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martedì 16 settembre 2008

Ibridi? No, grazie!


Ecco alcune delle nostre piantine di pomodoro in giardino
Quest'anno, in primavera, abbiamo piantato qualche ortaggio. Piu' che altro è mia moglie che si occupa della cura delle piantine, ma entrambi ci abbiamo messo entusiasmo e finalmente, dopo un ampio successo con le zucchine, in questo periodo cominciamo a raccogliere gli amati pomodori, forse un po' tardivi, con il clima montano che ci ritroviamo. Ne siamo particolarmente orgogliosi.
Il sapore è decisamente molto migliore della verdura acquistata, perche' i frutti giungono a maturazione ancora sulle piante. Se solo si potesse infilare un pomodoro nel doppino telefonico ve li farei assaggiare.

Ci abbiamo messo impegno, ed abbiamo visto i frutti generarsi a partire dai semi, seguendo tutte le fasi della crescita.
Ma non è solo per questo che mi piace l'idea. Mi pare che questo tipo di risultato dimostri che, almeno in parte, si puo' uscire dalla logica del consumo che ingrassa la nostra societa' a scapito dei paesi poveri.
L'autoproduzione della verdura riduce al minimo gli sprechi della commercializzazione, soprattutto a regime di sussistenza (che noi non abbiamo ancora cominciato a praticare), cioe' con la conservazione dei semi dell'anno precedente da piantare l'anno successivo.

L'esperienza di quest'anno ci ha intrigato al punto che abbiamo gia' cominciato a fare compere per le sementi dell'anno prossimo, e nella ricerca ho scoperto una cosa sconcertante.

Al supermercato tra i pomodori piu' gustosi ci sono i "Mini San Marzano". Abbiamo quindi cercato informazioni riguardo le sementi di questa varieta', e abbiamo scoperto che si tratta di ibridi.
Anche per altre sementi trovate nei vivai abbiamo notato sulle confezioni in bella mostra la dicitura "ibrido F1" stampata nell'angolo della busta.
Da ignorante ho cercato di dare un significato a questo termine, immaginando l'analogo nel mondo animale. Un ibrido è un individuo prodotto dell'incrocio di genitori di razze diverse. Ma in botanica?


Pomodori della varietà "Rouge d'Iraq"
Cercando su internet mi si è aperto un mondo totalmente sconosciuto.
Un ibrido (in particolare del pomodoro, ma il discorso vale anche per numerosissimi altri vegetali che costituiscono la base dell'alimentazione di interi continenti, come il mais) è una pianta generata da un seme ottenuto da un frutto prodotto da una particolare tecnica di impollinazione artificiale.

Il primo passo consiste nella replica in fecondazione autotrofa di piante, per sei-dieci generazioni. Poiche' i pomodori sono ermafroditi (cioe' ogni fiore contiene sia l'elemento maschile che quello femminile), è possibile che si autofecondino (fecondazione autotrofa).
Questo tipo di fecondazione ottiene delle piante figlie piu' deboli di quelle genitrici, poiche' (se ho capito bene) si replicano anche i geni recessivi. In genetica, tra due alternative, tende a vincere il gene dominante (piu' forte) il quale solitamente porta le caratteristiche migliori, ad esempio il vigore della pianta (un gene dominante portatore di una caratteristica perdente si sarebbe infatti estinto nella storia per selezione naturale). In una fecondazione autotrofa, invece, il patrimonio genetico dello stilo (parte femminile del fiore) è identico a quello del polline (parte maschile), e quindi anche i geni recessivi si replicano indisturbati.
Una volta ottenute piante si' deboli, ma pure, si incrociano con impollinazione artificiale degli stili di una linea genetica con il polline di un'altra (l'impollinazione artificiale e' necessaria per evitare che i fiori si autofecondino di nuovo). Questo meccanismo produce piante molto piu' vigorose e fruttifere delle antenate da cui si è partiti. I semi prodotti dai frutti di queste piante vengono etichettati come "Ibridi F1" (cioe' di prima generazione). Di conseguenza, acquistando sementi di varieta' "ibride F1" si ha una aspettativa di produzione migliore, il che, se è gia' stimolante per l'orto di famiglia, è fondamentale per gli agricoltori.


