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lunedì 16 febbraio 2009

M'illumino di meno


La locandina dell'iniziativa
Il 13 febbraio è stata la giornata del risparmio energetico, una iniziativa del programma radiofonico di RadioDue Caterpillar, in occasione dell'anniversario dell'entrata in vigore del Protocollo di Kyoto.
Per questo evento, i conduttori del programma invitano a spegnere più luci e dispositivi elettrici possibile, per un'ora e mezza a partire dalle 18:00.
Si è calcolato che il risparmio sia stato di circa 500MW, contro i 400 dell'edizione dell'anno scorso, quindi un successone.
Oltre ai privati cittadini hanno aderito anche parecchie associazioni e luoghi pubblici, come ad esempio il Colosseo e San Pietro. L'iniziativa e' stata esportata anche all'estero.

Anche negli anni scorsi, ho sempre pensato che questa iniziativa pur avendo un grande valore simbolico, agli effetti pratici non cambiasse veramente le cose.
Nell'edizione del 2008 si è valutato che il risparmio energetico di quell'ora e mezza fosse equivalente al consumo dell'intera Umbria per l'equivalente lasso di tempo. Il che sembrerebbe tantissimo, ma, se ci si pensa bene, si conclude che la sola Umbria consuma 400MW di corrente in solo un'ora e mezza, e quindi il risparmio a fronte dell'iniziativa è evidentemente irrisorio.
Senza contare poi che se per esempio si evita di utilizzare il forno a microonde durante quell'ora e mezza, con ogni probabilità si avrà necessità di farlo dopo, utilizzando la stessa quantità di corrente risparmiata prima.

Quest'anno, Maddie, Mr. Bentley, R ed io abbiamo deciso di provarci (per la verità solo R ed io abbiamo autorità in materia). Abbiamo spento le luci, il PC, la tv e gli altri elettrodomestici, standby compresi.
Eccetto il telefono.
E la sveglia.
E il frigo.
"Vado a fare la doccia", dico. Al buio? Decido di portarmi una candela.
Accidenti, il termostato che fa partire la caldaia (a metano) per l'acqua calda è elettrico. Altra eccezione.
Esco dalla doccia. E adesso i capelli come li asciugo? Be', potevo pensarci prima, ora mi tocca usare il fon.
Poi devo prendere la biancheria pulita. Sta nell'armadio. E l'apertura delle ante aziona un interruttore che accende una luce dentro l'armadio. Be'... potrò mica rimanermene in accappatoio fino alle 19.30?!
Esco per prendere un paio di pizze d'asporto. Il cancello del condominio è elettrico. Le luci condominiali sono accese, così come i lampioni per strada e le luci della pizzeria. La pizzeria stessa, pur avendo il forno a legna, credo non funzionerebbe senza elettricità.
Torno a casa con le pizze, stando ben attento a non accendere niente. Mangiamo a lume di candela (il che è anche romantico, degno della vigilia di san valentino). Finalmente sentiamo scoccare le sette e mezza dalle campane della vicina chiesa, azionate elettricamente.

Ci ripenso. Risparmiare elettricità è importantissimo, ma questa esperienza mi ha insegnato che farne a meno del tutto, sia pure per un'ora e mezza, è quasi impossibile.
L'unica è usare fonti pulite.

martedì 16 settembre 2008

Ibridi? No, grazie!


Ecco alcune delle nostre piantine di pomodoro in giardino
Quest'anno, in primavera, abbiamo piantato qualche ortaggio. Piu' che altro è mia moglie che si occupa della cura delle piantine, ma entrambi ci abbiamo messo entusiasmo e finalmente, dopo un ampio successo con le zucchine, in questo periodo cominciamo a raccogliere gli amati pomodori, forse un po' tardivi, con il clima montano che ci ritroviamo. Ne siamo particolarmente orgogliosi.
Il sapore è decisamente molto migliore della verdura acquistata, perche' i frutti giungono a maturazione ancora sulle piante. Se solo si potesse infilare un pomodoro nel doppino telefonico ve li farei assaggiare.

Ci abbiamo messo impegno, ed abbiamo visto i frutti generarsi a partire dai semi, seguendo tutte le fasi della crescita.
Ma non è solo per questo che mi piace l'idea. Mi pare che questo tipo di risultato dimostri che, almeno in parte, si puo' uscire dalla logica del consumo che ingrassa la nostra societa' a scapito dei paesi poveri.
L'autoproduzione della verdura riduce al minimo gli sprechi della commercializzazione, soprattutto a regime di sussistenza (che noi non abbiamo ancora cominciato a praticare), cioe' con la conservazione dei semi dell'anno precedente da piantare l'anno successivo.

L'esperienza di quest'anno ci ha intrigato al punto che abbiamo gia' cominciato a fare compere per le sementi dell'anno prossimo, e nella ricerca ho scoperto una cosa sconcertante.

Al supermercato tra i pomodori piu' gustosi ci sono i "Mini San Marzano". Abbiamo quindi cercato informazioni riguardo le sementi di questa varieta', e abbiamo scoperto che si tratta di ibridi.
Anche per altre sementi trovate nei vivai abbiamo notato sulle confezioni in bella mostra la dicitura "ibrido F1" stampata nell'angolo della busta.
Da ignorante ho cercato di dare un significato a questo termine, immaginando l'analogo nel mondo animale. Un ibrido è un individuo prodotto dell'incrocio di genitori di razze diverse. Ma in botanica?


Pomodori della varietà "Rouge d'Iraq"
Cercando su internet mi si è aperto un mondo totalmente sconosciuto.
Un ibrido (in particolare del pomodoro, ma il discorso vale anche per numerosissimi altri vegetali che costituiscono la base dell'alimentazione di interi continenti, come il mais) è una pianta generata da un seme ottenuto da un frutto prodotto da una particolare tecnica di impollinazione artificiale.

