giovedì 26 giugno 2008

GAS

Niente paura! Non si tratta di bombole di combustibile ne' di flatulenza, ma dell'infelice acronimo di "Gruppo di Acquisto Solidale".
Questa sigla identifica alcune associazioni più o meno spontanee, più o meno organizzate, di persone che, stanche della filosofia del consumo ad ogni costo, decidono di dare una impronta etica ai loro acquisti.
Da qualche tempo ho scoperto per caso questo tipo di realtà, ho cominciato ad informarmi, e ho trovato su Internet che esistono tantissimi GAS sparsi un po' per tutta Italia (questo e' il sito che li raccoglie tutti).

Campagna banane equosolidali
Non lontano da casa nostra ne ho trovati tre, ed ho deciso di visitarne il più vicino (la Comunità della Sporta), che sembra, tra questi, anche il meglio organizzato.

Il concetto è semplice: siccome gran parte del costo di un prodotto è dato dai passaggi di mano commerciali tra il produttore e il consumatore, eliminando semplicemente quei passaggi, il prodotto disperde di meno il suo valore. Il GAS cerca quindi di utilizzare quel valore risparmiato per rendere dignità etica all'acquisto di quel bene.
Le caratteristiche di questo tipo di commercio si possono ridurre sostanzialmente ai seguenti punti:
  • Il produttore viene retribuito il giusto. Il GAS non "strozza" il produttore come invece fa la grande distribuzione. Questo aspetto potrebbe non avere molto significato per alcuni produttori italiani, che possono scegliere il migliore offerente, ma sicuramente ne ha molto per quelli del terzo mondo, dove i lavoratori sono sfruttati, se non schiavizzati, e addirittura capita che siano bambini. I GAS garantiscono che i loro prodotti non derivino da queste pratiche.
  • Per i prodotti dove ciò abbia senso, si predilige il rifornimento presso produttori locali. Questa filosofia consente di abbattere i costi (economici ed ecologici) dovuti al trasporto delle merci. Oltre alla spesa, infatti, c'è da considerare l'inquinamento prodotto dai mezzi di trasporto. Certo per alcuni prodotti questo principio non è applicabile, ad esempio la frutta tropicale non può certo essere acquistata dal produttore italiano, ma per la maggior parte dei beni alimentari quel costo può essere eliminato.
  • La qualità dei prodotti agricoli e dei loro derivati è ottima e le produzioni sono ecologiche. I GAS infatti preferiscono i prodotti biologici, e d'altra parte i margini più larghi dei produttori consentono loro di adeguarsi a questo tipo di coltivazioni. La tracciabilità dei prodotti è facilitata dalla vicinanza geografica tra produttore e consumatore, nonché da esperienze dirette (si organizzano visite presso i produttori). Infine la riduzione dei tempi di consegna favorisce cicli biologici più corretti (la frutta maturata sull'albero è decisamente più buona di quella maturata sui banchi dei supermercati).
  • Nei GAS si tenta di ridurre l'utilizzo di imballaggi, con evidente diminuzione di sprechi e di materiali inquinanti dispersi nell'ambiente. Per la verità, per alcuni prodotti, questa riduzione non e' totale, almeno alla "Sporta", ma da questo punto di vista la situazione è drasticamente migliore della grande distribuzione. Ad esempio alcuni detersivi vengono venduti "alla spina", e si possono acquistare solo se ci si porta da casa un contenitore adeguato. C'è inoltre una accurata attenzione alla biodegradabilità dei prodotti venduti. Ad esempio i detersivi venduti alla "Sporta" sono biodegradabili al 100%.
  • I GAS tendono anche a ridurre al minimo gli sprechi di beni deperibili. Suppongo che ogni GAS adotti metodi diversi per realizzare questo. Alla "Sporta" i prodotti freschi vengono distribuiti a cicli di due settimane: durante una settimana si possono ritirare i prodotti prenotati due settimane prima. Spesso ci sono dei surplus di prodotti freschi che possono essere acquistati anche senza prenotazione, ma si tratta di una minima parte.
È possibile acquistare alla "Sporta" iscrivendosi all'associazione (costa 9€ all'anno o 3€ al quadrimestre). A chi e' iscritto viene fornito un nome utente ed una password che consente di effettuare acquisti online. Coloro che gestiscono il negozio lo fanno a titolo volontario e gratuito. Infatti al momento dell'iscrizione ci si impegna ad impiegare almeno venti ore l'anno per aiutare a gestire il servizio (ricevere i fornitori, accogliere i clienti, gestire il magazzino, il sito web, preparare le merci da consegnare...).
Un principio rassicurante, quindi, è anche che, a differenza dei tradizionali canali di commercializzazione, non è convenienza di nessuno favorire un prodotto piuttosto che un altro o promuovere la vendita di un prodotto inutile o eticamente scorretto, se non, al limite, dei produttori stessi, che però possono essere controllati direttamente dai consumatori.