Pomodori della varietà "Cherokee purple"
Il problema degli ibridi cosi' ottenuti è che in genere i frutti che producono contengono semi con un patrimonio genetico piu' povero, e le generazioni successive tendono quindi ad indebolirsi progressivamente. Tanto da rendere sconveniente l'utilizzo dei semi dell'annata precedente per produrre le piantine dell'annata successiva.
La conseguenza di tutto questo è che gli agricoltori debbono acquistare tutti gli anni le sementi per le loro piantagioni. E chi ne trae profitto sono le societa' che producono sementi ibride.
Il loro gioco è quello di trovare varieta' commercialmente valide, spingerle sul mercato e creare domanda, cosi' che gli agricoltori siano costretti a riconvertirsi ad esse e quindi ad acquistare i semi anno dopo anno.
Poche multinazionali, dai nomi gia' sentiti nella produzione di organismi geneticamente modificati (Monsanto, Pioneer...) controllano anche il mercato di queste sementi, e quindi stanno progressivamente diventando proprietarie, in questo modo, dell'intero mercato agroalimentare, manipolando l'economia delle popolazioni agricole che fin'ora hanno campato di sussistenza.

Impossibile pensare che gli agricoltori si adeguino a produrre i propri semi mediante ibridazione, perche', oltre che richiedere esperienza particolare, questa tecnica necessita di un grande sforzo in manodopera. Piu' semplice, per loro, approvigionarsi presso queste multinazionali che risolvono brillantemente il problema sfruttando la forza lavoro a buon mercato dei paesi poveri.

Io sono piuttosto ignorante in materia, e fino a qualche giorno fa non sapevo nemmeno dell'esistenza di sementi ibride. Mi chiedo se esiste un movimento di opposizione a queste tecniche simile a quanto sta avvenendo per gli OGM. Mi chiedo se esiste una regolamentazione in Italia (dubito che esista in paesi come gli Stati Uniti dove non ne esiste una nemmeno per gli OGM) che imponga almeno l'etichettatura di sementi ottenute mediante queste tecniche.
Mi chiedo infine come sia possibile fare consumo critico quando si acquista verdura nella grande distribuzione: per quanto ne so nemmeno l'agricoltura biologica rifiuta questa tecnica.

Riferimenti:

I nostri pomodori, in queste foto, sono non-ibridi - spero...

venerdì 5 settembre 2008

Orca vacca, che escursione!


La Vacca, Maddie, Mr. Bentley ed io
(io sono quello con gli occhiali da sole!)
Nel parco dell'Adamello c'è un passo denominato "Passo della Vacca", perché proprio lì c'è una formazione rocciosa la cui forma ricorda decisamente un bovino.
Proprio vicino al passo c'è anche un laghetto artificiale che prende lo stesso nome, accanto al quale, oltre alla diga e agli impianti dell'Enel, c'è anche un edificio del soccorso alpino e il rifugio "Tita Secchi".

Una opzione per arrivare a quel luogo è quella di percorrere il sentiero contrassegnato dal segnavia 19 partendo dalla Malga Cadino (raggiungibile in auto). Abbiamo tentato questa escursione (della quale purtroppo non ho il tracciato GPS) a qualche giorno di distanza dall'escursione descritta nel post precedente. La defezione di Mr. Bentley, stremato, ha costretto anche Maddie e R. a fermarsi ad attendermi prima della salita finale.


Marmotta
Più interessante invece è stata l'alternativa che abbiamo seguito lo scorso weekend (documentata da queste foto e dal tracciato GPS). Si tratta di arrivare in auto al rifugio Bazena e di seguire i segnali per il sentiero n. 1 (ex n. 18, come indicato dalla carta Kompass). Questo percorso, un po' più lungo, ma più pianeggiante, era alla portata anche di Mr. Bentley che è riuscito ad arrivare sano e salvo, anche se stremato, alla meta (come testimonia la foto)
Dal rifugio Bazena si imbocca una comoda carreggiabile per qualche centinaio di metri, poi un bivio consente di deviare dalla strada principale e di proseguire lungo il sentiero naturalistico, vicinissimo alla carreggiabile, ma che si immerge nella boscaglia. Su questo tratto ci sono numerosi cartelli che identificano la flora che vi si può incontrare.