Il primo passo consiste nella replica in fecondazione autotrofa di piante, per sei-dieci generazioni. Poiche' i pomodori sono ermafroditi (cioe' ogni fiore contiene sia l'elemento maschile che quello femminile), è possibile che si autofecondino (fecondazione autotrofa).
Questo tipo di fecondazione ottiene delle piante figlie piu' deboli di quelle genitrici, poiche' (se ho capito bene) si replicano anche i geni recessivi. In genetica, tra due alternative, tende a vincere il gene dominante (piu' forte) il quale solitamente porta le caratteristiche migliori, ad esempio il vigore della pianta (un gene dominante portatore di una caratteristica perdente si sarebbe infatti estinto nella storia per selezione naturale). In una fecondazione autotrofa, invece, il patrimonio genetico dello stilo (parte femminile del fiore) è identico a quello del polline (parte maschile), e quindi anche i geni recessivi si replicano indisturbati.
Una volta ottenute piante si' deboli, ma pure, si incrociano con impollinazione artificiale degli stili di una linea genetica con il polline di un'altra (l'impollinazione artificiale e' necessaria per evitare che i fiori si autofecondino di nuovo). Questo meccanismo produce piante molto piu' vigorose e fruttifere delle antenate da cui si è partiti. I semi prodotti dai frutti di queste piante vengono etichettati come "Ibridi F1" (cioe' di prima generazione). Di conseguenza, acquistando sementi di varieta' "ibride F1" si ha una aspettativa di produzione migliore, il che, se è gia' stimolante per l'orto di famiglia, è fondamentale per gli agricoltori.


Pomodori della varietà "Cherokee purple"
Il problema degli ibridi cosi' ottenuti è che in genere i frutti che producono contengono semi con un patrimonio genetico piu' povero, e le generazioni successive tendono quindi ad indebolirsi progressivamente. Tanto da rendere sconveniente l'utilizzo dei semi dell'annata precedente per produrre le piantine dell'annata successiva.
La conseguenza di tutto questo è che gli agricoltori debbono acquistare tutti gli anni le sementi per le loro piantagioni. E chi ne trae profitto sono le societa' che producono sementi ibride.
Il loro gioco è quello di trovare varieta' commercialmente valide, spingerle sul mercato e creare domanda, cosi' che gli agricoltori siano costretti a riconvertirsi ad esse e quindi ad acquistare i semi anno dopo anno.
Poche multinazionali, dai nomi gia' sentiti nella produzione di organismi geneticamente modificati (Monsanto, Pioneer...) controllano anche il mercato di queste sementi, e quindi stanno progressivamente diventando proprietarie, in questo modo, dell'intero mercato agroalimentare, manipolando l'economia delle popolazioni agricole che fin'ora hanno campato di sussistenza.

Impossibile pensare che gli agricoltori si adeguino a produrre i propri semi mediante ibridazione, perche', oltre che richiedere esperienza particolare, questa tecnica necessita di un grande sforzo in manodopera. Piu' semplice, per loro, approvigionarsi presso queste multinazionali che risolvono brillantemente il problema sfruttando la forza lavoro a buon mercato dei paesi poveri.

Io sono piuttosto ignorante in materia, e fino a qualche giorno fa non sapevo nemmeno dell'esistenza di sementi ibride. Mi chiedo se esiste un movimento di opposizione a queste tecniche simile a quanto sta avvenendo per gli OGM. Mi chiedo se esiste una regolamentazione in Italia (dubito che esista in paesi come gli Stati Uniti dove non ne esiste una nemmeno per gli OGM) che imponga almeno l'etichettatura di sementi ottenute mediante queste tecniche.
Mi chiedo infine come sia possibile fare consumo critico quando si acquista verdura nella grande distribuzione: per quanto ne so nemmeno l'agricoltura biologica rifiuta questa tecnica.

Riferimenti:

I nostri pomodori, in queste foto, sono non-ibridi - spero...

mercoledì 2 luglio 2008

Le albicocche di nonno Gino

Da qualche parte ho letto che la memoria visiva, negli esseri umani, è più persistente di quella degli altri sensi.
I colori dell'estate nel giardino dei nonni, ad esempio, sono ancora molto vivi nella mia memoria, dopo più di trent'anni.
Un particolare, in quel giardino, mi sembra quasi riassumere la mia infanzia: l'albicocco.
Un albero centenario, enorme, che faceva coppia con un fico di dimensioni simili dalla parte opposta.
L'albicocco del nonno produceva quintali di frutti che maturavano contemporaneamente in pochi giorni, ed in quei giorni quantità che mi parevano incredibili venivano spartite con parenti, amici, vicini di casa. Perché allora non si sprecava niente. L'eccesso che pur c'era dopo questa distribuzione veniva trasformato da mamma e dalle altre donne della famiglia in tanta marmellata da poterci nuotare dentro, che veniva buona per tutto il resto dell'anno.
L'immagine di quella frutta è davvero molto evocativa. Però pensavo di essermene dimenticato il sapore.
È da allora che non assaggio delle albicocche che sappiano di albicocca. Saranno trent'anni che quelle che mangio sono acquistate al supermercato. Non sanno di niente, perché, per ragioni commerciali, vengono colte acerbe e fatte maturare sui banchi espositivi.
L'altro giorno ho addentato una albicocca acquistata al GAS di cui vi ho parlato nel post precedente. Subito la memoria e' volata nel giardino dei nonni con me, ginocchia sbucciate, a giocare con mio fratello, come se fosse successo ieri.