Una cosa che, invero, trovo piuttosto "scomoda", nei GAS (quanto meno alla "Sporta") è la necessità di prenotazione anticipata per i prodotti deperibili. Difficile essere pronti a soddisfare una voglia improvvisa di fragole e panna se le fragole devono essere prenotate con otto-quindici giorni di anticipo! Ma suppongo che questo sia il prezzo da pagare per consentirci di evitare sprechi inutili.

Una ovvia critica a questo tipo di commercio sta nel fatto che, eliminando i passaggi di mano delle merci tra il produttore e il consumatore, si eliminano anche quei posti di lavoro che proprio da quei passaggi di mano traggono profitto. Se acquisto delle pesche al GAS che si rifornisce dal produttore sotto casa anziché al supermercato che le acquista in Spagna, è evidente che tali pesche non devono essere trasportate, con ovvio danno all'autotrasportatore.
Questo è vero. Il prezzo che viene pagato per l'acquisto del prodotto va quasi interamente al produttore e a chi è coinvolto nei cicli di produzione, e tale valore viene redistribuito quindi di meno tra la popolazione.
Ma questo è un ulteriore motivo per cui la filosofia del GAS mi piace. Disperdere inutilmente il valore di un bene è tipico del consumismo. Chiaramente il GAS fa circolare meno ricchezza di quanto faccia la distribuzione tradizionale, ed è assurdo pensare di accollare questo problema solamente a chi, ad oggi, ha la sfortuna di essere impiegato in una delle mansioni che possono essere ridotte. Ma e' anche vero che la ricchezza che viene impiegata per finanziare quelle mansioni e' quella che non produce aclun bene (o servizio) utile.
In altre parole, l'acquisto di un prodotto inutile fornisce alla società esattamente la ricchezza sufficiente a finanziare la produzione di quel bene (o servizio) inutile. Per reggersi, il consumismo, ci impone di lavorare per acquisire una ricchezza che ci serve per acquistare ciò che qualcun altro produce. E quindi, per far funzionare il sistema, dobbiamo adeguarci ad acquistarlo, anche se non ne abbiamo bisogno.

Lavoriamo di meno. Saremo più poveri e non avremo abbastanza soldi per comprare cose inutili. Questo può piacere oppure no, ma senz'altro risparmia risorse a livello globale, e di conseguenza inquina di meno e, se applicato diffusamente, riduce il divario tra ricchi e poveri, poiché consente a tutti di acquistare ciò di cui si ha necessità.

Insomma, il GAS mi piace perché, se applicato su larga scala, rivoluziona il sistema in favore di una economia più giusta, sostenibile, equa, ecologica.

Sarebbe bello riuscire a sostituire progressivamente l'economia consumista con quella del GAS. Ma per fare questo i prezzi devono rimanere competitivi con la grande distribuzione, poiché il consumatore (a volte comprensibilmente, altre volte meno) alla fine deve fare i conti con il proprio portafoglio.
Per quanto riguarda la mia esperienza, ad oggi, i prodotti alla "Sporta" hanno più o meno gli stessi prezzi della grande distribuzione, ma hanno un valore maggiore dato non solo dal punto di vista della qualità (si tratta di prodotti biologici), ma anche da quello etico.