Cornone di Blumone (sulla sinistra)
parzialmente coperto dalle Creste di Laione
(dal passo di Val Fredda)
A circa un terzo del percorso la boscaglia si dirada sul costone roccioso a occidente del Monte Cadino ai bordi della Val Bona, dove forti e costanti fischi simili a canti di uccelli rivelano invece un gran numero di marmotte, che siamo riusciti a spiare con il binocolo.
Si supera quindi il passo di Val Fredda, dove c'è un bivio, e si prosegue sempre lungo il sentiero n. 1. Si comincia qui ad intravedere il Passo della Vacca, anche se la formazione rocciosa ancora risulta nascosta.
A poche decine di metri dal passo, dopo l'ultima curva, si riesce finalmente a distinguere la forma della vacca.
Dopo le foto di rito, proseguendo sul sentiero n. 1 la vista monotona di rocce si apre all'improvviso sull'incantevole laghetto, dove Mr. Bentley e Maddie si sono finalmente rinfrescati. Sulla destra, dopo la diga, si raggiunge finalmente la meta: il rifugio Tita Secchi.

Dopo una meritata pausa al rifugio (da non perdere la fetta di polenta con formaggio fuso!) abbiamo preso la via del ritorno sui nostri stessi passi.

Per raggiungere il rifugio Bazena, da Breno si segue le indicazioni per il Passo Crocedomini. Il rifugio e' sulla strada. Dopo il passo, invece, seguendo per Bagolino, si incontra la Malga Cadino (il punto iniziale dell'altro sentiero).

Lago di Vacca e rifugio Tita Secchi
  • Tempo di andata: 4:05
  • Tempo di ritorno 3:02
  • Distanza percorsa: 23.8km (andata e ritorno)
  • Dislivello: 550m (993m in salita, 443m in discesa)
  • Altitudine: da 1818m a 2368m
Traccia GPS dell'escursione.
A: rifugio Bazena, B: rifugio Tita Secchi, C: passo di Val Fredda, D: passo (e roccia) della Vacca, E: Malga Cadino

lunedì 25 agosto 2008

Senter de' Todeschi


Segnavia

Tratto in seggiovia
La vacanza (breve ma intensa) è terminata da oltre una settimana, ormai, ma solo oggi riesco a completare questo post, vuoi a causa della malinconia di fine vacanza, vuoi perché ho dedicato parecchio del tempo alla preparazione del javascript GoogleMap per l'inserimento in questo post ed in eventuali futuri delle tracce registrate con il GPS, ormai diventato compagno fedele delle nostre escursioni in montagna.
Il Senter de' Todeschi è così chiamato perché è stato tracciato dagli austriaci e dai tedeschi durante la prima guerra mondiale.

Parcheggiata l'auto a Pejo Terme, abbiamo preso gli impianti di risalita per raggiungere il rifugio Doss de' Cembri.
Il primo tratto di questi impianti è al sicuro in cabinovia.
Il secondo tratto invece, da paura per uno come me che soffre di vertigini, in seggiovia. Per quanto non esistano restrizioni nel trasporto di cani, questo tratto è praticabile con il migliore amico, solo se è di dimensioni tali da riuscire a tenerlo stretto in grembo.

Ponticello sul torrente Taviela
Ecco, diciamo che per me è stata una esperienza particolarmente "istruttiva", tra Mr. Bentley un po' agitato sulle ginocchia che comprensibilmente non si sentiva molto sicuro e il salto nel vuoto che, ne ero certo, si sarebbe verificato da un momento all'altro per eventi accidentali.
All'arrivo, incredibilmente incolumi, vicino al rifugio, il benvenuto ce l'ha dato un gregge di capre la cui espressione non particolarmente intelligente è stata presa come un affronto da Mr. Bentley, che ha tentato invano di scacciarle abbaiando.