Ecco la nostra seconda spesa al GAS:
  • 1kg pane casereccio con noci - 3.95€
  • 1kg pane di farro, semi di zucca, fiocchi d'avena - 3.95€
  • 1kg pane pugliese con farina di semola di grano duro - 3.10€
  • 1kg pane tranvai farina 0, uvetta e albicocca - 2.50€
  • 500g albicocche bio - 2.10€
  • 1kg pesche noce bio - 3.40€
  • 1kg fiocchi 5 cereali - 3.55€
  • 1l detersivo piatti - 1.50€
  • 1.470kg melone - 4.70€
Totale: 28.75€

In particolare, oltre alle albicocche, il melone e il pane sono buonissimi.
Stavolta la spesa è stata prenotata in anticipo, ed è stata ritirata in una sede staccata, comodissima perché molto vicina a casa (anche se ci si arriva comunque in auto). Lo svantaggio è che qui si effettuano solo le consegne, ma non c'è il secco e l'eccesso disponibile da acquistare al momento.
Lo spreco di imballaggi è stato ridotto al minimo: uno scatolone di cartone mezzo rotto recuperato da qualche fornitura, due sacchetti di carta di secondo uso per il pane, un sacchetto di plastica usato per le albicocche e uno per i cereali. Un flacone di plastica usato per il detersivo, da restituire. Pesche e melone senza confezione.

giovedì 26 giugno 2008

GAS

Niente paura! Non si tratta di bombole di combustibile ne' di flatulenza, ma dell'infelice acronimo di "Gruppo di Acquisto Solidale".
Questa sigla identifica alcune associazioni più o meno spontanee, più o meno organizzate, di persone che, stanche della filosofia del consumo ad ogni costo, decidono di dare una impronta etica ai loro acquisti.
Da qualche tempo ho scoperto per caso questo tipo di realtà, ho cominciato ad informarmi, e ho trovato su Internet che esistono tantissimi GAS sparsi un po' per tutta Italia (questo e' il sito che li raccoglie tutti).

Campagna banane equosolidali
Non lontano da casa nostra ne ho trovati tre, ed ho deciso di visitarne il più vicino (la Comunità della Sporta), che sembra, tra questi, anche il meglio organizzato.

Il concetto è semplice: siccome gran parte del costo di un prodotto è dato dai passaggi di mano commerciali tra il produttore e il consumatore, eliminando semplicemente quei passaggi, il prodotto disperde di meno il suo valore. Il GAS cerca quindi di utilizzare quel valore risparmiato per rendere dignità etica all'acquisto di quel bene.
Le caratteristiche di questo tipo di commercio si possono ridurre sostanzialmente ai seguenti punti:
  • Il produttore viene retribuito il giusto. Il GAS non "strozza" il produttore come invece fa la grande distribuzione. Questo aspetto potrebbe non avere molto significato per alcuni produttori italiani, che possono scegliere il migliore offerente, ma sicuramente ne ha molto per quelli del terzo mondo, dove i lavoratori sono sfruttati, se non schiavizzati, e addirittura capita che siano bambini. I GAS garantiscono che i loro prodotti non derivino da queste pratiche.
  • Per i prodotti dove ciò abbia senso, si predilige il rifornimento presso produttori locali. Questa filosofia consente di abbattere i costi (economici ed ecologici) dovuti al trasporto delle merci. Oltre alla spesa, infatti, c'è da considerare l'inquinamento prodotto dai mezzi di trasporto. Certo per alcuni prodotti questo principio non è applicabile, ad esempio la frutta tropicale non può certo essere acquistata dal produttore italiano, ma per la maggior parte dei beni alimentari quel costo può essere eliminato.
  • La qualità dei prodotti agricoli e dei loro derivati è ottima e le produzioni sono ecologiche. I GAS infatti preferiscono i prodotti biologici, e d'altra parte i margini più larghi dei produttori consentono loro di adeguarsi a questo tipo di coltivazioni. La tracciabilità dei prodotti è facilitata dalla vicinanza geografica tra produttore e consumatore, nonché da esperienze dirette (si organizzano visite presso i produttori). Infine la riduzione dei tempi di consegna favorisce cicli biologici più corretti (la frutta maturata sull'albero è decisamente più buona di quella maturata sui banchi dei supermercati).
  • Nei GAS si tenta di ridurre l'utilizzo di imballaggi, con evidente diminuzione di sprechi e di materiali inquinanti dispersi nell'ambiente. Per la verità, per alcuni prodotti, questa riduzione non e' totale, almeno alla "Sporta", ma da questo punto di vista la situazione è drasticamente migliore della grande distribuzione. Ad esempio alcuni detersivi vengono venduti "alla spina", e si possono acquistare solo se ci si porta da casa un contenitore adeguato. C'è inoltre una accurata attenzione alla biodegradabilità dei prodotti venduti. Ad esempio i detersivi venduti alla "Sporta" sono biodegradabili al 100%.
  • I GAS tendono anche a ridurre al minimo gli sprechi di beni deperibili. Suppongo che ogni GAS adotti metodi diversi per realizzare questo. Alla "Sporta" i prodotti freschi vengono distribuiti a cicli di due settimane: durante una settimana si possono ritirare i prodotti prenotati due settimane prima. Spesso ci sono dei surplus di prodotti freschi che possono essere acquistati anche senza prenotazione, ma si tratta di una minima parte.
È possibile acquistare alla "Sporta" iscrivendosi all'associazione (costa 9€ all'anno o 3€ al quadrimestre). A chi e' iscritto viene fornito un nome utente ed una password che consente di effettuare acquisti online. Coloro che gestiscono il negozio lo fanno a titolo volontario e gratuito. Infatti al momento dell'iscrizione ci si impegna ad impiegare almeno venti ore l'anno per aiutare a gestire il servizio (ricevere i fornitori, accogliere i clienti, gestire il magazzino, il sito web, preparare le merci da consegnare...).
Un principio rassicurante, quindi, è anche che, a differenza dei tradizionali canali di commercializzazione, non è convenienza di nessuno favorire un prodotto piuttosto che un altro o promuovere la vendita di un prodotto inutile o eticamente scorretto, se non, al limite, dei produttori stessi, che però possono essere controllati direttamente dai consumatori.