Ecco la nostra prima spesa-esperimento al GAS:
  • 530g di banane equosolidali AltroMercato - senza imballaggio (2.56€ al kg).
  • Una pagnotta da 1kg di pane pugliese artigianale biologico a lievitazione naturale con farina 0 e semola di grano duro - senza imballaggio (3.10€ al kg).
  • un pacco con 51 fette biscottate biologiche Il Fior di Loto - imballate in un foglio di plastica con etichetta di carta (3.35€ al pacco da 450g).
  • 2 bottiglie di olio di riso "delicato e naturale" da agricoltura biologica Zibra - in bottiglia di vetro, con etichetta di carta e tappo in metallo (2.40€ alla bottiglia da 0.5l - 30% di sconto, perché si avvicina alla data di scadenza).
  • un pacco di pasta di riso biologico Probio - imballo di plastica stampata (2.85€ al pacco da 500g).
Totale: 13.85€.

Poiché era la prima spesa, effettuata nel momento dell'iscrizione, non è stato possibile prenotare con le due fatidiche settimane di anticipo, ed infatti i beni acquistati sono a lunga conservazione o secchi, a parte il pane e le banane che costituivano un eccesso di fornitura rispetto le prenotazioni.
Stiamo ora attendendo di ritirare la prossima spesa, prenotata online lo scorso weekend. Vi saprò dire.

giovedì 12 giugno 2008

Osteria Burligo

Dei vari ristoranti scelti dalla guida della SlowFood, raramente ci capita di visitarne una seconda volta.
Da un lato ci piace infatti sperimentare locali diversi proprio per assaggiare diverse cucine, dall'altro lato spesso capita di scegliere locali molto distanti da casa, vuoi perché rimaniamo talmente attratti dalla descrizione da decidere di fare anche parecchi chilometri, vuoi perché ci capita più spesso di andare al ristorante quando siamo in viaggio.

Una eccezione è l'Osteria Burligo. Si trova abbastanza vicino a casa, ma non è certo questa l'unica ragione per cui è già la terza volta che ci andiamo.
Burligo, frazione di Palazzago, è piuttosto vicino a Bergamo, ma abbastanza fuori dalle strade principali: impossibile passarci per caso. Se uno arriva fino a qui è proprio perché ci vuole proprio venire.
L'ambiente è molto spartano. C'è un locale d'ingresso dove si trova il bar, e la sala, dove ci sono una decina di tavoli. In più nella bella stagione si può anche stare sul terrazzo. Dà sulla strada, ma è piacevole perché la strada non è molto frequentata, e c'è una bella vista sul pendio della montagna di fronte.
Stavolta abbiamo cenato nella sala.
Norma sta più che altro ai fornelli, mentre si è accolti da Felice, ottimo ospite, oltre che grande esperto di vini.

Synthesi
Aglianico del Vulture
di Paternoster
La cucina è estremamente semplice, e l'eleganza dei sapori è data soprattutto dalla qualità delle materie prime e dai magistrali abbinamenti. A proposito di semplicita', in una nostra precedente visita mi aveva colpito ad esempio l'insalata di cavolfiori e broccoletti, cotti al vapore e disposti a corona sul piatto, sopra ai quali era stata messa una salsa di olio d'oliva ed acciughe. Minimalista, ma grandioso.
Questa volta abbiamo preso un solo antipasto costituito da peperoni al vapore divisi in quarti e tolta la buccia con una salsa di capperi e tonno, molto gustoso.
Come primo abbiamo preso dei tagliolini d'ortica con pancetta e ricotta di pecora, ottimi, molto delicati, e delle lasagnette con pasta di salame (purtroppo avevano terminato le lasagnette ed avevano sostituito con altri tagliolini d'ortica), un sapore più deciso dato dal ragù di salame.
Ci siamo quindi divisi il secondo piatto: lingua bollita con verdure in agrodolce, buonissimo anche quello.
La cantina è molto ben fornita. Noi abbiamo scelto un Aglianico del Vulture "Synthesi" di Paternoster che ben si adattava al menù.
Un dolce (fragole e gelato) e un caffè completavano la cena.
58 euro.