Si comincia salendo su un'ampia mulattiera per qualche decina di metri, costeggiando il torrente, fino ad un guado, in prossimità di una chiusa. Il sentiero vero e proprio comincia al di là del guado.
Il percorso è pianeggiante, senza particolari difficoltà, ma è molto scenico perché a tratti si vede tutta la val di Pejo dal versante meridionale dei Crozzi Taviela.
Ad un certo punto si attraversa il torrente Taviela su di un ponticello un po' instabile costituito da funi di metallo su cui è sistemata una passerella di assi di legno. L'unico punto in cui bisogna fare un po' attenzione è un tratto che si supera poggiando i piedi su un tronco di legno affrancato ad una roccia inclinata, reggendosi con le mani su una corda metallica sistemata un po' sopra.
Poco dopo quel punto c'e' un bivio con un sentiero che consente di tornare a Pejo Terme a piedi. Noi abbiamo deciso di tornare sui nostri passi, fermandoci poi al ponticello per farci uno spuntino con pane, formaggio e frutta che ci eravamo portati nello zaino.

Il tratto che abbiamo percorso è solo una prima parte del sentiero, che prosegue a lungo, dopo il bivio. L'altitudine varia i 2300 e i 2500 metri e ci abbiamo impiegato circa cinque ore, tra l'andata e il ritorno. Carta Kompass n. 648.

Ecco la traccia GPS dell'escursione.
Il punto A indica il rifugio Doss di Cembri, B è il ponticello sul torrente. Da A a C è il tratto di seggiovia, da C a D quello in cabinovia.

giovedì 26 giugno 2008

GAS

Niente paura! Non si tratta di bombole di combustibile ne' di flatulenza, ma dell'infelice acronimo di "Gruppo di Acquisto Solidale".
Questa sigla identifica alcune associazioni più o meno spontanee, più o meno organizzate, di persone che, stanche della filosofia del consumo ad ogni costo, decidono di dare una impronta etica ai loro acquisti.
Da qualche tempo ho scoperto per caso questo tipo di realtà, ho cominciato ad informarmi, e ho trovato su Internet che esistono tantissimi GAS sparsi un po' per tutta Italia (questo e' il sito che li raccoglie tutti).

Campagna banane equosolidali
Non lontano da casa nostra ne ho trovati tre, ed ho deciso di visitarne il più vicino (la Comunità della Sporta), che sembra, tra questi, anche il meglio organizzato.

