magistratura. Sosteneva che bisogna scindere tra il ruolo di Presidente del Consiglio e il cittadino Silvio Berlusconi.
In sostanza le azioni di Berlusconi, legali o no che siano, dovrebbero essere valutate dal Parlamento, ma il ruolo di Berlusconi dovrebbe essere protetto contro il Potere Giudiziario, fintantoche' Berlusconi ricopre quel ruolo. Dopodiche', alla scadenza (naturale o no) del mandato, l'uomo Berlusconi dovra' rispondere dei propri reati alla Magistratura, come tutti i cittadini.
Gli esempi portati da quel signore sono gli USA: hanno l'Impeachment (che pero' e' uno strumento del Parlamento, e non della Magistratura) e la Germania, che ha una sorta di immunita' parlamentare.
Io non sono molto ferrato, e non ho ben capito cosa sia il Tribunale dei Ministri. Non lo so se e' vero che non esiste altro esempio al mondo in cui il Potere Giudiziario "si permetta" di giudicare il Capo dell'Esecutivo, e sull'argomento anche Mineo mi e' sembrato un poco smarrito.
Pero', sorprendentemente, mi trovo abbastanza d'accordo con questo principio. Il problema cruciale in una qualunque democrazia, credo, e' quello di mantenere l'equilibrio tra i tre Poteri. Che per sua natura e' instabile.
Io credo che, in situazioni normali, consentire alla Magistratura di giudicare il Presidente del Consiglio sia pericoloso, perche' in questo modo ci sarebbe una supremazia di un potere sull'altro. In una democrazia come quella Italiana, non deve essere la Magistratura a decidere chi possa e chi non possa detenere il potere Esecutivo, ma il Parlamento, per nomina del Popolo.
Pero', in una normale democrazia, in un caso come questo il Premier ha il buon gusto di dimettersi, proprio per farsi processare. Suppongo che chi e' Primo Ministro abbia, come minimo, la volonta' di fare il bene della Nazione. Se fosse colpevole e' evidente che non puo' governare, mentre se fosse innocente il suo senso dello Stato gli dovrebbe suggerire che in ogni caso il dubbio mediatico sia dannoso per la Nazione. Io, in quei panni, cercherei di ripulire la mia immagine ingiustamente sporcata, prima di continuare nel mio ruolo, perche' altrimenti sarebbe un danno per il Paese che sono chiamato a servire.
In effetti, la cosa che mi scoccia di piu' non e' tanto che Berlusconi non paghi per quel che (eventualmente) ha fatto, ma che non venga processato e che quindi rimanga l'onta sulla Nazione, indipendentemente dalla sua colpevolezza.
Prima di Berlusconi io sostenevo con i miei amici americani che il nostro sistema democratico fosse di gran lunga migliore del loro. Ora mi rispondono che per lo meno la loro ingenua democrazia non consente che il governo sia guidato da un viscido criminale pedofilo puttaniere corrotto (e non rappresentativo del Popolo).
Poi c'e' anche un altro problema. Ha senso, secondo me, dire che il potere di Berlusconi dovrebbe essere condizionato dal giudizio del Parlamento, e quindi dal Popolo che l'ha eletto, perche' i Parlamentari dovrebbero valutare imparzialmente la situazione. Cioe' se si pensa che Berlusconi sia corruttibile, corrotto, se si pensa che abbia coscientemente creato imbarazzo diplomatico dicendo che Ruby fosse la nipote di Mubarak (eccetera eccetera), be', se e' cosi' bisogna sfiduciarlo, perche' non e' in grado di svolgere il suo mandato. Se invece si pensa che sia innocente, e che tutte queste cose non contino, bisogna sostenerlo.
Il fatto e' che pero' i Parlamentari, in maggioranza, votano per la fiducia a Berlusconi non perche' ritengono che sia innocente, ma perche' hanno interessi personali a tenere in piedi la Legislatura. Un po' perche' sono comprati da Berlusconi, un po' perche' non sono stati eletti dal Popolo (come avverrebbe in una normale democrazia), ma nominati dai Partiti, in particolare dal PdL. E quindi non rispondono al Popolo, ma al Partito. Cioe' il loro potere su quella poltrona e' condizionato dalla scadenza della Legislatura, e, al termine di essa, saranno gli organi dirigenti del Partito che decideranno eventualmente di nominarli di nuovo. Quindi sono sotto ricatto.
Quest'ultimo e' un evidente problema della attuale legge elettorale, che non consente al Popolo di determinare chi dovra' rappresentarlo. Neanche questo si e' mai visto in una normale democrazia.
A dirla tutta, su questo punto sono un po' confuso. Ho sempre sostenuto che l'elettore non debba votare la persona ma i valori e i programmi di cui quella persona e' portatrice. Quindi non mi dispiaceva che i cittadini fossero chiamati a votare il Partito, ricettacolo di quei valori e programmi, e non la persona. Questa limitazione avrebbe potuto indurre l'elettore a focalizzarsi appunto su valori e programmi anziche' sull'eventuale fascino esteriore del candidato. Che un candidato vinca su un altro semplicemente perche' e' piu' simpatico mi pare totalmente antidemocratico.
Anche il criterio della nomina da parte del Partito pero' non funziona, se il criterio di nomina di un candidato e' quello della maggiore controllabilita' e non quello della migliore rappresentativita' dei valori. Il potere dei dirigenti di partito sui parlamentari e' evidentemente basato sulla corruttibilita' di quei candidati. Abbiamo quindi un Parlamento di corrotti! E se e' questo il Parlamento che deve decidere se un Capo del Governo possa continuare a governare... mmmmh...
Infine c'e' il problema del conflitto di interessi. Se il Presidente del Consiglio deve essere giudicato dal Parlamento, e quindi dal Popolo che l'ha votato, bisogna che il Popolo abbia una informazione obiettiva di cio' che succede. Visto che il popolo e' influenzato dai mezzi di comunicazione, chiunque possa disporre di mezzi di comunicazione puo' utilizzarli come mezzi di propaganda. E' come farsi giudicare da una giuria parziale. E' per questo che nelle democrazie vere il premier non possiede ne' controlla i mezzi di informazione. Il potere dei media dovrebbe essere indipendente come lo dovrebbero essere gli altri tre. Come puo', con il sistema mediatico che abbiamo in Italia, il Popolo decidere serenamente e obiettivamente se Berlusconi puo' o no governare?
In conclusione non credo che sia sbagliato il principio secondo cui il Presidente del Consiglio non debba essere giudicato da un normale tribunale. Questo pero' e' valido solo se ci sono altri strumenti efficaci che impediscano ad un criminale di ricoprire quella carica. O addirittura che gli impediscano di commettere un crimine durante quel mandato. Oddio, non e' che voglio concludere che Berlusconi debba essere ritenuto colpevole prima dello svolgimento del processo, ma mi pare che l'inadeguatezza di qualunque strumento per destituirlo (il Parlamento), non consenta altra via.
Dire che il giudizio della Magistratura sul Presidente del Consiglio e' pericoloso per la stabilita' dei rapporti tra i poteri e' vero, ma e' anche fuorviante, in questo caso. Perche' Berlusconi e' palesemente colpevole, e quindi da qualcuno dovra' pure essere giudicato, ed eventualmente condannato.
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