Osteria Burligo
Via Burligo 12,
Burligo, Palazzago (BG)

giovedì 29 maggio 2008

Formiche operose

Sono particolarmente orgoglioso, in qualità di agricoltore fai-da-te, della pianta di pesco (varietà Poppa di Venere, di polpa bianca) che abbiamo piantato l'anno scorso in giardino. Già l'estate scorsa ci ha regalato ben undici frutti, magnifici, di un sapore che mi ha subito riportato all'infanzia (chissà perché quelle che si comprano non sanno più di niente!). Insomma, avete presente quelle pesche che le addenti e tutto il succo ti si sbrodola sul mento, e ti devi sporgere in avanti per non macchiarti la maglia?
Quest'anno la fioritura è stata davvero generosa, e grazie ad una primavera precoce in marzo una splendida macchia rosa ha abbellito il giradino. I fiori apparivano molto più "convinti" di quelli dell'anno scorso, probabilmente grazie alla maturazione della pianta. Poi però, bizzarrie meteorologiche, è tornato il freddo, addirittura è nevicato a fine marzo, e temevo che non ci fosse stato abbastanza tempo perché gli insetti impollinatori facessero il loro dovere. Quando è arrivato di nuovo un tempo decente, infatti, ormai i fiori avevano cominciato ad appassire, ed è stata invece una piacevole sorpresa constatare, qualche settimana dopo, che dove erano caduti gli eroici fiori si sono generati una gran quantità di piccoli frutti, promessa per un raccolto abbondante.

Particolare della pianta di pesco in diverse fasi di maturazione. Da sinistra a destra: il bocciolo all'8 marzo; al 15 marzo; il fiore comincia a schiudersi (20 marzo); dopo la nevicata del 23 marzo; di nuovo il sole (30 marzo); qualche tempo dopo l'appassimento dei fiori cominciano a svilupparsi i frutti (4 maggio); l'ultima foto è di ieri (28 maggio).
Chissà se però quei frutti riusciranno ad arrivare fino alla maturazione. Il pesco si è infatti pian piano infestato di afidi, che si stanno mangiando tutte le foglie. Ho chiesto aiuto al mio agronomo di fiducia, che volentieri pubblicizzo, il quale mi ha consigliato di spruzzare del sapone di marsiglia disciolto in acqua, che è innocuo per l'uomo, per il pesco e per l'ambiente in generale, tanto da essere approvato come rimedio in agricoltura biologica, ma micidiale per gli afidi. L'inconveniente è che non li tiene affatto lontani. Muoiono ma poi subito ne arrivano di nuovi, e quindi bisogna continuare a spruzzare il sapone.

Foglia del pesco danneggiata dall'attacco degli afidi
Il problema è che le foglie infestate da afidi prima si piegano in due, poi si accartocciano finché alla fine muoiono e quindi non producono più il nutrimento necessario alla pianta, proprio ora che ce n'è più bisogno per nutrirne i frutti.

Ma c'è una storia, che mi ha raccontato l'agronomo di cui sopra (laureato con una tesi in entomologia), dietro l'infestazione degli afidi, davvero sorprendente.
Si tratta di una storia di simbiosi tra insetti di speci diverse. Le formiche sembrano particolarmente ghiotte di una sostanza vischiosa secreta dagli afidi, chiaramente visibile sulle foglie infestate. Gli afidi a loro volta prediligono le foglie di alcune piante, tra cui il pesco. Le formiche quindi si caricano in groppa le larve di afidi e le vanno a depositare sulle foglie del pesco, dopodiché due o tre formiche rimangono costantemente su ognuna di quelle foglie a presidiare l'"allevamento" e a difenderlo dai predatori. Questo atteggiamento di difesa è facilmente osservabile avvicinando un pezzetto di legno alle foglie infestate. Le formiche nelle vicinanze si raggruppano e, con espressione truce in volto (ma questo particolare è forse solo frutto di suggestione!?!), eroicamente attaccano l'intruso con le loro micidiali tenaglie.
Insomma, il comportamento delle formiche con gli afidi è in qualche modo simile a quello degli umani coi bovini, e a guardare le condizioni disastrate del mio povero pesco non posso che chiedermi se l'analogia con l'uomo non sia altrettanto devastante... Ma non perdiamoci in ragionamenti filosofici e non lasciamoci intenerire dall'ingegno dimostrato delle maledette formiche: non dimentichiamoci che mi stanno compromettendo il piacere di sbafarmi quella delizia! Nessuna pietà quindi contro quei dannati afidi e le loro protettrici. La guerre est la guerre!