Il concetto è semplice: siccome gran parte del costo di un prodotto è dato dai passaggi di mano commerciali tra il produttore e il consumatore, eliminando semplicemente quei passaggi, il prodotto disperde di meno il suo valore. Il GAS cerca quindi di utilizzare quel valore risparmiato per rendere dignità etica all'acquisto di quel bene.
Le caratteristiche di questo tipo di commercio si possono ridurre sostanzialmente ai seguenti punti:
  • Il produttore viene retribuito il giusto. Il GAS non "strozza" il produttore come invece fa la grande distribuzione. Questo aspetto potrebbe non avere molto significato per alcuni produttori italiani, che possono scegliere il migliore offerente, ma sicuramente ne ha molto per quelli del terzo mondo, dove i lavoratori sono sfruttati, se non schiavizzati, e addirittura capita che siano bambini. I GAS garantiscono che i loro prodotti non derivino da queste pratiche.
  • Per i prodotti dove ciò abbia senso, si predilige il rifornimento presso produttori locali. Questa filosofia consente di abbattere i costi (economici ed ecologici) dovuti al trasporto delle merci. Oltre alla spesa, infatti, c'è da considerare l'inquinamento prodotto dai mezzi di trasporto. Certo per alcuni prodotti questo principio non è applicabile, ad esempio la frutta tropicale non può certo essere acquistata dal produttore italiano, ma per la maggior parte dei beni alimentari quel costo può essere eliminato.
  • La qualità dei prodotti agricoli e dei loro derivati è ottima e le produzioni sono ecologiche. I GAS infatti preferiscono i prodotti biologici, e d'altra parte i margini più larghi dei produttori consentono loro di adeguarsi a questo tipo di coltivazioni. La tracciabilità dei prodotti è facilitata dalla vicinanza geografica tra produttore e consumatore, nonché da esperienze dirette (si organizzano visite presso i produttori). Infine la riduzione dei tempi di consegna favorisce cicli biologici più corretti (la frutta maturata sull'albero è decisamente più buona di quella maturata sui banchi dei supermercati).
  • Nei GAS si tenta di ridurre l'utilizzo di imballaggi, con evidente diminuzione di sprechi e di materiali inquinanti dispersi nell'ambiente. Per la verità, per alcuni prodotti, questa riduzione non e' totale, almeno alla "Sporta", ma da questo punto di vista la situazione è drasticamente migliore della grande distribuzione. Ad esempio alcuni detersivi vengono venduti "alla spina", e si possono acquistare solo se ci si porta da casa un contenitore adeguato. C'è inoltre una accurata attenzione alla biodegradabilità dei prodotti venduti. Ad esempio i detersivi venduti alla "Sporta" sono biodegradabili al 100%.
  • I GAS tendono anche a ridurre al minimo gli sprechi di beni deperibili. Suppongo che ogni GAS adotti metodi diversi per realizzare questo. Alla "Sporta" i prodotti freschi vengono distribuiti a cicli di due settimane: durante una settimana si possono ritirare i prodotti prenotati due settimane prima. Spesso ci sono dei surplus di prodotti freschi che possono essere acquistati anche senza prenotazione, ma si tratta di una minima parte.
È possibile acquistare alla "Sporta" iscrivendosi all'associazione (costa 9€ all'anno o 3€ al quadrimestre). A chi e' iscritto viene fornito un nome utente ed una password che consente di effettuare acquisti online. Coloro che gestiscono il negozio lo fanno a titolo volontario e gratuito. Infatti al momento dell'iscrizione ci si impegna ad impiegare almeno venti ore l'anno per aiutare a gestire il servizio (ricevere i fornitori, accogliere i clienti, gestire il magazzino, il sito web, preparare le merci da consegnare...).
Un principio rassicurante, quindi, è anche che, a differenza dei tradizionali canali di commercializzazione, non è convenienza di nessuno favorire un prodotto piuttosto che un altro o promuovere la vendita di un prodotto inutile o eticamente scorretto, se non, al limite, dei produttori stessi, che però possono essere controllati direttamente dai consumatori.

Una cosa che, invero, trovo piuttosto "scomoda", nei GAS (quanto meno alla "Sporta") è la necessità di prenotazione anticipata per i prodotti deperibili. Difficile essere pronti a soddisfare una voglia improvvisa di fragole e panna se le fragole devono essere prenotate con otto-quindici giorni di anticipo! Ma suppongo che questo sia il prezzo da pagare per consentirci di evitare sprechi inutili.

Una ovvia critica a questo tipo di commercio sta nel fatto che, eliminando i passaggi di mano delle merci tra il produttore e il consumatore, si eliminano anche quei posti di lavoro che proprio da quei passaggi di mano traggono profitto. Se acquisto delle pesche al GAS che si rifornisce dal produttore sotto casa anziché al supermercato che le acquista in Spagna, è evidente che tali pesche non devono essere trasportate, con ovvio danno all'autotrasportatore.
Questo è vero. Il prezzo che viene pagato per l'acquisto del prodotto va quasi interamente al produttore e a chi è coinvolto nei cicli di produzione, e tale valore viene redistribuito quindi di meno tra la popolazione.
Ma questo è un ulteriore motivo per cui la filosofia del GAS mi piace. Disperdere inutilmente il valore di un bene è tipico del consumismo. Chiaramente il GAS fa circolare meno ricchezza di quanto faccia la distribuzione tradizionale, ed è assurdo pensare di accollare questo problema solamente a chi, ad oggi, ha la sfortuna di essere impiegato in una delle mansioni che possono essere ridotte. Ma e' anche vero che la ricchezza che viene impiegata per finanziare quelle mansioni e' quella che non produce aclun bene (o servizio) utile.
In altre parole, l'acquisto di un prodotto inutile fornisce alla società esattamente la ricchezza sufficiente a finanziare la produzione di quel bene (o servizio) inutile. Per reggersi, il consumismo, ci impone di lavorare per acquisire una ricchezza che ci serve per acquistare ciò che qualcun altro produce. E quindi, per far funzionare il sistema, dobbiamo adeguarci ad acquistarlo, anche se non ne abbiamo bisogno.