Una cosa che, invero, trovo piuttosto "scomoda", nei GAS (quanto meno alla "Sporta") è la necessità di prenotazione anticipata per i prodotti deperibili. Difficile essere pronti a soddisfare una voglia improvvisa di fragole e panna se le fragole devono essere prenotate con otto-quindici giorni di anticipo! Ma suppongo che questo sia il prezzo da pagare per consentirci di evitare sprechi inutili.

Una ovvia critica a questo tipo di commercio sta nel fatto che, eliminando i passaggi di mano delle merci tra il produttore e il consumatore, si eliminano anche quei posti di lavoro che proprio da quei passaggi di mano traggono profitto. Se acquisto delle pesche al GAS che si rifornisce dal produttore sotto casa anziché al supermercato che le acquista in Spagna, è evidente che tali pesche non devono essere trasportate, con ovvio danno all'autotrasportatore.
Questo è vero. Il prezzo che viene pagato per l'acquisto del prodotto va quasi interamente al produttore e a chi è coinvolto nei cicli di produzione, e tale valore viene redistribuito quindi di meno tra la popolazione.
Ma questo è un ulteriore motivo per cui la filosofia del GAS mi piace. Disperdere inutilmente il valore di un bene è tipico del consumismo. Chiaramente il GAS fa circolare meno ricchezza di quanto faccia la distribuzione tradizionale, ed è assurdo pensare di accollare questo problema solamente a chi, ad oggi, ha la sfortuna di essere impiegato in una delle mansioni che possono essere ridotte. Ma e' anche vero che la ricchezza che viene impiegata per finanziare quelle mansioni e' quella che non produce aclun bene (o servizio) utile.
In altre parole, l'acquisto di un prodotto inutile fornisce alla società esattamente la ricchezza sufficiente a finanziare la produzione di quel bene (o servizio) inutile. Per reggersi, il consumismo, ci impone di lavorare per acquisire una ricchezza che ci serve per acquistare ciò che qualcun altro produce. E quindi, per far funzionare il sistema, dobbiamo adeguarci ad acquistarlo, anche se non ne abbiamo bisogno.

Lavoriamo di meno. Saremo più poveri e non avremo abbastanza soldi per comprare cose inutili. Questo può piacere oppure no, ma senz'altro risparmia risorse a livello globale, e di conseguenza inquina di meno e, se applicato diffusamente, riduce il divario tra ricchi e poveri, poiché consente a tutti di acquistare ciò di cui si ha necessità.

Insomma, il GAS mi piace perché, se applicato su larga scala, rivoluziona il sistema in favore di una economia più giusta, sostenibile, equa, ecologica.

Sarebbe bello riuscire a sostituire progressivamente l'economia consumista con quella del GAS. Ma per fare questo i prezzi devono rimanere competitivi con la grande distribuzione, poiché il consumatore (a volte comprensibilmente, altre volte meno) alla fine deve fare i conti con il proprio portafoglio.
Per quanto riguarda la mia esperienza, ad oggi, i prodotti alla "Sporta" hanno più o meno gli stessi prezzi della grande distribuzione, ma hanno un valore maggiore dato non solo dal punto di vista della qualità (si tratta di prodotti biologici), ma anche da quello etico.

Ecco la nostra prima spesa-esperimento al GAS:
  • 530g di banane equosolidali AltroMercato - senza imballaggio (2.56€ al kg).
  • Una pagnotta da 1kg di pane pugliese artigianale biologico a lievitazione naturale con farina 0 e semola di grano duro - senza imballaggio (3.10€ al kg).
  • un pacco con 51 fette biscottate biologiche Il Fior di Loto - imballate in un foglio di plastica con etichetta di carta (3.35€ al pacco da 450g).
  • 2 bottiglie di olio di riso "delicato e naturale" da agricoltura biologica Zibra - in bottiglia di vetro, con etichetta di carta e tappo in metallo (2.40€ alla bottiglia da 0.5l - 30% di sconto, perché si avvicina alla data di scadenza).
  • un pacco di pasta di riso biologico Probio - imballo di plastica stampata (2.85€ al pacco da 500g).
Totale: 13.85€.

Poiché era la prima spesa, effettuata nel momento dell'iscrizione, non è stato possibile prenotare con le due fatidiche settimane di anticipo, ed infatti i beni acquistati sono a lunga conservazione o secchi, a parte il pane e le banane che costituivano un eccesso di fornitura rispetto le prenotazioni.
Stiamo ora attendendo di ritirare la prossima spesa, prenotata online lo scorso weekend. Vi saprò dire.

venerdì 23 maggio 2008

Io sono per il risparmio

Questo post prende spunto da una discussione nata sul blog di Maurice, riguardo all'utilizzo, per bere, dell'acqua venduta nella grande distribuzione, tipicamente nelle bottiglie di plastica o vetro piuttosto che l'"acqua del sindaco" (cioè quella proveniente dall'acquedotto), che viene dichiarata potabile, e spesso più pura di quella in bottiglia.