La devastante quantità di parassiti che in questo periodo attanagliano il nostro bel pesco mi fa pensare che quest'anno il sapone non sarà sufficiente, come invece fu l'anno scorso, e sto già studiando una strategia di offensiva per il prossimo anno:
le coccinelle!!!
Pare che le coccinelle siano terribili predatori di afidi, e ho scoperto con una ricerca su internet che ci sono alcuni negozi online che ne vendono le larve, ad esempio qui.
Il fatto che da noi questi insetti in pigiama siano un po' rari mi fa pensare che forse il clima non sia adatto per un simile allevamento. Sul sito linkato dicono infatti che le larve si sviluppano in individui adulti a temperature di 20-25 gradi da marzo a maggio. In quel periodo da queste parti è di solito più freddo. Ci riuscirò? Qualcuno di voi ci ha mai provato?

E voi, di che colore è il vostro pollice?

venerdì 23 maggio 2008

Io sono per il risparmio

Questo post prende spunto da una discussione nata sul blog di Maurice, riguardo all'utilizzo, per bere, dell'acqua venduta nella grande distribuzione, tipicamente nelle bottiglie di plastica o vetro piuttosto che l'"acqua del sindaco" (cioè quella proveniente dall'acquedotto), che viene dichiarata potabile, e spesso più pura di quella in bottiglia.

Noi, in casa, facciamo uso di acqua nelle bottiglie di vetro con vuoto a rendere. Il tentativo è di limitare all'osso lo spreco di plastica, combattendo non solo la dispersione di questo materiale inquinante, ma anche il danno ambientale, di entità minore ma pur sempre non irrilevante, proveniente dai processi di riciclo.
Ma anche le bottiglie di vetro con vuoto a rendere causano inquinamento inutile, perché questo sistema comporta alcuni sprechi, ad esempio il detergente per lavare la bottiglia, il tappo di plastica per chiuderla (notare che la quantità di materiale contenuto in un tappo è maggiore di quella nella bottiglia di plastica), l'etichetta di carta e la colla per appiccicargliela sopra, l'energia elettrica per le macchine imbottigliatrici, il carburante per il trasporto alla grande distribuzione, il carburante per il trasporto a casa, e poi tutto il tragitto all'indietro del vuoto, fino a tornare a chiudere il ciclo.
Però, l'"acqua del sindaco" del nostro comune, anche ammesso che sia batteriologicamente pura, fa decisamente schifo. Sa di cloro ed è molto calcarea. Per quest'ultimo problema ci sono efficaci filtri in commercio, ma contro il cloro non esiste alcuna soluzione semplice, che io sappia.