Lavoriamo di meno. Saremo più poveri e non avremo abbastanza soldi per comprare cose inutili. Questo può piacere oppure no, ma senz'altro risparmia risorse a livello globale, e di conseguenza inquina di meno e, se applicato diffusamente, riduce il divario tra ricchi e poveri, poiché consente a tutti di acquistare ciò di cui si ha necessità.

Insomma, il GAS mi piace perché, se applicato su larga scala, rivoluziona il sistema in favore di una economia più giusta, sostenibile, equa, ecologica.

Sarebbe bello riuscire a sostituire progressivamente l'economia consumista con quella del GAS. Ma per fare questo i prezzi devono rimanere competitivi con la grande distribuzione, poiché il consumatore (a volte comprensibilmente, altre volte meno) alla fine deve fare i conti con il proprio portafoglio.
Per quanto riguarda la mia esperienza, ad oggi, i prodotti alla "Sporta" hanno più o meno gli stessi prezzi della grande distribuzione, ma hanno un valore maggiore dato non solo dal punto di vista della qualità (si tratta di prodotti biologici), ma anche da quello etico.

Ecco la nostra prima spesa-esperimento al GAS:
  • 530g di banane equosolidali AltroMercato - senza imballaggio (2.56€ al kg).
  • Una pagnotta da 1kg di pane pugliese artigianale biologico a lievitazione naturale con farina 0 e semola di grano duro - senza imballaggio (3.10€ al kg).
  • un pacco con 51 fette biscottate biologiche Il Fior di Loto - imballate in un foglio di plastica con etichetta di carta (3.35€ al pacco da 450g).
  • 2 bottiglie di olio di riso "delicato e naturale" da agricoltura biologica Zibra - in bottiglia di vetro, con etichetta di carta e tappo in metallo (2.40€ alla bottiglia da 0.5l - 30% di sconto, perché si avvicina alla data di scadenza).
  • un pacco di pasta di riso biologico Probio - imballo di plastica stampata (2.85€ al pacco da 500g).
Totale: 13.85€.

Poiché era la prima spesa, effettuata nel momento dell'iscrizione, non è stato possibile prenotare con le due fatidiche settimane di anticipo, ed infatti i beni acquistati sono a lunga conservazione o secchi, a parte il pane e le banane che costituivano un eccesso di fornitura rispetto le prenotazioni.
Stiamo ora attendendo di ritirare la prossima spesa, prenotata online lo scorso weekend. Vi saprò dire.

venerdì 23 maggio 2008

Io sono per il risparmio

Questo post prende spunto da una discussione nata sul blog di Maurice, riguardo all'utilizzo, per bere, dell'acqua venduta nella grande distribuzione, tipicamente nelle bottiglie di plastica o vetro piuttosto che l'"acqua del sindaco" (cioè quella proveniente dall'acquedotto), che viene dichiarata potabile, e spesso più pura di quella in bottiglia.

Noi, in casa, facciamo uso di acqua nelle bottiglie di vetro con vuoto a rendere. Il tentativo è di limitare all'osso lo spreco di plastica, combattendo non solo la dispersione di questo materiale inquinante, ma anche il danno ambientale, di entità minore ma pur sempre non irrilevante, proveniente dai processi di riciclo.
Ma anche le bottiglie di vetro con vuoto a rendere causano inquinamento inutile, perché questo sistema comporta alcuni sprechi, ad esempio il detergente per lavare la bottiglia, il tappo di plastica per chiuderla (notare che la quantità di materiale contenuto in un tappo è maggiore di quella nella bottiglia di plastica), l'etichetta di carta e la colla per appiccicargliela sopra, l'energia elettrica per le macchine imbottigliatrici, il carburante per il trasporto alla grande distribuzione, il carburante per il trasporto a casa, e poi tutto il tragitto all'indietro del vuoto, fino a tornare a chiudere il ciclo.
Però, l'"acqua del sindaco" del nostro comune, anche ammesso che sia batteriologicamente pura, fa decisamente schifo. Sa di cloro ed è molto calcarea. Per quest'ultimo problema ci sono efficaci filtri in commercio, ma contro il cloro non esiste alcuna soluzione semplice, che io sappia.