Noi, in casa, facciamo uso di acqua nelle bottiglie di vetro con vuoto a rendere. Il tentativo è di limitare all'osso lo spreco di plastica, combattendo non solo la dispersione di questo materiale inquinante, ma anche il danno ambientale, di entità minore ma pur sempre non irrilevante, proveniente dai processi di riciclo.
Ma anche le bottiglie di vetro con vuoto a rendere causano inquinamento inutile, perché questo sistema comporta alcuni sprechi, ad esempio il detergente per lavare la bottiglia, il tappo di plastica per chiuderla (notare che la quantità di materiale contenuto in un tappo è maggiore di quella nella bottiglia di plastica), l'etichetta di carta e la colla per appiccicargliela sopra, l'energia elettrica per le macchine imbottigliatrici, il carburante per il trasporto alla grande distribuzione, il carburante per il trasporto a casa, e poi tutto il tragitto all'indietro del vuoto, fino a tornare a chiudere il ciclo.
Però, l'"acqua del sindaco" del nostro comune, anche ammesso che sia batteriologicamente pura, fa decisamente schifo. Sa di cloro ed è molto calcarea. Per quest'ultimo problema ci sono efficaci filtri in commercio, ma contro il cloro non esiste alcuna soluzione semplice, che io sappia.

In quella discussione, Maurice stesso scrive:
Credo che sia necessario anche mettersi d’accordo sullo sviluppo sostenibile, come sostengono alcuni ecologisti fra i quali vorrei collocarmi.
Una semplice bottiglietta d’acqua inquina il pianeta, ma dà anche lavoro (e quindi produce ricchezza) a chi deve produrre la bottiglia ed il tappo, a chi la imbottiglia, a chi la trasporta, eccetera.
Leggiamo spesso cifre precisissime sull’inquinamento - ricordo a memoria che una bistecca inquina quanto un’auto che corre per 50 km - ma non ho mai letto quanto valore produce la bistecca in termini di lavoro e di ricchezza.
Credo che si possa vivere con agiatezza rispettando la natura e l’ambiente, senza con questo ritornare alle società primitive. Ammesso che esse rispettassero l’ambiente, come non hanno fatto i pellerossa distruggendo le foreste delle grandi praterie per permettere la sopravvivenza delle mandrie di bisonti e di loro stessi.
Io penso che sia un errore giustificare il consumismo con la scusa che si tratti di un sistema che consente una redistribuzione equa della ricchezza. Tanto per cominciare perché non appare affatto equa.
Ma soprattutto, la falla del capitalismo consumista è proprio intrinseca nel meccanismo secondo cui la quantità di beni (e servizi) commercializzati deve sempre crescere, e quindi anche l'inutile deve essere comunque venduto (e comprato).
Da un lato è vero che la commercializzazione di una bottiglietta di acqua fornisce ricchezza a chi fa parte della sua catena di produzione/distribuzione. Ma prendiamo ad esempio l'autotrasportatore che la trasporta sul suo camion, che chiameremo Mario. A conti fatti, quant'è la ricchezza che Mario ricava dal trasporto di una bottiglietta? Sicuramente meno del costo al dettaglio di quella bottiglietta. A Mario, indefesso lavoratore, verrà pure sete, prima o poi, no? E come si disseterà? Berrà dal rubinetto l'"acqua del sindaco"? No! Applicando diligentemente la logica del consumismo andrà al supermercato a comprare una bottiglietta d'acqua simile a quelle che ha trasportato (spendendo di più di quanto ha guadagnato per ognuna di esse).
Ora, è pur vero che il nostro Mario di bottigliette non ne trasporta una sola, ma un camion intero, e non verrò certo a raccontare che la fatica necessaria per quel trasporto gli procura una sete tale da scolarsi l'intero carico. Ma è anche vero che Mario avrà esigenza di acquistare anche altri prodotti, i quali tendenzialmente avranno subito analoghi passaggi commerciali. Se Mario acquista una mela perché ha fame, vuol dire che c'è un altro autotrasportatore che ha trasportato le mele. E quest'altro autotrasportatore avrà magari necessità di dissetarsi con l'acqua di Mario, oltre che sfamarsi con le proprie mele.
Insomma, applicando questo meccanismo a tutto il sistema chiuso, la società consumerà esattamente l'intera quantità dei prodotti che vengono commercializzati, spendendo esattamente la quantità data dalla somma del denaro che ogni singolo individuo ha guadagnato come frutto del proprio lavoro. In questo sistema, quindi, non è stata creata alcuna ricchezza. Al più è stata redistribuita in quantità minori o maggiori a seconda di quanto abbia lavorato ciascun individuo. Siccome la quantità di ricchezza nel sistema chiuso non è infinita, se la ricchezza è proporzionale al lavoro, quando un individuo lavora di più, gli altri individui sono costretti a lavorare di meno. E questo meccanismo genera disparità sociale, cioè l'esatto opposto di ciò che il sistema si ripropone.

Si potrebbe obiettare che invece di spendere l'intera quantità di soldi guadagnati, sarebbe più prudente risparmiarne un po'. Cioè, che Mario decida di non acquistare la mela, se non ha troppa fame, ma di metterne da parte i soldi. Così facendo, però, quella mela rimarrebbe invenduta, e la ricchezza destinata a chi ha lavorato per produrla non sarebbe disponibile. In buona sostanza se aumentassero i risparmi, nel nostro sistema chiuso diminuirebbero i consumi di pari passo, e quindi diminuirebbero anche i soldi da redistribuire.
In altre parole, nel nostro sistema chiuso, se si evitasse di comprare il superfluo, è vero che si avrebbe una riduzione di ricchezza circolante, ma è anche vero che tale riduzione sarebbe esattamente equivalente al valore del bene superfluo invenduto.
Per tornare al nostro esempio, se tutti noi utilizzassimo l'"acqua del sindaco" è vero che, come dice Maurice, diminuirebbe la ricchezza che si sarebbe distribuita nella catena commerciale dell'acqua in bottiglia, ma è anche vero che globalmente quella ricchezza perduta equivarrebbe esattamente al risparmio che avremmo per non aver acquistato l'acqua in bottiglia stessa.
E allora, dov'è il vantaggio sociale nell'acquisto dell'acqua in bottiglia?