In quella discussione, Maurice stesso scrive:
Credo che sia necessario anche mettersi d’accordo sullo sviluppo sostenibile, come sostengono alcuni ecologisti fra i quali vorrei collocarmi.
Una semplice bottiglietta d’acqua inquina il pianeta, ma dà anche lavoro (e quindi produce ricchezza) a chi deve produrre la bottiglia ed il tappo, a chi la imbottiglia, a chi la trasporta, eccetera.
Leggiamo spesso cifre precisissime sull’inquinamento - ricordo a memoria che una bistecca inquina quanto un’auto che corre per 50 km - ma non ho mai letto quanto valore produce la bistecca in termini di lavoro e di ricchezza.
Credo che si possa vivere con agiatezza rispettando la natura e l’ambiente, senza con questo ritornare alle società primitive. Ammesso che esse rispettassero l’ambiente, come non hanno fatto i pellerossa distruggendo le foreste delle grandi praterie per permettere la sopravvivenza delle mandrie di bisonti e di loro stessi.
Io penso che sia un errore giustificare il consumismo con la scusa che si tratti di un sistema che consente una redistribuzione equa della ricchezza. Tanto per cominciare perché non appare affatto equa.
Ma soprattutto, la falla del capitalismo consumista è proprio intrinseca nel meccanismo secondo cui la quantità di beni (e servizi) commercializzati deve sempre crescere, e quindi anche l'inutile deve essere comunque venduto (e comprato).
Da un lato è vero che la commercializzazione di una bottiglietta di acqua fornisce ricchezza a chi fa parte della sua catena di produzione/distribuzione. Ma prendiamo ad esempio l'autotrasportatore che la trasporta sul suo camion, che chiameremo Mario. A conti fatti, quant'è la ricchezza che Mario ricava dal trasporto di una bottiglietta? Sicuramente meno del costo al dettaglio di quella bottiglietta. A Mario, indefesso lavoratore, verrà pure sete, prima o poi, no? E come si disseterà? Berrà dal rubinetto l'"acqua del sindaco"? No! Applicando diligentemente la logica del consumismo andrà al supermercato a comprare una bottiglietta d'acqua simile a quelle che ha trasportato (spendendo di più di quanto ha guadagnato per ognuna di esse).
Ora, è pur vero che il nostro Mario di bottigliette non ne trasporta una sola, ma un camion intero, e non verrò certo a raccontare che la fatica necessaria per quel trasporto gli procura una sete tale da scolarsi l'intero carico. Ma è anche vero che Mario avrà esigenza di acquistare anche altri prodotti, i quali tendenzialmente avranno subito analoghi passaggi commerciali. Se Mario acquista una mela perché ha fame, vuol dire che c'è un altro autotrasportatore che ha trasportato le mele. E quest'altro autotrasportatore avrà magari necessità di dissetarsi con l'acqua di Mario, oltre che sfamarsi con le proprie mele.
Insomma, applicando questo meccanismo a tutto il sistema chiuso, la società consumerà esattamente l'intera quantità dei prodotti che vengono commercializzati, spendendo esattamente la quantità data dalla somma del denaro che ogni singolo individuo ha guadagnato come frutto del proprio lavoro. In questo sistema, quindi, non è stata creata alcuna ricchezza. Al più è stata redistribuita in quantità minori o maggiori a seconda di quanto abbia lavorato ciascun individuo. Siccome la quantità di ricchezza nel sistema chiuso non è infinita, se la ricchezza è proporzionale al lavoro, quando un individuo lavora di più, gli altri individui sono costretti a lavorare di meno. E questo meccanismo genera disparità sociale, cioè l'esatto opposto di ciò che il sistema si ripropone.

Si potrebbe obiettare che invece di spendere l'intera quantità di soldi guadagnati, sarebbe più prudente risparmiarne un po'. Cioè, che Mario decida di non acquistare la mela, se non ha troppa fame, ma di metterne da parte i soldi. Così facendo, però, quella mela rimarrebbe invenduta, e la ricchezza destinata a chi ha lavorato per produrla non sarebbe disponibile. In buona sostanza se aumentassero i risparmi, nel nostro sistema chiuso diminuirebbero i consumi di pari passo, e quindi diminuirebbero anche i soldi da redistribuire.
In altre parole, nel nostro sistema chiuso, se si evitasse di comprare il superfluo, è vero che si avrebbe una riduzione di ricchezza circolante, ma è anche vero che tale riduzione sarebbe esattamente equivalente al valore del bene superfluo invenduto.
Per tornare al nostro esempio, se tutti noi utilizzassimo l'"acqua del sindaco" è vero che, come dice Maurice, diminuirebbe la ricchezza che si sarebbe distribuita nella catena commerciale dell'acqua in bottiglia, ma è anche vero che globalmente quella ricchezza perduta equivarrebbe esattamente al risparmio che avremmo per non aver acquistato l'acqua in bottiglia stessa.
E allora, dov'è il vantaggio sociale nell'acquisto dell'acqua in bottiglia?

Una considerazione è necessaria sul fatto che, in questa analisi, ho considerato un "sistema chiuso", il che, apparentemente, non si applica perfettamente alla realtà. Nel mondo capitalista occidentale (e anche nella quasi totalità del resto del mondo), i sistemi economici non sono chiusi, nel senso che si basano sostanzialmente sull'esportazione (e sull'importazione).
L'affermazione che lavorando di più si guadagna di più a scapito di altri che, lavorando di meno guadagnano di meno, in un contesto di sistema non chiuso è falsa, poiché l'eventuale eccedenza di prodotto non andrebbe perduta ma esportata. Ma questo assunto presuppone che vi sia altrove un altro sistema non chiuso (un Paese importatore) che acquista l'eccedenza.
Questo però comporterebbe che il Paese importatore non ha necessità di prodrre il bene importato, e quindi non ha la possibilità di impiegare lavoratori in quel ciclo produttivo, e di produrne la relativa ricchezza necessaria per acquistare quel prodotto. E questo mi pare un aspetto poco etico del sistema, visto che comporta l'aumento del debito pubblico, e quindi della dipendenza politica, del Paese importatore, aumentando il divario sociale tra Paesi ricchi e Paesi poveri.
Considerando invece l'economia globale del mondo, che è per forza un sistema chiuso, visto che non è possibile esportare al di fuori del pianeta (e pare che non lo sarà ancora per molto tempo), nessuna ricchezza può essere creata, se per ricchezza si intende la capacità di acquisto. La ricchezza è pari alla somma di tutti i beni prodotti globalmente, e quindi è chiaro che quella derivante dalla produzione di un bene inutile è essa stessa inutile perché consente solo l'acquisto di un bene inutile.