In quella discussione, Maurice stesso scrive:
Credo che sia necessario anche mettersi d’accordo sullo sviluppo sostenibile, come sostengono alcuni ecologisti fra i quali vorrei collocarmi.
Una semplice bottiglietta d’acqua inquina il pianeta, ma dà anche lavoro (e quindi produce ricchezza) a chi deve produrre la bottiglia ed il tappo, a chi la imbottiglia, a chi la trasporta, eccetera.
Leggiamo spesso cifre precisissime sull’inquinamento - ricordo a memoria che una bistecca inquina quanto un’auto che corre per 50 km - ma non ho mai letto quanto valore produce la bistecca in termini di lavoro e di ricchezza.
Credo che si possa vivere con agiatezza rispettando la natura e l’ambiente, senza con questo ritornare alle società primitive. Ammesso che esse rispettassero l’ambiente, come non hanno fatto i pellerossa distruggendo le foreste delle grandi praterie per permettere la sopravvivenza delle mandrie di bisonti e di loro stessi.
Io penso che sia un errore giustificare il consumismo con la scusa che si tratti di un sistema che consente una redistribuzione equa della ricchezza. Tanto per cominciare perché non appare affatto equa.
Ma soprattutto, la falla del capitalismo consumista è proprio intrinseca nel meccanismo secondo cui la quantità di beni (e servizi) commercializzati deve sempre crescere, e quindi anche l'inutile deve essere comunque venduto (e comprato).
Da un lato è vero che la commercializzazione di una bottiglietta di acqua fornisce ricchezza a chi fa parte della sua catena di produzione/distribuzione. Ma prendiamo ad esempio l'autotrasportatore che la trasporta sul suo camion, che chiameremo Mario. A conti fatti, quant'è la ricchezza che Mario ricava dal trasporto di una bottiglietta? Sicuramente meno del costo al dettaglio di quella bottiglietta. A Mario, indefesso lavoratore, verrà pure sete, prima o poi, no? E come si disseterà? Berrà dal rubinetto l'"acqua del sindaco"? No! Applicando diligentemente la logica del consumismo andrà al supermercato a comprare una bottiglietta d'acqua simile a quelle che ha trasportato (spendendo di più di quanto ha guadagnato per ognuna di esse).
Ora, è pur vero che il nostro Mario di bottigliette non ne trasporta una sola, ma un camion intero, e non verrò certo a raccontare che la fatica necessaria per quel trasporto gli procura una sete tale da scolarsi l'intero carico. Ma è anche vero che Mario avrà esigenza di acquistare anche altri prodotti, i quali tendenzialmente avranno subito analoghi passaggi commerciali. Se Mario acquista una mela perché ha fame, vuol dire che c'è un altro autotrasportatore che ha trasportato le mele. E quest'altro autotrasportatore avrà magari necessità di dissetarsi con l'acqua di Mario, oltre che sfamarsi con le proprie mele.
Insomma, applicando questo meccanismo a tutto il sistema chiuso, la società consumerà esattamente l'intera quantità dei prodotti che vengono commercializzati, spendendo esattamente la quantità data dalla somma del denaro che ogni singolo individuo ha guadagnato come frutto del proprio lavoro. In questo sistema, quindi, non è stata creata alcuna ricchezza. Al più è stata redistribuita in quantità minori o maggiori a seconda di quanto abbia lavorato ciascun individuo. Siccome la quantità di ricchezza nel sistema chiuso non è infinita, se la ricchezza è proporzionale al lavoro, quando un individuo lavora di più, gli altri individui sono costretti a lavorare di meno. E questo meccanismo genera disparità sociale, cioè l'esatto opposto di ciò che il sistema si ripropone.