Una considerazione è necessaria sul fatto che, in questa analisi, ho considerato un "sistema chiuso", il che, apparentemente, non si applica perfettamente alla realtà. Nel mondo capitalista occidentale (e anche nella quasi totalità del resto del mondo), i sistemi economici non sono chiusi, nel senso che si basano sostanzialmente sull'esportazione (e sull'importazione).
L'affermazione che lavorando di più si guadagna di più a scapito di altri che, lavorando di meno guadagnano di meno, in un contesto di sistema non chiuso è falsa, poiché l'eventuale eccedenza di prodotto non andrebbe perduta ma esportata. Ma questo assunto presuppone che vi sia altrove un altro sistema non chiuso (un Paese importatore) che acquista l'eccedenza.
Questo però comporterebbe che il Paese importatore non ha necessità di prodrre il bene importato, e quindi non ha la possibilità di impiegare lavoratori in quel ciclo produttivo, e di produrne la relativa ricchezza necessaria per acquistare quel prodotto. E questo mi pare un aspetto poco etico del sistema, visto che comporta l'aumento del debito pubblico, e quindi della dipendenza politica, del Paese importatore, aumentando il divario sociale tra Paesi ricchi e Paesi poveri.
Considerando invece l'economia globale del mondo, che è per forza un sistema chiuso, visto che non è possibile esportare al di fuori del pianeta (e pare che non lo sarà ancora per molto tempo), nessuna ricchezza può essere creata, se per ricchezza si intende la capacità di acquisto. La ricchezza è pari alla somma di tutti i beni prodotti globalmente, e quindi è chiaro che quella derivante dalla produzione di un bene inutile è essa stessa inutile perché consente solo l'acquisto di un bene inutile.

La vera ricchezza dovrebbe essere calcolata non in base al potere d'acquisto, ma in base al possesso di beni utili per migliorare la propria vita. Ad esempio, l'invenzione, la produzione e la distribuzione dei telefonini cellulari non ha affatto creato ricchezza nel senso di capacità di acquisto degli individui. Semplificando, la ricchezza data dai salari dei lavoratori che hanno contribuito nell'invenzione/produzione/distribuzione dei telefonini è pari alla ricchezza sborsata dai consumatori di quel prodotto... alla fine, cioè, le persone che lavorano, percepiscono un salario che poi serve loro per acquistare i beni che producono. La vera ricchezza fornita dal progresso invece è la possibilità di usufruire di quei beni utili. Se non ci fossero stati i telefonini noi non avremmo potuto mandarci tutti quegli SMS per comunicarci quei messaggi romantici tipo "TVTTTTTB".

Ammettendo che l'acqua in bottiglia ha la stessa qualità dell'"acqua del sindaco" (cosa palesemente falsa nel caso del mio comune), l'acquisto dell'acqua in bottiglia è assolutamente inutile dal punto di vista economico e solamente un danno da quello ecologico.

Io però non sono un economista. Dove stà l'errore del mio ragionamento?

lunedì 11 febbraio 2008

Il clone nel piatto

Il clone nel piatto

Guglielmo Ragozzino

Nell'aprile del 2007 la Commissione europea ha chiesto all'Agenzia europea per la sicurezza alimentare, Efsa, un parere sulla possibilità di mettere in commercio latte e carne provenienti da animali clonati, per esempio maiali e mucche. La risposta - una sostanziale via libera - è arrivata in questi giorni e la Coldiretti, l'importante associazione di agricoltori, l'ha fatta conoscere a un pubblico di non specialisti, mettendo subito in chiaro la propria contrarietà e preoccupazione.
In sostanza l'Efsa si limita ad assicurare che le qualità nutrizionali non sono diverse da quelle dei prodotti di animali ottenuti nel modo tradizionale. Si riserva però di svolgere una consultazione pubblica da concludere il 25 febbraio per arrivare a fine maggio alla risposta definitiva. A questo punto la Commissione metterà insieme questo parere e quello del Gruppo europeo sull'etica, e deciderà. Anche Coldiretti ha fatto una sua consultazione, non scientifica, ma pratica, online; e il risultato è stato che il 55% delle risposte è un no categorico, il 36% ha richiesto almeno l'etichettatura della derrata alimentare che ne indichi l'origine clonata; mentre l'8% si è detto favorevole e l'1% non si è espresso. Rimane la convinzione che l'Efsa non sappia liberarsi dal fascino della Fda (Food and Drug Administration) americana che spinge ormai sulla liberalizzazione degli animali clonati.
I motivi che portano anche una parte dell'agroindustria europea a seguire la pista della clonazione è la convinzione di realizzare così animali deformati, nel senso di essere dedicati alla produzione di maggiori prosciutti, più latte, ecc. Questo però non tiene conto di almeno tre guasti.
Il primo è l'eliminazione di ogni biodiversità. Quest'ultima non è una mania dell'ambientalismo tropicale, ma è il tentativo di avere, anche ai nostri climi, organismi meno recettivi di malattie.
Le discendenti della pecora Dolly non potranno mai liberarsi delle malattie presenti nell'organismo dell'ava (se così si dice). Dall'assenza di biodiversità discende la minore difesa immunitaria, per cui le bovine sono spesso soggette a epidemie. Infine la genetica dà spesso risultati opposti a quelli sperati da chi ne fa uso per «migliorare le razze»; ed è causa di una vita produttiva scarsissima, tanto che perfino una parte dell'agricoltura americana si muove ormai in controtendenza e riafferma l'utilità di incrociare animali di caratteristiche diverse per ottenere animali più sani e in definitiva più carne e più latte. Gli esperti di allevamenti che abbiamo consultato ci hanno spiegato che piuttosto che buttare i soldi sulla scienza della clonazione, sarebbe meglio investire sulla struttura abitativa degli animali. In un tempo di cambiamenti climatici, una genetica troppo raffinata sarebbe un ulteriore guasto. Tanto più se la genetica è connessa a sistemi di allevamento crudeli, in luoghi dissennati. Le bovine hanno ormai una vita dimezzata. Invece delle 7/8 lattazioni di un tempo ormai ne hanno 3 o 4. Le bovine clonate avrebbero insieme tutti questi difetti.