La vera ricchezza dovrebbe essere calcolata non in base al potere d'acquisto, ma in base al possesso di beni utili per migliorare la propria vita. Ad esempio, l'invenzione, la produzione e la distribuzione dei telefonini cellulari non ha affatto creato ricchezza nel senso di capacità di acquisto degli individui. Semplificando, la ricchezza data dai salari dei lavoratori che hanno contribuito nell'invenzione/produzione/distribuzione dei telefonini è pari alla ricchezza sborsata dai consumatori di quel prodotto... alla fine, cioè, le persone che lavorano, percepiscono un salario che poi serve loro per acquistare i beni che producono. La vera ricchezza fornita dal progresso invece è la possibilità di usufruire di quei beni utili. Se non ci fossero stati i telefonini noi non avremmo potuto mandarci tutti quegli SMS per comunicarci quei messaggi romantici tipo "TVTTTTTB".

Ammettendo che l'acqua in bottiglia ha la stessa qualità dell'"acqua del sindaco" (cosa palesemente falsa nel caso del mio comune), l'acquisto dell'acqua in bottiglia è assolutamente inutile dal punto di vista economico e solamente un danno da quello ecologico.

Io però non sono un economista. Dove stà l'errore del mio ragionamento?

mercoledì 21 maggio 2008

Castrovalva


Castrovalva
Questo posto incredibile si chiama Castrovalva, ed è una frazione di Anversa degli Abruzzi.

Percorrendo l'autostrada Roma-Pescara si esce a Cocullo, dirigendosi verso Scanno. Attraversata Anversa degli Abruzzi, si entra nelle Gole del Sagittario, e dopo un ponticello un bivio a sinistra indica appunto Castrovalva.
Dopo qualche tornante di una strada stretta si comincia a vedere il paesino in cima alla cresta della montagna avvicinarsi fino a che la strada si infila in una caverna scavata nella roccia per sbucare subito sull'altro lato della cresta. Ancora un po' e siete arrivati. La strada finisce lì, con un paio di parcheggi.
Si tratta di poche case, tre chiese, un circolo (chiuso) e un bed and breakfast, dotato di qualche camera e un paio di piccoli appartamenti, in uno dei quali abbiamo alloggiato (il b'n'b è facile da trovare, ma evito di consigliarlo, visto che i gestori appartengono a quel genere di persone che, pur non mancando di lamentarsi per il malfunzionamento dei servizi evitano accuratamente di dare il contributo dovuto alla comunità, rilasciando la ricevuta fiscale).

La cosa che più stupisce di questo villaggio è l'assoluto silenzio, quasi assordante, rotto solo dai rumori della natura... uno stormo di uccelli, il fruscio del vento, il miagolio di un gatto... Durante le festività (abbiamo trascorso lì anche il 1' maggio) si riempie un po', e si sentono i rumori delle case vicine, nonché i motociclisti, trecento metri sotto, sulla strada delle Gole. Ma l'atmosfera di pace e tranquillità che si respira è sempre predominante. Anche gli odori sono diversi, sanno di erbe rare, di giardini esotici.

M. C. Escher, Castrovalva (1930)

L'idea sconcertante che ci si fa guardando Castrovalva è che sia sospesa lassù sfidando ogni legge di gravità. Questa sensazione è ben resa dal fedele dipinto di M. C. Escher che lì ha soggiornato per qualche tempo. Sì, proprio quello del nastro di Moebius cavalcato dalle formiche e dei frati impegnati a risalire all'infinito scale impossibili... (guardando il dipinto, in secondo piano, in basso a destra, si vede Anversa, e dietro, in lontananza, Cocullo).