Si potrebbe obiettare che invece di spendere l'intera quantità di soldi guadagnati, sarebbe più prudente risparmiarne un po'. Cioè, che Mario decida di non acquistare la mela, se non ha troppa fame, ma di metterne da parte i soldi. Così facendo, però, quella mela rimarrebbe invenduta, e la ricchezza destinata a chi ha lavorato per produrla non sarebbe disponibile. In buona sostanza se aumentassero i risparmi, nel nostro sistema chiuso diminuirebbero i consumi di pari passo, e quindi diminuirebbero anche i soldi da redistribuire.
In altre parole, nel nostro sistema chiuso, se si evitasse di comprare il superfluo, è vero che si avrebbe una riduzione di ricchezza circolante, ma è anche vero che tale riduzione sarebbe esattamente equivalente al valore del bene superfluo invenduto.
Per tornare al nostro esempio, se tutti noi utilizzassimo l'"acqua del sindaco" è vero che, come dice Maurice, diminuirebbe la ricchezza che si sarebbe distribuita nella catena commerciale dell'acqua in bottiglia, ma è anche vero che globalmente quella ricchezza perduta equivarrebbe esattamente al risparmio che avremmo per non aver acquistato l'acqua in bottiglia stessa.
E allora, dov'è il vantaggio sociale nell'acquisto dell'acqua in bottiglia?

Una considerazione è necessaria sul fatto che, in questa analisi, ho considerato un "sistema chiuso", il che, apparentemente, non si applica perfettamente alla realtà. Nel mondo capitalista occidentale (e anche nella quasi totalità del resto del mondo), i sistemi economici non sono chiusi, nel senso che si basano sostanzialmente sull'esportazione (e sull'importazione).
L'affermazione che lavorando di più si guadagna di più a scapito di altri che, lavorando di meno guadagnano di meno, in un contesto di sistema non chiuso è falsa, poiché l'eventuale eccedenza di prodotto non andrebbe perduta ma esportata. Ma questo assunto presuppone che vi sia altrove un altro sistema non chiuso (un Paese importatore) che acquista l'eccedenza.
Questo però comporterebbe che il Paese importatore non ha necessità di prodrre il bene importato, e quindi non ha la possibilità di impiegare lavoratori in quel ciclo produttivo, e di produrne la relativa ricchezza necessaria per acquistare quel prodotto. E questo mi pare un aspetto poco etico del sistema, visto che comporta l'aumento del debito pubblico, e quindi della dipendenza politica, del Paese importatore, aumentando il divario sociale tra Paesi ricchi e Paesi poveri.
Considerando invece l'economia globale del mondo, che è per forza un sistema chiuso, visto che non è possibile esportare al di fuori del pianeta (e pare che non lo sarà ancora per molto tempo), nessuna ricchezza può essere creata, se per ricchezza si intende la capacità di acquisto. La ricchezza è pari alla somma di tutti i beni prodotti globalmente, e quindi è chiaro che quella derivante dalla produzione di un bene inutile è essa stessa inutile perché consente solo l'acquisto di un bene inutile.

La vera ricchezza dovrebbe essere calcolata non in base al potere d'acquisto, ma in base al possesso di beni utili per migliorare la propria vita. Ad esempio, l'invenzione, la produzione e la distribuzione dei telefonini cellulari non ha affatto creato ricchezza nel senso di capacità di acquisto degli individui. Semplificando, la ricchezza data dai salari dei lavoratori che hanno contribuito nell'invenzione/produzione/distribuzione dei telefonini è pari alla ricchezza sborsata dai consumatori di quel prodotto... alla fine, cioè, le persone che lavorano, percepiscono un salario che poi serve loro per acquistare i beni che producono. La vera ricchezza fornita dal progresso invece è la possibilità di usufruire di quei beni utili. Se non ci fossero stati i telefonini noi non avremmo potuto mandarci tutti quegli SMS per comunicarci quei messaggi romantici tipo "TVTTTTTB".

Ammettendo che l'acqua in bottiglia ha la stessa qualità dell'"acqua del sindaco" (cosa palesemente falsa nel caso del mio comune), l'acquisto dell'acqua in bottiglia è assolutamente inutile dal punto di vista economico e solamente un danno da quello ecologico.

Io però non sono un economista. Dove stà l'errore del mio ragionamento?