da Il Manifesto del 12 gennaio 2008

C'e' un gran parlare, in questi giorni, riguardo alla notizia della commercializzazione a scopo alimentare in America della carne e del latte provenienti da bovini e suini clonati.
Anche se si tratta di un procedimento diverso, la questione ha secondo me molti aspetti in comune con quella degli organismi geneticamente modificati. Nel caso della clonazione, infatti non c'e' alcun intervento di modifica genetica artificiale. Non c'e' nessuno scenziato che vada a cambiare artificialmente la sequenza del DNA, e quindi le caratteristiche fisiche (e organolettiche) degli organismi prodotti rimangono identiche a quelle degli organismi produttori. Viene invece sostituito il meccanismo riproduttivo che ha generato il nuovo organismo, ovviamente allo scopo di ottenere una qualita' migliore dal punto di vista commerciale. L'idea e': selezioniamo il bovino (o suino) commercialmente perfetto e poi replichiamolo sempre identico a se stesso, e quindi altrettanto valido commercialmente. Il patrimonio genetico dell'organismo risultato della clonazione e' infatti identico a quello dell'organismo sorgente.
Nel caso degli OGM, invece, viene modificata la sequenza del DNA sostituendo alcuni geni con altri pescati da catene di DNA di altri organismi completamente diversi. Lo scopo e' sensibilmente diverso dal caso della clonazione, perche' in questo caso si tende alla produzione di organismi nuovi, che contengono caratteristiche che non potrebbero essere generate in modo naturale. Ricordo ad esempio la presentazione alcuni anni fa di un fiore nella cui sequenza genetica era stato inserito il gene della bioluminescenza estratto dal DNA di un crostaceo. Il nuovo organismo era un fiore i cui petali emanavano luce propria di notte. L'idea, in questo caso e': creiamo un organismo che contenga tutte le caratteristiche che ci interessano a scapito di caratteristiche inutili. Organismi cosi' ottenuti hanno il vantaggio commerciale di poter creare nuove nicchie da riempire di business. Nel caso particolare del fiore bioluminescente si pensava di coltivarlo lungo i bordi delle autostrade con ovvi vantaggi dal punto di vista della sicurezza stradale (l'idea non e' niente male, anche se devo dire che, pensandoci appena qualche minuto, mi vengono in mente interi poemi epici di soluzioni alternative con lo stesso effetto decisamente meno costosi - ad esempio, l'utilizzo di quelle lampade che accumulano energia solare di giorno per poi restituire una flebile luce di notte).

Pur evitando di affrontare implicazioni morali legate all'intervento umano nel processo di creazione di una nuova vita, rimangono aperte alcune questioni riguardo alla commercializzazione degli animali (o vegetali) clonati o geneticamente modificati.

Le prime domande che hanno riempito i media europei in seguito alla notizia della commercializzazione in America della carne e latte clonati, sono quelle che riguardano piu' da vicino i consumatori, attenti innanzitutto alla salute e alla qualita' del prodotto. La carne clonata e' sana? E' buona?
Per quanto ne so non c'e' motivo per dubitare che la carne (o il latte) di un animale clonato abbia proprieta' diverse dalla carne o dal latte dell'animale sorgente della clonazione. Quella carne (quel latte) ha le stesse caratteristiche, e quindi se l'una e' buona, l'altra e' pure buona. Se l'una e' sana, lo e' anche l'altra.
Per gli OGM e' diverso, perche' le caratteristiche degli organismi prodotti non solo sono diverse da quelle degli organismi da cui si e' partiti, ma lo sono anche in modo non predicibile, visto che la modifica genetica puo' (ed in genere e' cosi') creare organismi che non si sono mai prodotti, ne' si produrranno mai, in modo naturale. Una domanda da porsi puo' essere ad esempio se, ed in che modo, una persona allergica alle fragole possa o meno mangiare un pollo il cui DNA e' stato mischiato con quello di una fragola. La risposta a questa domanda dipende dalla determinazione della reazione degli anticorpi di quella persona alle cellule del pollo alla fragola. Poiche' non si ha esperienza di questo tipo di cellule, la reazione non puo' essere predetta.
Per quanto riguarda il sapore, e' evidente che il motivo per cui si scomoda la tecnologia OGM per scopi alimentari e' di produrre organismi che abbiano un sapore diverso da quelli su cui si applica la tecnologia.