Mappa dell'escursione
(dal depliant del WWF)

Il clima era perfetto per una bella escursione... gambe in spalla, dunque!
Abbiamo imboccato la carrozzabile contrassegnata dal segnavia 18, che porta al piccolo cimitero e poi prosegue in un comodo sentiero tra i boschi. Ad un certo punto si vede dall'alto il paese di Anversa, che, percorrendo il sentiero, rimane come punto di riferimento. Si scende sotto il livello di Anversa fino alle sorgenti di Cavuto, sul fiume Sagittario, dove c'è la sede del parco del WWF, raggiungibile anche con l'automobile da Anversa. Nel giardino della struttura ci siamo fermati per una sosta, dove Maddie si è fatta un'abbuffata di coccole da parte di alcuni turisti romani arrivati con un pullman. R. ha scattato qualche foto ai cespugli di erbe che vengono coltivate in quel luogo, ognuna con il cartello che ne indica il nome, dalle più comuni come il timo ad alcune mai sentite nominare (sembra che Anversa fosse famosa nel medioevo come base per la raccolta di erbe officinali o più o meno magiche...).
Dopo una mezzoretta di riposo abbiamo ripreso il cammino lungo il sentiero 17, che dapprima costeggia nel bosco il fiume Sagittario, un centinaio di metri sotto il livello della strada, e poi sale fino a raggiungere il ponticello dove c'è il bivio per Castrovalva. Qui si riemerge dalla macchia e purtroppo bisogna seguire per un tratto la strada asfaltata, finché il sentiero si mette a salire più decisamente tra le rocce, tagliando i tornanti, fino a giungere di nuovo a Castrovalva dalla parte opposta dell'imbocco del sentiero 18.

A passo lento ci abbiamo impiegato circa tre ore e mezza.
L'escursione è bellissima, salvo forse la parte finale che, nel pomeriggio, rappresenta il tratto più impegnativa proprio sotto il sole. Infatti il mio consiglio è di affrontare l'anello in modo diverso: parcheggiare l'auto alle sorgenti di Cavuto, salire a Castrovalva sul sentiero 17 al mattino ancora freschi di fatica e temperatura, e ritornare sul sentiero 18, molto più facile ed in discesa.

lunedì 19 maggio 2008

Un weekend piovoso

Per il weekend appena trascorso, incoraggiati dalle magnifiche giornate di sole della settimana, avevamo deciso di andare a fare una bella escursione qui in Valsassina, non troppo faticosa ne' lunga considerato che il cucciolo Mr. Bentley ha una autonomia ancora abbastanza limitata, e quindi avremmo con ogni probabilità dovuto ad un certo punto portarlo nello zaino.
Ma cia abbiamo rinunciato perchè ha piovuto a catinelle per tutto il tempo, schiarendosi un pochino solo domenica sera, e regalandoci una splendida vista che sembra rubata ad un documentario sulle foreste tropicali. E va be'... l'escursione e' rimandata al prossimo fine settimana.
Questo è quello che si vedeva dal nostro terrazzo ieri sera.

Vista dal terrazzo
e da casa vostra che cosa si vede?

lunedì 12 maggio 2008

Un nuovo ragazzo sul terrazzo


Mr. Bentley
È nato l'11 febbraio ma è entrato a far parte della sua nuova famiglia (o, per dirla con lui, del suo nuovo branco), solo sabato scorso. È un bassotto tedesco a pelo duro e si chiama Mr. Bentley.
È ancora spaesato, poverino, e di notte fa un casino da non riuscire a chiudere occhio (speriamo che i vicini sopportino un po'). Incredibile che un cosino così piccolo possa produrre tanto baccano!
Maddie, l'altra cangnetta del branco, per adesso l'ignora. O almeno fa finta di ignorarlo, perché ogni volta che tentiamo di fare una carezza a Mr. Bentley, Maddie arriva e gli ruba in volata tutte le coccole.
Gli abbiamo attaccato una campanella sul collare perché non fa altro che seguire ogni nostro singolo passo, con il rischio di finire sotto ai piedi.
E voi, avete animali in casa?