Valutando il problema da un altro punto di vista, un'altra questione aperta e' quella ecologica, ben puntualizzata dall'articolo che ho citato. Il mondo, con le sue catene alimentari, si basa sulla biodiversita', cioe' proprio sul fatto che l'incrocio riproduttivo di due individui genera un organismo in parte diverso da entrambi. Le differenze che sopravvivono sono quelle piu' favorevoli in termini di adattamento all'ambiente, poiche' gli individui mutati hanno piu' probabilita' di sopravvivere e quindi di accoppiarsi, perpetrando la mutazione alle generazioni successive. Questo meccanismo ha allungato i colli alle giraffe in modo che potessero cibarsi delle fronde piu' alte degli alberi, ha trasformato in pinne gli arti dei cetacei, ha diviso gli animali in erbivori, che si cibano di vegetali, e in carnivori, che si cibano di erbivori. Ma ha anche diviso gli esseri viventi in animali, che traggono nutrimento dai vegetali e in vegetali che traggono nutrimento da animali.
Se abbiamo scoperto il bovino (o il suino) commercialmente perfetto, finira' che l'agricoltura produrra' sempre quel bovino (o suino), intere fattorie piene di copie di un solo organismo sempre ed ovunque uguale a se stesso, riproducendo caratteristiche sempre uguali, e peraltro neanche necessariamente le migliori sotto il punto di vista dell'adattamento all'ambiente, ma solo dal punto di vista commerciale. Questi organismi ruberanno quote di esistenza a tutti gli altri bovini, che progressivamente spariranno dal mondo animale, compromettendo tutte le catene alimentari in cui sono coinvolti.
Forse questo processo non compromette necessariamente la vita sulla terra, certo contribuira' nella semplificazione del patrimonio genetico. A noi forse non servono animali che producono carne o latte commestibile di qualita' inferiore e a prezzi superiori, ma sicuramente al mondo serve eccome, altrimenti l'evoluzione naturale ci avrebbe gia' pensato da sola a fare "pulizia etnica". La biodiversita' e' un meccanismo di conservazione delle speci e della vita in generale. Se un individuo e' sensibile ad un virus, ad esempio, puo' darsi che un altro individuo simile, della stessa specie, non lo sia. Mutazioni genetiche naturali del virus tenderanno ad attaccare organismi con un patrimonio genetico diverso. Gli organismi delle speci attaccate tenderanno a generare mutazioni naturali resistenti a quel virus. Se il patrimonio genetico di un insieme di animali e' sempre immutabile ed identico a se stesso, un virus in grado di uccidere un individuo e' in grado di uccidere tutti gli individui dell'insieme. La clonazione e' quindi l'antitesi dell'evoluzione naturale, su cui si basa il funzionamento del mondo.
Per quanto riguarda gli OGM, invece, il discorso e' un po' diverso. Se l'evoluzione naturale tende a selezionare le caratteristiche genetiche di una specie in modo che gli individui siano piu' competitivi degli antagonisti, la modifica genetica artificiale tende a selezionare le specie in modo che gli individui siano piu' competitivi solo dal punto di vista commerciale valutato sulle tasche di chi deposita il brevetto. Questi nuovi organismi, pur essendo potenzialmente meno forti degli organismi naturali si insedierebbero nello stesso ambiente, e di conseguenza anche quelli naturali alla lunga si adatterebbero ai nuovi arrivati. Se si producesse una varieta' di grano OGM resistente al 90% di un certo tipo di parassita, e si coltivasse solo quella varieta', succederebbe che il 90% di parassiti morirebbe, lasciando spazio alla libera riproduzione del rimanente 10%. L'unico risultato che si otterrebbe e' di rendere i parassiti del grano piu' forti. Se invece la varieta' di grano rilasciata resistesse alla totalita' di parassiti, tali parassiti si estinguerebbero, o quanto meno sparirebbero parzialmente, compromettendo le catene alimentari a cui appartengono.

C'e' poi una conseguenza sociale. Chiaramente chi detiene la tecnologia per la produzione degli OGM e dei cloni, la applica per ottenere del denaro, a tutto discapito di chi applica tecnologie di allevamento animale o di coltivazione vegetale tradizionali. Il controllo puo' essere ottenuto producendo cloni o OGM sterili. Se ad esempio un contadino coltiva grano OGM sterile, non sara' in grado di utilizzare parte dei chicchi di grano raccolto per seminare le pianticelle dell'anno successivo, ma dovra' ricomprarli di nuovo dallo stesso produttore di grano OGM. Questo mandera' in frantumi gli equilibri sociali derivanti dall'economia di sussistenza dei Paesi poveri. Oltre tutto le coltivazioni tradizionali traggono beneficio dagli insetti impollinatori che, non rispettando i confini dei campi coltivati, portano il polline da una coltivazione all'altra. Se un coltivatore utilizza semenze OGM, le sue pianticelle, sterili, non potranno fornire polline buono per fertilizzare le pianticelle dei coltivatori vicini, che vedranno compromesso anche il loro raccolto.

C'e' infine un aspetto culturale del problema. Un pollo OGM al sapore di fragola e' buono o non e' buono? La risposta puo' essere diversa a seconda di chi risponde, ma io penso che abbia un senso l'interpretazione del gusto sotto un'ottica culturale. Infatti come lo si mangia, il pollo alla fragola? In una macedonia di frutta oppure arrosto con le patatine? Siccome non c'e' una storia di tradizione legata al pollo alla fragola, non esiste nemmeno una ricetta popolare che produca un piatto popolare che consenta di catalogare il sapore secondo canoni riconoscibili. In altre parole il sapore di un alimento e' un fatto culturale, e quindi non e' possibile decidere se il pollo alla fragola abbia un valore culinariamente positivo o negativo. Si tratta solo di fare tentativi e valutare la risposta del consumatore, ma il tentativo stesso snatura la tradizione gastronomica, fatta non solo di buone materie prime, ma anche di Storia. Penso che un pollo arrosto tradizionale, fumante con le patatine fritte sara' sempre piu' buono, perche' cosi' lo faceva mia madre e prima di lei sua madre a risalire fino alla preistoria. Oppure mi piace anche una ciotola di buone fragole fresche con zucchero e limone. Per quanto buono possa essere, lascerei il pollo alla fragola a McDonalds, dove il problema non e' fare del buon cibo, ma venderlo bene.
Aggiungerei inoltre che la varieta' gastronomica di una tradizione e' data dall'accostamento dei vari alimenti disponibili. Se eliminassimo dal mercato gli alimenti "minori", cioe' quelli che rendono meno dal punto di vista commerciale, dovremmo rinunciare alla possibilita' di realizzare la quasi totalita' delle ricette popolari. La varieta' della qualita' degli alimenti disponibili sul mercato da' la varieta' dei gusti in cui si misura una tradizione culinaria. Avere pochi ingredienti, anche se perfetti, nei negozi, significa perdere la varieta' in cucina.